
Il Liceu, nel suo percorso, si propone di presentare un dialogo autentico tra spazio e artisti visivi, si pone come un mediatore: un prescrittore di felicità, riflessione e talvolta di sottili metafore che ci facciano sorridere.
Víctor Garcia de Gomar *
Come abbiamo visto, il settore musicale è tra i più penalizzati e tra quelli che scalpitano di più per ripartire, sebbene non ci siano tutt’ora segnali del fatto che in tempi brevi si potrà riprendere a frequentare grandi concerti e festival.
Superato il momento del lockdown, durante il quale si è provato a sopperire con varie formule di esibizioni in collegamento dai propri luoghi di isolamento, o tramite piattaforme interamente digitali, nel momento in cui si riprende a uscire, con strette direttive sui termini di distanziamento, si vedono spuntare alcuni buffi un po’ improbabili casi di concerti in cui elementi di design, di arredo o di allestimento, dovrebbero assicurare una fruizione sicura dal punto di vista sanitario.
Molto scalpore ha fatto una di queste prime folies: l’esibizione dei Flaming Lips, per il Late Show di Stephen Colbert – il principale late night show americano – che hanno deciso di portare ad uno step successivo un elemento che spesso è stato protagonista dei loro live, ovvero l’utilizzo di grandi bolle trasparenti di plastica. Più volte il frontman Wayne Coyne si era prodotto in capriole sul pubblico, posizionato all’interno di una di queste bolle, ma questa volta la band intera ha suonato ‘Race For The Prize’, mentre ogni musicista e ognuno dei presenti in sala stavano rinchiusi nelle bolle di plastica, per quello che la band ha definito un “Socially Distant Concert”.

Sono seguite tra giugno e luglio immagini di pedane distanziate per il pubblico, nel prato di fronte al palco di un festival a Nottingham; barchette sul canale Bassin de la Villette, a Parigi, per assistere al cinema all’aperto e in prospettiva per qualsiasi tipo di spettacolo.


Newcastle, Festival concerto alla Virgin Money Unity Arena, luglio 2020 e Parigi, cinema al canale Bassin de la Villette
Follie ancora più deliranti, come una festa Techno, sul modello drive-in, in Germania, in cui due occupanti in ognuna delle macchine, parcheggiate ordinatamente davanti al podio dei DJ, hanno ascoltato il set per una notte intera (inutile specificare, non a Berlino).
Sciocchezze a parte, in contesti più seri si studia come affrontare la fruizione della musica dal vivo nei prossimi uno o due anni a venire, andando ad abbracciare le caratteristiche peculiari dei mezzi a disposizione, per produrre dei momenti che siano delle esperienze comunque significative, seppur non vissute di persona.
Il Gran Teatro del Liceu di Barcellona, riapre con il “Concerto per il biocene” per il quale il Quartetto Uceli esegue il singolo movimento di Puccini “Crisantemi“, per un pubblico dal vivo di 2.292 piante. Commissionata all’artista Eugenio Ampudia dal direttore artistico Víctor García de Gomar (in collaborazione con la galleria Max Estrella e la curatrice Blanca de la Torre), questa performance intendeva celebrare la riapertura delle attività musicali, ma anche trasmettere un messaggio forte, un monito agli esseri umani, rispetto alla non centralità esclusiva della presenza dell’uomo sulla terra. Le piante, che rappresentano il numero maggiormente rilevante di abitanti del pianeta, sono invitate ad ascoltare il racconto e vivere il sentimento di tristezza per ciò che il pianeta sta attraversando e per i momenti difficili vissuti dagli esseri umani durante l’isolamento, tramite una sorta di requiem, perché la musica è un linguaggio che le piante possono apprezzare e che tocca e influenza anche questi esseri viventi.
Anche gli esseri umani hanno potuto apprezzare l’evento , grazie al live streaming su Youtube.
Una volta terminato il concerto, le piante sono state successivamente consegnate a 2.292 professionisti della salute, in particolare dall’ospedale Clínic de Barcelona, accompagnate da un certificato dell’artista.
Anche il teatro dell’Opera di Venezia, La Fenice, balza alla cronache per la ristrutturazione del palco volta ad accogliere il pubblico in sala, nel rispetto delle nuove norme di sicurezza che prevedono un numero limitato di spettatori e distanza tra i nuclei omogenei. L’innovativo progetto prevede l’installazione permanente di una sorta di chiglia di legno che ribalta la prospettiva della sala.


La platea diventata il nuovo palcoscenico de la Fenice, il pubblico è sistemato sui palchetti e sul palco centrale © Vision / Marco Sabadin (Source: Coriere del Veneto)
“La chiave è stata nel non vedere le limitazioni come pura impossibilità – spiega Fortunato Ortombina, sovrintendente e direttore artistico del Teatro La Fenice – bensì come espedienti per ideare spettacoli con nuove varianti drammaturgiche e poetiche. In quest’ottica, insieme alle maestranze, ai laboratori e ai tecnici del Teatro, abbiamo rimodulato completamente lo spazio della platea, della fossa orchestrale e del palcoscenico. Rimosse le poltrone dalla platea, in questo spazio si distribuiranno i musicisti, mentre un’installazione permanente, un piano inclinato, coprirà la buca dell’orchestra rialzandola e collegandola al palcoscenico, dove potranno essere ricavati posti a sedere a debita distanza l’uno dall’altro. Sarà una sorta di chiglia in legno di una nave in via di costruzione (e con settanta persone sedute in prua): un’immagine che non vuole ricordare l’idea di un naufragio, quanto piuttosto quella di un’arca che ci traghetterà tutti in avanti, in un mondo nuovo”.
Nick Cave sceglie una formula molto sobria ed essenziale, ma che proprio per questo ci è sembrata interessante. Solo sul palco, solo in sala, registra, a Londra, un concerto per piano solo intitolato: “Idiot Prayer: Nick Cave Alone at Alexandra Palace” (ripreso dal regista Robbie Ryan e montato da Nick Emerson). Il concerto andrà in onda in streaming, un mese dopo, come evento dal vivo una tantum, senza interruzioni, senza possibilità di ‘riavvolgere’ e senza possibilità di visualizzare lo spettacolo successivamente. Solo chi è in possesso del biglietto potrà visionare la performance una sola volta mentre va in onda. Nelle parole di Nick Cave stesso: “una preghiera nel vuoto; il ricordo di un momento strano e precario della storia”.
E’ un po’ un cavalcare la contemporaneità, facendo ritorno alle origini; come in TV fino agli anni ‘70, prima della nascita dei videoregistratori.
Ma salvaguardando un elemento che è molto importante, negli eventi culturali: l’eccitazione dell’unicità dell’episodio, del presenziare ad un evento riservato a pochi, che fa sentire un po’ speciali e regala l’impressione di sfruttare appieno il proprio tempo.
Glastonbury Festival non si è tenuto quest’anno. Come tutti gli altri grandi festival, è stato cancellato già in aprile e per la prima volta lascerà a casa le schiere di fan, alcuni dei quali fedelissimi clienti fissi da moltissimi anni, di quello che è davvero un festival cult.
Questo sarebbe stato, tra l’altro il cinquantesimo anniversario della manifestazione; anche per questa ragione, il festival non può semplicemente sparire. Viene deciso che si terrà in forma esclusivamente digitale, pescando dalle centinaia di registrazioni di concerti indimenticabili e in alcuni casi passati alla storia, come per esempio quello di David Bowie al Pyramid Stage il 25 giugno del 2000.

In accordo con la BBC, va in onda una “maratona” nel fine settimana in cui si sarebbe svolto il Glastonbury Festival di quest’anno – da venerdì 25 giugno a lunedì 29 giugno – sui canali TV, radio e sul portale BBC iPlay.
Su BBC Two e BBC Four vengono riproposte decine di concerti, set classici e momenti salienti degli ultimi 50 anni, dall’inizio della copertura della BBC negli anni ’90, incluse performances acustiche uniche e momenti d’archivio raramente trasmessi prima d’ora; un programma speciale, introdotto da Jo Whiley e Mark Radcliffe, ripercorre le esibizioni del famosissimo slot “Legends” della domenica pomeriggio di Glastonbury.
BBC iPlayer crea un canale pop-up dedicato a Glastonbury, che porterà agli spettatori oltre 60 set iconici e highlights, disponibili per la visione on-demand. Anche BBC Radio dedica al festival in quel weekend, una serie di programmi speciali presentati da storici conduttori della radio.

Gli inglesi postano sui social media foto di se stessi pronti per il weekend di ‘Glastonbury from home’: sul divano, con drinks e snacks, immagini spesso proiettate in grande formato sul muro, un po’ di nostalgia e grande motivazione a ritornarci nel 2021.
Poiché molte di queste performance non sono mai state trasmesse, o non per intero, pur nella dimensione mediata del digitale, rappresentano un grande avvenimento.
Da notare, inoltre, come i filmati della BBC includono grafiche, che compaiono in sovrimpressione, con i titoli dei brani eseguiti dai cantanti dal vivo, oltre a offrire inquadrature a volto molto zoommate, che permettono di godere appieno dell’esibizione di un artista, piccolo esempio di come il mezzo digitale può essere usato per aggiungere qualche elemento a favore di una piacevole fruizione.
A metà giugno in Italia viene presentato A-LIVE, una piattaforma di streaming interattiva, collegata anche ad una App per smartphone, pensata per la musica live.
Viene progettata dal musicista Alex Braga insieme a Fabrizio Capobianco, che spiegano: “Con A-LIVE tutti gli artisti avranno la possibilità di organizzare un vero e proprio tour virtuale, con concerti a numero chiuso geolocalizzati per aree o città specifiche, di incontrare i fan dopo il concerto con delle videochat esclusive e di suonare vedendo e sentendo il pubblico e la sua energia grazie ad una nuova tecnologia che unisce elementi reali con elementi virtuali ricreando così una platea virtuale e partecipativa”.
Viene utilizzata per la prima volta il 6 settembre per il primo grande evento ibrido di tipo musicale, in Italia, quando va in scena all’Arena di Verona “Heroes”, il primo grande concerto dall’inizio di marzo, in cui si esibiscono 70 artisti italiani per un pubblico ridottissimo seduto in modalità distanziata (e con divieto di alzarsi) all’Arena e in diretta streaming per chi ha comprato un biglietto a 10€ che dà la possibilità di interagire, appunto, tramite il sistema A-LIVE.
Non era questa per l’Italia, la prima esperienza di concerto andato in onda in streaming per un pubblico a distanza: in maggio per la Milano Music Week, andata in scena in versione unicamente digitale, alcuni concerti si erano già tenuti in questa modalità: esclusiva in streaming e a pagamento (quello del cantante Venerus, il cui biglietto costava 5.50€, aveva totalizzato 1.200 contati, cioè molti più spettatori di quanti sarebbero stati presenti ad una sua esibizione dal vivo, tra l’altro), ma la novità, nel caso di “Heroes” voleva essere rappresentata, dalla possibilità di interazione, offerta al pubblico che segue a distanza.
Come abbiamo visto nel caso del gruppo di K-pop, i BTS, durante il loro grande concerto che è andato in streaming in maggio tramite Weverse – un’app creata ad hoc dalla casa di produzione Big Hit Entertainment – anche in questo caso, infatti, grazie al sistema digitale era possibile inviare messaggi su un videowall elettronico e scattare dei selfie direttamente dall’app mentre si guarda il concerto, selfie che poi compaiono nel videowall sul palco, di fianco alle riprese degli artisti che si esibiscono. Sulla piattaforma sono presenti i cosiddetti “social buttons”, che permettono all’utente di inviare applausi e urla di giubilo, virtuali. La sperimentazione è qui però ancora molto primordiale e i semplici widget per l’interazione non sono realmente integrati in una modalità che renda l’esperienza completa per l’utente in digitale e men che meno per l’utente presente dal vivo; va dunque in onda una sorta di Festivalbar in cui il gioco di interazione risulta poco incisivo, poco utilizzato e molto fine a se stesso.
L’esperienza dei BTS, si è tra l’altro ripetuta in agosto, con successo ancora maggiore di quello già enorme riscontrato in primavera, attirando più di 100 milioni di fan, a dimostrazione del fatto che la dimensione del concerto in streaming, per quanto probabilmente non considerata dai fan un’esperienza ideale, ha delle vere potenzialità almeno dal punto di vista economico.
Infine, non unicamente di carattere musicale, ma strettamente legato al mondo della musica, Burning Man, uno dei più grandi eventi dal vivo del mondo, che si tiene da 27 anni nel deserto del Nevada, cancellato naturalmente per l’anno 2020, si tiene in formato digitale su ben 8 diverse piattaforme, in altrettante versioni riconosciute come ufficiali dall’ente organizzatore:

C’è stato bisogno dell’ingegno e dello sforzo di molti, per immaginare dei mondi digitali che potessero, almeno in parte, restituire l’esperienza comunitaria ed esperienziale del festival e l’inventiva si è scatenata con formule molto diverse.

BRCvr, che sta per “Black Rock City in Virtual Reality” è il progetto principale e rappresenta una ricostruzione fedelissima della città pop-up che ogni anno viene fondata e smantellata nel deserto del Nevada, vicino a Reno, che prova a riunire i “burners” affezionati, ma è aperta naturalmente anche agli appassionati di VR che proveranno per la prima volta l’esperienza di abitare la città fondata sul concetto dell’inclusione radicale.
Deriva dalla somma di diversi progetti ed esperienze precedenti di VR che hanno riunito expertises e materiali già parzialmente pronti – immagini fotografiche originali, per esempio – e hanno permesso di mettere a punto il progetto in meno di cinque mesi.
L’espressione visuale principale di questo progetto è la “Infinite Playa”, che riproduce la spianata di terra bianca su cui poggia la città, dove i visitatori possono muoversi con vari mezzi tra quelli normalmente disponibili al festival, prendere parte a spettacoli dal vivo, lezioni di yoga, presentazioni di Zoom e moltissime altre attività. Le immagini sono mutuate da foto reali degli anni scorsi e così è curato ogni dettaglio, incluso il terreno desertico crepato e le montagne circostanti e, proprio come al vero festival, qualche tempesta di vento e polvere occasionale.
Oltre a questo, altri sette progetti sono stati ufficialmente riconosciuti dagli organizzatori.
L’intera operazione di mondi virtuali relativi a Burning Man, è stata chiamata Multiverse e includeva sistemi simili ai rave su Zoom di cui abbiamo parlato in precedenza, come The Zone, come quella chiamata SparkleVerse, ad una appoggiata alla piattaforma Second Life, che ebbe enorme successo nei primi anni duemila e ora è un po’ sopita, ma ancora resiste a giochi di mappe generative collaborative.
Risultava piuttosto difficile orientarsi nella moltitudine di possibilità e sistemi, specialmente per chi non ha familiarità con i sistemi di gaming e di virtual reality, ma dato anche il fattore emotivo importante che questa manifestazione porta con sé e a cui centinaia di migliaia di persone nel mondo, sono molto legate, ha comunque coinvolto un pubblico non esclusivamente di appassionati di VR.
Inoltre, per quanto non paragonabile in nessun modo all’esperienza fisica, che per altro rappresenta una tra le esperienze di vita più sconvolgenti che una persona possa vivere, questo enorme progetto multiplo rappresenta un’esperienza collaborativa di dimensione molto rilevante e impressionante per la rapidità di esecuzione.
* Direttore artistico del Teatro del Liceu
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