
“Marketing experts say creativity and technology must be applied to more than just the product”
Miles Socha
Scegliamo di aprire questa sezione invitando a visualizzare l’intervista condotta da Stefano Boeri a Cino Zucchi, nell’ambito della serie “Decamerone” che ha animato quotidianamente da marzo a maggio 2020 l’account Instagram della Triennale di Milano.
In un’ora di dialogo, viene citato, analizzato e commentato quasi ogni aspetto del ruolo e dell’apporto che il design e l’architettura ricoprono – o potrebbero ricoprire – subito prima, durante e subito dopo la pandemia.
Non ogni argomento viene naturalmente approfondito – in alcuni casi si lanciano interrogativi cui non si ha il tempo di dare risposta – ma si citano tanti episodi, testi, mostre, accadimenti che sono vivissimamente al centro del dibattito in corso, sulle sorti della società contemporanea e si portano molte importanti riflessioni su vari argomenti che vengono invece dibattuti con attenzione, fornendo moltissimi spunti per andare ad approfondire separatamente aspetti molto pregnanti dell’intero discorso.
E’ indubbio che le discipline collegate al design, all’architettura e alla progettazione di spazi a piccola e grande scala, abbiano goduto di un momento di autentico fermento intellettuale e di un’attenzione che raramente si è manifestata in modo così pressante, in un tempo così concentrato.
Un’onda di autentica ed urgente necessità di progettare, ripensare e reinventare spazi e modi d’uso di oggetti già esistenti, ha reso improvvisamente dinamiche e popolari, delle discipline che necessitano normalmente di tempi lunghi e che sono spesso accusate di arroccarsi in un terreno di speculazione intellettuale o in pieghe di superfluo.
A piccola scala, in parte, è stato davvero fondamentale l’apporto di soluzioni di design che in tempi ridottissimi hanno risolto, per esempio – caso notissimo – la necessità di avere un numero elevato di respiratori per le unità di terapia intensiva, andando a modificare delle semplici maschere da snorkeling, divenute immagini iconiche di questo periodo storico, o quella di garantire separazione, distanziamento e non contaminazione reciproca, nel vivere quotidiano – si pensi anche solo al design di segnaletica e comunicazione visiva.

Molto esaltante è stato seguire il proliferare di progetti, prototipi e rendering di oggetti inventati e disegnati al volo per venire incontro alle moltissime necessità organizzative e spaziali: proposte reali o spesso anche non realistiche, ma meravigliosamente visionarie – una nutrita raccolta di questi progetti è curata dalla piattaforma collaborativa Bottom Up! Voci, nata nell’ambito del festival di Architettura di Torino “Bottom Up!” – che hanno sprigionato un potenziale enorme di visioni per il futuro e hanno rilanciato il ruolo della progettazione che andava un po’ spegnendosi, o perdendo di autorevolezza, spesso a favore o a causa dell’illusione che soluzioni di innovazione puramente tecnica possano essere sufficienti ad affrontare l’evoluzione della storia e della società.

Partendo da alcuni esempi concreti, come quello visto in precedenza del respiratore modificato grazie ad una stampante 3D, si dibatte di come possa e deva trasformarsi l’approccio alla progettazione e al design, volendo dare un ruolo più pregnante ai mezzi digitali.
Molto interessante, per esempio, la già citata discussione su questo tema, emersa nell’intervista di Pietro Corraini al designer Massimo Temporelli su Instagram live, per il ciclo curato da Base Milano, in cui si commenta, tra le altre cose, il potenziale non ancora sfruttato appieno delle stampanti 3D.
Nella frenesia della corsa all’innovazione, infatti, si è assistito spesso all’immissione sul mercato di nuove tecnologie che introducono nuove possibilità che spesso non si ha il tempo di sviscerare, o che necessiterebbero di un approccio alla progettazione nuovo e diverso, per essere sfruttate in modo veramente efficace e innovativo.
Il raro momento di pausa forzata ha regalato in qualche caso il tempo, a chi ha saputo sfruttarlo al meglio, per avviare alcuni esperimenti, o almeno alcune riflessioni su questo tema.
Molto più pregnante dei progetti espressi in tempo di pandemia, è stato effettivamente proprio lo slancio che ha avuto la discussione, che si è grandemente accesa e diffusa, intorno alle discipline stesse del design e dell’architettura, o intorno alla necessità di ripensare – nel presente e per il futuro – spazi privati e pubblici e, di conseguenza, di rivedere il modo di leggere e progettare spazi, funzionalità, modi d’uso.
Questa necessità sembra essere sentita, diversamente dal solito, non solo tra gli intellettuali, tra i critici o tra gli accademici; forse per la prima volta nella nostra epoca si sente, anche a livello comune, il bisogno di interrogarsi su queste questioni.
Improvvisamente si ha l’impressione che il disegno e la progettazione di uno spazio possano determinare la sopravvivenza o meno di una comunità e per la prima volta c’è un bisogno concreto e quotidiano di inventare oggetti e soluzioni, cui solo il design può dare un’immediata risposta o l’illusione di poter superare ogni inedito ostacolo al vivere quotidiano.

Così, timidamente, anche la progettazione urbana, relegata abitualmente ai tavoli tecnici e ai dibattiti accademici o tra addetti ai lavori, riesce ad attrarre l’attenzione dei riflettori.
Si inizia a riflettere sulla opportunità di poter abbracciare modelli di vita alternativi a quelli della vita in città, senza dover dismettere certe attività lavorative, o come trasformare le città stesse per avvicinarsi ad una dimensione a misura d’uomo.
Si vedono concretizzare – anziché vederli dibatterne a vuoto, com’è stato per anni – alcuni interventi immediati per modificare la viabilità o l’uso degli spazi pubblici nelle città, siano questi lunghi tratti di piste ciclabili pop-up, o interventi per accrescere lo spazio disponibile ai pedoni.

Moltissime riflessioni si sviluppano intorno al tema dell’uso degli spazi privati e pubblici, spesso decretando finito un intero sistema di pensiero; ma tornando all’intervista citata in apertura, Cino Zucchi, ridimensiona invece questa necessità diffusamente percepita, di dover davvero ripensare il sistema di progettazione degli spazi di vita e di lavoro.
Fa notare Zucchi, come l’avvento e l’enorme diffusione del digitale, abbiano svuotato in qualche modo la necessità di una progettazione della distribuzione degli spazi nel dettaglio: l’integrazione dei mezzi elettronici nella quotidianità, la connessione wi-fi e i protocolli immateriali, hanno cambiato anche i modi di lavorare ed il rapporto tra le persone e tra le persone e gli spazi, rendendo tutto più fluido e più imprevedibile.
“Ciò che non è cambiato è la necessità di luce e di certi servizi comuni di base: scale, ascensori, bagni…”, fa notare Zucchi, “per cui uno spazio ben ‘tagliato’ sarà sempre utile, mentre uno spazio progettato troppo nel dettaglio, rischia di divenire spesso o velocemente inadeguato”.
Mette in guardia, inoltre, rispetto alla tentazione di voler ripensare e riprogettare per intero i modi dell’abitare e della convivenza, anche dai tempi dilatati dell’architettura e più ancora della progettazione urbana, cioè il fisiologico tempo di inerzia inevitabile in queste discipline, che non permette di reagire in piena velocità alle veloci mutazioni della società e meno ancora delle emergenze: “Il tema del continuo riaggiustamento è quello che De Carlo chiamava spazio-società”, dice Zucchi “e che io ho definito il fenomeno della doccia da campeggio: che tarda a scaldarsi, invogliando a girare la manopola per aumentarne la temperatura, finché diventa troppo calda e poi per il processo contrario troppo fredda e, in definitiva, sempre fuori tempo e fuori luogo, rispetto ai desiderata”.
Propone quindi, Zucchi, nella progettazione contemporanea, di incentrare l’attenzione più sulla fluidità e versatilità degli spazi.
In questa ottica, può risultare quasi più incisivo l’intervento dei designer nel prendersi l’incarico di studiare complementi di arredo che permettano di parcellizzare gli spazi, variandone ex post le dimensioni e le caratteristiche; come emerge anche da un interessante intervento dell’architetto Adelaide Testa al festival di architettura di Torino, “Bottom Up!”, che fa notare come durante il lockdown le residenze di ognuno siano divenuti degli spazi improvvisamente multifunzionali e addirittura anche degli improvvisati set televisivi, seppur con maggiore o minore fortuna nei risultati e come da questo derivi ora la grande necessità di approfondire il tema e includere in futuro anche questo aspetto nella progettazione.
In linea con questo approccio è anche l’intervento, per lo stesso festival, di Alessandro Mininno – fondatore di Gummy Industries, conosciuta agenzia di comunicazione – che nota e commenta molto puntualmente le trasformazioni fisiche e relazionali che già si intravedono nel futuro prossimo degli studi professionali – in seguito all’accelerazione dell’uso del digitale – usciti dal lockdown con la nuova consapevolezza di non avere la necessità stringente di tenere i rapporti lavorativi esclusivamente di persona, né quella di vedere tutti i collaboratori condividere quotidianamente degli spazi tradizionali di lavoro.
Si discute naturalmente moltissimo e se ne discuterà per molto ancora, di come rimodulare gli spazi di lavoro e dell’abitare, quando per la prima volta massicciamente si sovrappongono e si confondono, ma anche della riorganizzazione del lavoro e delle conseguenze fisiche, economiche e logistiche che queste nuove modalità agili, ormai arrivate per restare, avranno sulla società e sul mondo del lavoro in generale.
Gli aspetti da esaminare, sono infatti molteplici e non solo tecnici.
La filosofa Gloria Origgi, per esempio, intervenendo al ciclo di incontri organizzato dalla Compagnia di Sanpaolo ed intitolato “Relazioni – Idee per un futuro partecipato”, pone l’attenzione sul tema scottante della privacy, nell’accezione della dimensione privata di una persona nel proprio spazio vitale, messa in questione dell’iperconnessione in digitale, accelerata dai giorni del lockdown.
Luca Morena – fondatore di Nextatlas, servizio di previsione data-driven per brand e agenzie – segnala come la progettazione di spazi e ambienti virtuali andrà sempre maggiormente ad integrare quella di spazi e oggetti reali. “I designer dovranno tenere sempre maggiormente in conto anche le dinamiche di psicologia comportamentale” nota Morena “e dare il proprio apporto intellettuale alla impellente necessità di costruzione di un nuovo immaginario per nuove dinamiche di evoluzione della società”.
Non solo gli spazi privati e pubblici vanno ridefinendosi, infatti, ma molti spazi tendono a divenire progressivamente immateriali.
Integrazione del digitale nel design, sottolinea ancora Luca Morena in una bella intervista andata in onda su FuorisaloneTV, non significa quindi solo integrazione del mezzo nella progettazione, ma anche acquisizione del linguaggio e della forma mentis dell’intelligenza artificiale, che può offrire molte risorse, possibilità, opportunità e aspetti caratterizzanti (features) ancora parzialmente inesplorati e altri ancora in fieri.
Anche uno sbilanciamento eccessivo verso il digitale come sistema dominante, è però in discussione.
Cino Zucchi esprime varie riserve in merito e si trova – a suo dire, per un raro caso – d’accordo con le note presentate da Carlo Ratti – architetto e direttore del Senseable City Lab presso il MIT di Boston – ad un panel organizzato dall’Ordine degli Architetti di Torino, avente titolo “Ripensare la convivenza” e riportate poi da Ratti in più di una discussione pubblica sul tema.
Ciò che viene paventato, non è semplicemente il venire a mancare della dimensione esperienziale che si vive di persona – come abbiamo visto parlando di musica, di arte e di moda, di fronte alla prospettiva che gli eventi siano sempre meno svolti dal vivo e in presenza – ma dei rapporti spontanei e dei legami imprevisti che sono di particolare giovamento ai processi di creatività e innovazione.
Carlo Ratti, scrive sul tema un articolo intitolato “Smart working? Per tornare a crescere dobbiamo rientrare in ufficio” e così Cino Zucchi riflette sulla insostituibilità della fortunata casualità – cosiddetta serendipity – che gli algoritmi non sanno (ancora) produrre.
A tal proposito anche Alessandro Bollo, in qualità di direttore del Polo del ‘900 a Torino, centro culturale aperto al pubblico, di fronte alle restrizioni nell’utilizzo degli spazi, ai percorsi di fruizione forzati e alle capienze limitate, in un interessante incontro organizzato a fine maggio da Laboratorio Civico Torino, a tema “Ripensare la cultura nello spazio urbano” si interroga sulla sfida di ritrovarsi a dover quasi progettare la serendipity che rischia di venire a mancare.
La connessione tramite piattaforme video, social media, sistemi di posta elettronica e chat, è infatti garantita ed efficiente soprattutto verso i rapporti sociali che il sociologo Mark Granovetter ha definito nel 1973 – spiega Ratti – come “legami forti”, quelli afferenti cioè, alle relazioni strette e consolidate.
La possibilità o la probabilità che con gli stessi mezzi si possano generare e nutrire dei “legami deboli”, cioè delle conoscenze occasionali nate in modo del tutto casuale, o intorno a degli interessi comuni non conosciuti a priori – quello che Rati definisce il café effect – è invece molto molto ridotta.
Il laboratorio diretto da Carlo Ratti, conduce una ricerca per andare a verificare questa ipotesi, lavorando sulle dinamiche delle connessioni sociali nel campus del MIT, durante il periodo di lockdown e i risultati della ricerca potrebbero verificare questa ipotesi.
Sebbene non si possa escludere che in futuro sarà possibile imitare la serendipity che rende così imprevedibili e a volte particolarmente significativi questi incontri, per ora, le piattaforme online non sembrano ideali per generare queste opportunità.
Il rischio è che con questo si vadano ad impoverire, come accennato, i processi di creatività e innovazione che molto si giovano del mix culturale, disciplinare ed esperienziale.
Di questo parere è anche Filippo Celata – professore associato in geografia presso la facoltà di economia dell’Università di Roma – che ne tratta nel bell’articolo “Come cambierà completamente lo spazio, il cuore delle relazioni sociali” per la piattaforma Che Fare

In un’interessante intervista sul tema, Mark Zuckerberg – che pure pare ipotizzare un futuro in cui la sua impresa avrà un numero molto consistente di lavoratori che lavoreranno 100% in remoto – nell’elencare i vantaggi che può portare lo sfruttamento massimo della connessione via internet per il lavoro agile, cita però più volte la questione del rischio della perdita di affiatamento e spontaneità, nei rapporti o di perdita del mix e ricorda anche che per i collaboratori con posizioni lavorative non ancora consolidate all’interno di un’azienda, il fatto di non lavorare faccia a faccia, o radunati in un luogo fisico, possa risultare molto difficile, o poco efficiente.
Tra i progetti di design e quelli che si prefiggono di catalogare i tanti episodi di interesse intorno alla disciplina del design, in questa breve e strana epoca – di cui alcuni sono stati già citati in altre sezioni di questo testo – vale la pena fare ancora un cenno ad un progetto nato in conseguenza della pandemia e messo a punto da Paola Antonelli – curatrice del settore design per il MoMa di New York e dalla giornalista e critica Alice Rawsthorn – ed intitolato “Design Emergency”.
Citiamo infine – e ne parleremo diffusamente più avanti – il festival di architettura di Torino, “Bottom Up!”, previsto in calendario per i primi di maggio 2020, che, per volere dei due direttori Maurizio Cilli e Stefano Mirti, compie una scelta pionieristica, probabilmente caso unico in Italia e forse in Europa: il festival non viene cancellato, ma trasforma la propria formula di svolgimento diventando interamente online.
Sembra banale, oggi, ma non lo è se si considera che l’annuncio è stato dato intorno al 20 marzo, quando da ogni istituzione, arrivavano solo annunci di cancellazioni o posposizioni a date da destinarsi.
* Caporedattore della rivista di moda WWD
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