Gruppo pubblico Facebook “Bottom Up! Voci”. Illustrazione originale: Victoria Semykina
“Bottom Up! VOCI”, il gruppo Facebook del festival “Bottom Up!”, un laboratorio di visioni, di idee poetiche e stravaganti ma al tempo stesso convincenti, per provare a guardare oltre”.
Maurizio Cilli e Stefano Mirti *
L’edizione 2020 del Festival di Architettura di Torino, si concretizza nel progetto “Bottom Up! – Quando la città si trasforma dal basso” redatto da Maurizio Cilli e Stefano Mirti, vincitore del bando di concorso indetto nel 2019 dall’ordine degli Architetti di Torino.
Accertata l’impossibilità a mantenere in calendario gli appuntamenti pubblici che erano previsti per il maggio 2020, i direttori decidono a sorpresa di non cancellare il festival e tentare invece di trasformare la formula di presentazione al pubblico, svolgendo il festival in formato interamente digitale.
Proprio durante lo svolgimento delle prime dirette, in seguito al ricevimento in chat di numerosi spunti, segnalazioni e contributi spontanei, da parte degli ascoltatori collegati, nasce l’idea di mettere a patrimonio questi materiali, radunandoli e invitando gli ascoltatori a contribuire costantemente o allargare l’utenza del gruppo a quanti possano essere interessati a partecipare.
Nasce così un vero e proprio progetto a latere, intitolato “Bottom up! Voci” che si concretizza in un gruppo chiuso su Facebook e vuole essere un luogo di ritrovo comunitario alla ricerca di visioni laterali e fuori dall’ordinario intorno ai temi della città, dell’abitare e dei modi di vita e di convivenza, in trasformazione, nell’ottica di riplasmare il mondo per far fronte alle travolgenti novità.
Si può depositare materiale, scambiare informazioni ed esperienze, condividere testi e articoli, segnalare libri, eventi, esperimenti – tutti di carattere non commerciale.
Dal documento “Bottom Up! Laboratorio di visioni”, a cura di Maurizio Cilli e Stefano Mirti
Chiunque può chiedere di iscriversi e contribuire alla raccolta e alla discussione e tutto il materiale raccolto viene poi catalogato e raccolto dai due direttori di Bottom Up!, in una sorta di archivio digitale, il cui destino è ancora in definizione.
Questa versione del festival, trasformato in digitale, accresce ancora maggiormente la dimensione partecipativa, che già caratterizzava il progetto originario per il festival.
Dal documento “Bottom Up! Laboratorio di visioni”, a cura di Maurizio Cilli e Stefano Mirti
Si mette a patrimonio, cioè, la facilità ed immediatezza con cui si può generare e partecipare ad un lavoro di gruppo, usando la rete e si sfrutta appieno anche la possibilità di implementare, trasformare e rimodulare il progetto in corso d’opera, altra caratteristica peculiare della dimensione digitale.
Svariate sono le possibilità di implementazione della versione digitale e quelle di collaborazioni con realtà attive sugli stessi temi; resta da vedere cosa ne sarà di questa ramificazione inattesa del festival, negli anni a venire.
Dal documento “Bottom Up! Laboratorio di visioni”, a cura di Maurizio Cilli e Stefano Mirti
* direttori del festival di architettura di Torino “Bottom Up!”
Paola Antonelli e Alice Rawsthorn, logo “Design Emergency”, su Instagram
“I do not seek novelty. We don’t want to be the first to do something new; it’s not about that; it’s about looking at the ecosystem, looking what’s missing, seeing what we, they, can do and going for it”
Paola Antonelli*
Interrogandosi, come tanti, su cosa poter fare di concreto e quale apporto poter dare per contribuire a non disperdere quanto di rilevante e significativo si celi anche nelle pieghe del disastro generale, Paola Antonelli – curatrice del settore design per il MoMa di New York – insieme ad Alice Rawsthorn – conosciuta ed apprezzata giornalista e critica d’arte – avviano un progetto intitolato Design Emergency.
Paola Antonelli e Alice Rawsthorn,”Design Emergency”, su Instagram
Si tratta di un account su Instagram curato ed interamente dedicato a raccogliere episodi di spicco nel panorama sfaccettato del design, preso – ci tiene Paola Antonelli a specificare – nell’accezione più ampia e più alta, nati in conseguenza o intorno al tema del Covid-19 e della pandemia.
Il feed che raccoglie articoli, discussioni, tracce di archivi, intorno agli accadimenti generati dalla pandemia nel design e una serie di talks, tenuti a scadenza settimanale a diversi designers e personaggi che intorno al mondo del design si muovono con progetti pregnanti per la comunità.
Wallpaper Magazine, limited edition cover by Design Emergency
In una bellissima intervista che le ha rivolto Joseph Grima per il “Decamerone” della Triennale di Milano, spiega la Antonelli come con Alice Rawsthorn abbiano sentito l’esigenza di mettere a servizio la propria competenza, la possibilità di avere uno sguardo ampio privilegiato sul panorama esistente e il fatto di rappresentare un punto di riferimento nel mondo del design e dell’architettura e di esercitare una certa influenza, data la posizione di prestigio, ricoperta da molti anni.
Lo scopo finale del progetto è quello di mettere in luce alcuni progetti e alcuni progettisti, alcuni aspetti peculiari di certi elaborati, ma anche la consapevolezza intorno alla intenzionalità di certe scelte o di certi percorsi progettuali che fanno la differenza in termini di qualità e di innovazione anche del pensiero e della percezione condivisa.
Il design è inteso nell’accezione più ampia, come detto, a includere i tanti aspetti diversi che si raccolgono sotto il cappello di questo termine: così anche l’illustrazione medica, per esempio, intesa come Communication Design, con cui si può comunicare efficacemente il rischio.
E’ questo il caso dell’intervista raccolta sul feed a Alissa Eckert, illustratrice medica presso i Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta (USA) e autrice della rappresentazione del SARS-CoV-2 che provoca il virus Covid-19 (Alissa spiega per esempio come il rosso delle punte sia stato scelto per richiamare un istintivo sentimento di pericolo e l’aspetto roccioso, perché potesse richiamare l’immagine di un sasso che ti può colpire fisicamente) e che viene ora comunemente presa coma quella ufficiale per rappresentarlo – o l’intervista a Federica Fragapane, information designer italiana le cui eleganti e precise traduzioni visive di alcune serie di Big Data rappresentano certe vulnerabilità delle città, per conto di Wired, del Corriere della Sera e per il Rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente.
Nota Paola Antonelli come ci possano essere tanti tipi di designers; ci si imbatte talvolta in casi di “accidental designers” – designers per caso – che riescono con un proprio gesto, o con un proprio lavoro a raggiungere una scopo di rappresentazione efficacissima, o una soluzione d’uso, assolutamente completa: “qualsiasi cosa che usi utilmente i nostri sensi per raggiungere uno scopo comune, può essere considerata design. Lo scopo o la funzione espressa possono essere di tipo diverso, anche frivolo, a volte, ma se lo scopo cercato è raggiunto efficacemente ed è misurabile, è comunque design.
Distanziamento sociale a scuola, in Cina (Source: QQ)
In un’epoca di emergenza, nota dunque la Antonelli come sia responsabilità di chi ha gli strumenti per leggere questi fenomeni, mettere a servizio la propria competenza per contribuire a far emergere certi episodi, movimentare ed arricchire il dibattito, portare alla luce fenomeni perché entrino a far parte del patrimonio comune.
Si può fare politica con il design e si può influenzare il pensiero.
Da queste considerazioni e da una immutata passione intellettuale per questa disciplina, che Paola Antonelli e Alice Rawsthorn hanno concretizzato anche in moltissimi progetti precedenti, spesso legati al tema del pericolo, dell’emergenza o mirati a tener alta la soglia di attenzione a qualche fenomeno di rilevanza comune (ne siano esempio il tema proposto e curato dalla Antonelli “Broken Nature – Design Takes on Human Survival” per la XXII Triennale di Milano, alla mostra al MoMa sempre curata da Paola Antonelli “SAFE: Design Takes On Risk” del 2005, o nel caso di Alice Rawsthorn, le serie “Design in a Crisis” e “Design in a Pandemic”) – nasce questo progetto destinato a diventare anche un libro.
* dall’intervista a cura di Joseph Grima per il “Decamerone” della Triennale
Festival “Bottom Up!”. Illustrazione originale Victoria Semykina
“Siamo in uno di quei passaggi in cui i “matti” hanno molta più lucidità di quelli normali, generando idee che sono a un tempo poetiche, meravigliose e anche – in alcuni casi – molto convincenti. Paradossalmente, sono proprio gli sguardi irregolari ad aprire le strade verso visioni generative aperte verso il futuro”.
Maurizio Cilli e Stefano Mirti *
Per l’edizione 2020 del Festival di Architettura, l’ordine degli Architetti di Torino ha assegnato la curatela del festival al progetto “Bottom Up! – Quando la città si trasforma dal basso” redatto da Maurizio Cilli e Stefano Mirti, vincitore del bando di concorso che era stato indetto, per dare una nuova natura al festival.
A chiusura del lavoro svolto per un anno, la parte pubblica del festival era prevista a Torino per i primi di maggio. Naturalmente, a fine marzo viene decretata l’impossibilità a mantenere in calendario gli appuntamenti pubblici come erano stati progettati.
I direttori però decidono di non cancellare il festival, ma bensì trasformare la formula di presentazione al pubblico, e svolgere ugualmente il festival in formato digitale.
Recita il comunicato stampa:
“Il sopraggiungere dell’emergenza sanitaria non determina semplicemente il trasloco di Bottom Up! su format 100% digitali e il rinvio delle campagne di crowdfunding all’autunno: è anche l’occasione, infatti, per ridefinire gli obiettivi del festival che mantenendo il suo carattere sperimentale si trasforma in un osservatorio, un laboratorio di idee sul futuro dopo la fine del lockdown. Al centro della riflessione, in particolare, le ricadute sull’organizzazione dei contesti urbani, sulla progettazione degli spazi abitativi e sulla vita delle comunità. Via libera quindi alle “intuizioni spontanee” della comunità di Bottom Up! che, in questo momento, diventa ancor più coesa e partecipata”.
Ogni settimana uno dei progetti selezionati per il festival viene presentato dagli autori e poi i due direttori invitano due o tre ospiti che possano contribuire utilmente al dibattito sul tema del festival – trasformare la città dal basso – e anche al dibattito in corso nella società in generale, sul ruolo e il destino del design come disciplina, in un mondo in rapidissima ed inaspettata trasformazione.
Grazie alla soluzione digitale, gli ospiti, così come il pubblico partecipante, possono partecipare anche da fuori Torino e questo arricchisce e estende la conversazione in modo potenzialmente illimitato.
La nuova formula del festival prende forma man mano, fino a presentare le caratteristiche di un vero e proprio format, con tanto di grafiche dedicate, sigla iniziale, contributor fissi.
Parte del processo di costruzione in divenire, della nuova formula del festival, è anche la nascita del progetto a latere, intitolato “Bottom up! Voci” – piattaforma collaborativanata per raccogliere tracce di progetti e visioni, di design commissionato e a volte spontaneo, in coincidenza dell’esplodere della pandemia – di cui abbiamo trattato in dettaglio in precedenza.
Rem Koolhaas, Asian Cities of tomorrow, SMLXL, 1995 Courtesy of the Office for Metropolitan Architecture (OMA)
“Proprio come in un racconto fantastico, le città sono scomparse: per difendersi da un nemico invisibile ma potente hanno scelto l’esilio, si sono messe al bando dichiarandosi fuorilegge e ora giacciono ai nostri piedi come in un museo archeologico o un diorama. Per difendere le vite dei propri abitanti, le città hanno commesso suicidio”.
Emanuele Coccia *
La pandemia ha trasformato la vita urbana in modo molto eclatante nei mesi in cui quasi tutte le città del mondo hanno imposto un lockdown, più o meno serrato e poi via via in modo meno impattante, con la ripresa della mobilità e delle attività economiche.
Nell’ipotesi di alcuni sociologi – citiamo per esempio l’articolo di William Davies su The Guardian: “The last global crisis didn’t change the world. But this one could” – queste trasformazioni potrebbero, come mai prima dell’epoca moderna, arrivare ad alterare le strutture di alcuni modelli economici e di vita.
E’ certo, comunque, che questo arresto abbia accelerato, anche in materia di studi pianificazione sociologia ed economia delle città, le riflessioni e rivendicazioni intorno all’abitare e al convivere nelle città, che il tema già sollevava in modo sempre più pressante.
Seppure in crescita costante, è cosa assodata che quasi tutte le città presentassero già prima di questa emergenza, elementi di crisi o di esasperazione tali da renderle al limite del vivibile, soprattutto per certi gruppi sociali.
Ben prima dell’esplosione della pandemia, diverse comunità urbane in tutto il mondo rivendicavano il diritto a trovare soluzioni abitative a costi accessibili e in generale reclamavano costi della vita inferiori e piani più forti per affrontare il cambiamento climatico e in direzione di uno sviluppo sostenibile.
Alcune metropoli, divenute ormai quasi inaccessibili, come New York, vedevano persino i residenti lasciare la città, in modo strategico, a volte, ma più spesso forzato.
Proprio a New York, al museo Guggenheim e proprio su questo tema – tanto da suonare quasi come un funesto presagio – aveva aperto il 20 febbraio la mostra curata dall’architetto di fama internazionale Rem Koolhaas insieme a Samir Bantal – direttore di AMO, il think tank dell’Office for Metropolitan Architecture (OMA) – intitolata “Countryside, The Future”.
La mostra, poi sospesa e riaperta in luglio, affrontava urgenti questioni ambientali, politiche e socioeconomiche, analizzando i cambiamenti radicali avvenuti in centinaia di anni, nei territori rurali, identificati come “campagna”, e mettendo in luce come questi rappresentino il 98% della superficie terrestre non occupata dalle città.
Rem Koohlaas presenta “Countryside, The Future”, al museo Guggenheim di New York, febbraio 2020
Se ne parla accesamente, in Italia, perché in aprile esce un’intervista di Cloe Piccoli a Koolhaas, su La Repubblica, intitolata “La campagna ci salverà”, in cui vengono molto ben presentati i temi e gli obiettivi perseguiti con le ricerca sui cui è basata la mostra al Guggenheim.
L’obiettivo della mostra, ripreso poi anche in un libro pubblicato da Taschen – “Countryside, Report” – è andare a stimolare la discussione sugli sviluppi nelle aree non urbane, creando un forte impatto di stravolgimento della percezione di questi territori. Non si immagina un mondo senza città, ma bensì un mondo che mette a sistema molto maggiormente sistemi di vita e sistemi economici diffusi al di fuori e in relazione con le città, per ottenere meno congestionamenti, meno esasperazione e più equità.
Per questo, la mostra si interroga anche su: “la concezione moderna del tempo libero, sulla pianificazione su larga scala da parte delle forze politiche, sui cambiamenti climatici, i fenomeni di migrazione, gli ecosistemi umani e non umani, la conservazione guidata dal mercato, la coesistenza artificiale e organica e altre forme di sperimentazione radicale che stanno alterando i paesaggi in tutto il mondo”.
Con la diffusione del Covid-19 e con tutte le conseguenze anche economiche e logistiche che la pandemia ha comportato, sono emersi in modo ancora più eclatante gli elementi di fatica e contraddizione che vivere nelle città comporta, soprattutto in termini di densità, di mobilità e di accessibilità e soprattutto è emersa la necessità certamente contingente di provare a rivedere i modelli di sviluppo delle città.
Messi di fronte alla domanda – che quasi ogni media e centinaia di panel e discussioni sul tema della città hanno rivolto a decine di esperti di pianificazione politica e storia urbana in tutto il mondo – se si possa immaginare in estinzione il modello di città contemporanea, tutti sono più o meno concordi nell’affermare che le città si riprenderanno e troveranno il modo di ripartire e crescere di nuovo, anche economicamente, seppur con aggiustamenti di vario tipo e con dei ricambi nelle attività economiche e nella costituzione dei gruppi abitativi.
Non tutti sono però dell’opinione che le città continueranno a crescere al ritmo o secondo il modello con cui crescevano fino a pochi mesi fa e molti – o quasi tutti – affermano che questo non sia né auspicabile, né sostenibile, né forse del tutto possibile.
Molte voci – e l’emergenza lo ha provato – sostengono che sia urgente disegnare dei modelli di crescita che enfatizzino l’inclusività, la sostenibilità e opportunità economiche eque.
Si dibatte molto della necessità di intervenire su progetti relativi alla mobilità che prescinda maggiormente dall’uso delle auto private, ma anche sulle questioni relative al sovraffollamento – a volte quasi al collasso – dei mezzi pubblici e sulle tante questioni irrisolte generate dal pendolarismo di massa.
Richard Florida – docente alla School of Management and School of Cities dell’Università di Toronto, prevede che assisteremo a una “urbanizzazione inversa”, un modello che è accaduto più volte nel corso della Storia, in seguito alle grandi crisi o al declino economico: una migrazione dalla città che potrebbe lasciare spazio ad artisti, creativi e classi socio-economiche inferiori per rivendicare la città che è stata loro portata via in decenni di gentrificazione, ma che se dovesse fallire, porterebbe ad una perdita nella varietà della vita urbana e a una conseguente perdita di interesse dell’agglomerato urbano.
Elenca, inoltre, undici punti di intervento che permetterebbero alle città di riprendersi e a convivere in parte, con la pandemia, oltre ad innalzare la qualità della vita per i suoi abitanti e mantenerle vivaci, con un mix di offerta e di composizione sociale.
Questi punti includono la diffusione del lavoro agile, il riconoscimento del valore del lavoro di molte categorie che svolgono funzioni indispensabili ma considerate di basso livello, ma include anche la messa a punto di azioni di protezione delle categorie impegnate nelle arti e nell’economia creativa: le città dovrebbero fornire consulenza e assistenza sulle procedure necessarie affinché queste categorie attualmente deboli non spariscano dal paesaggio urbano.
Rispetto alla migrazione dalla città, si sono aperti molti canali di discussione, tra chi la ipotizza in modo più funesto e chi cerca di enfatizzare i benefici che questo potrebbe comportare, sia in termini di sostenibilità sia di innalzamento della qualità della vita.
Stefano Boeri, intervistato da Brunella Giovara su La Repubblica, mette insieme diverse riflessioni sulla necessità di ripensare gli spazi nelle città, dando massima priorità alla possibilità di utilizzare e potenziare gli spazi aperti e gli spazi verdi, pianificando una mobilità sempre più green e sfruttando il patrimonio immenso, decisamente sotto sfruttato, che giace in molti borghi e centri abitativi rurali, in stato di abbandono. Accenna anche l’idea che siano le metropoli a studiare degli accordi di adozione e relazione diretta con alcuni di questi centri rurali, perché sia concretamente immaginabile e agevole per gli abitanti, una vita suddivisa tra campagna e città.
Sono riflessioni ragionevoli e piuttosto moderate, ma il titolo tipicamente scandalistico, che viene dato all’articolo –“Via dalle città, nei vecchi borghi c’è il nostro futuro”, fa sì che si generino molte polemiche di ritorno, alcune più semplicistiche, alcune molto ben argomentate. Un esempio di queste ultime, è l’articolo di Roberto Reale, pubblicato dal collettivo Cieloterra Design, intitolato “Dimenticate Koolhaas e Boeri: il nostro futuro è (nonostante tutto) nelle città”, la cui dissertazione è improntata a confutare l’illusorietà semplicistica dell’auspicio che si abbandonino felicemente le città, soprattutto rispetto alla complessità dei meccanismi economici che dovrebbero supportare queste scelte e agli interessi in gioco.
Entrano nelle critiche a queste ipotesi, anche tutte le note di scetticismo, che abbiamo visto, sulla reale efficacia dei rapporti lavorativi a distanza, in termini di creatività e innovazione.
I ragionamenti di Boeri, comunque non si limitano al semplice invito a lasciare le città, ma riguardano anche elementi di innovazione nei modelli di sviluppo delle città stesse, improntati sul decentramento e sull’inclusione di grandi aree verdi e sempre improntati sull’idea di innalzare la qualità della vita degli abitanti, oltre a ridurre l’impatto ambientale.
Il dibattito rimbalza persino tra i programmi radio e televisivi più popolari, tanto da concretizzarsi in un intervento di Boeri al programma televisivo “E poi c’è Cattelan” in prime time su Sky, di nuovo ripreso da RepubblicaTV con il titolo “La vita del futuro tra boschi e tetti: Stefano Boeri disegna le città di domani”. Intervistato da Alessandro Cattelan, Boeri presenta e schizza, brevemente, ma efficacemente, un esempio di modello di città del futuro, verde e diffusa su cui sta lavorando con il suo studio professionale, e alcuni spunti per ripensare sistemi di viabilità, di parziale autosufficienza, di relazione più equilibrata tra verde e costruito.
Stefano Boeri, ospite a “E poi c’è Cattelan”, su Sky, disegna uno schizzo di proposta di pianificazione per le città di domani, maggio 2020
Marca in modo deciso anche il tema dei tetti piani dei palazzi, come spazi ancora sottoutilizzati che in futuro potrebbero prendere un ruolo importante come quinta parete, utile per la socialità del condominio, per svolgere servizi (tipo la consegna dei pacchi mediante droni) e per aumentare le superfici verdi in città da dedicare, per esempio, a piccoli orti urbani.
Questo tema verrà ripreso spesso da Boeri, che si farà sfuggire, per esempio in dialogo con Giovanna Melandri per il “Decamerone” de La Triennale di Milano, l’intenzione di costruire in futuro una mostra a tema: “Roof”.
Molto spazio a questi temi dedica anche la Triennale di Milano, da quando Boeri ne è il presidente; basti pensare al tema della XXII Triennale del 2019, “Broken Nature: Design Takes on Human Survival, highlights”, a cura di Paola Antonelli e ai simposi che si stanno tenendo per definire la Triennale prossima del 2022, per la quale ci si propone l’obiettivo di riprenderne in parte l’approccio e le tematiche che si sono dimostrate molto urgenti e in parte anticipatrici di alcuni dibattiti ora molto accesi e pressanti.
Acquerello di Georg Ehret, raffigurante la classificazione delle piante secondo Carl Linnaeus, dal “Systema Naturae” (1736)
Riprende vari concetti, Coccia, tra cui questo della necessità di riflettere sulla società contemporanea, strangolata dalla convivenza esasperata, già espressi anche in un altro suo articolo, citato in apertura, diventato quasi un manifesto e intitolato “Rovesciare il monachesimo globale”: “lo spazio della convivenza, dovrà essere costruito a partire dalla trasformazione delle celle monastiche in cui siamo chiusi. È trasformando e rovesciando questo monachesimo globale che riscopriremo la vita pubblica, non solo ripopolando le vecchie città”.
Che una delle chiavi possibili per gestire al meglio il futuro della convivenza sul pianeta, stia nel ripensare i legami città-campagna è comunque un’ipotesi accreditata da più parti e rilanciata anche nell’articolo “Come cambierà completamente lo spazio, il cuore delle relazioni sociali” di Filippo Celata, che abbiamo già citato.
Si scrive anche di come la situazione di isolamento generata dal lockdown, in molte città, abbia paradossalmente creato o rafforzato dei legami prima quasi inesistenti, come quelli di vicinato – interessante un filone di articoli sul tema, comparsi su The Guardian – e di come sia necessario riflettere sui rapporti di comunità – legati per certi versi anche quelli della sharing economy – che si creano molto più facilmente in comunità di piccola dimensione; il che riporta, in qualche modo al tema dei piccoli centri abitati o a modelli abitativi diffusi su nuclei minori, che favoriscono questi legami e favoriscono la sopravvivenza di attività economiche di piccola scala.
Riflessioni in questo senso sono state fatte, come abbiamo visto, anche nell’ambiente dell’alta moda, rispetto ai danni di ritorno della globalizzazione dei sistemi di produzione, che illusoriamente hanno portato vantaggi grazie all’economia su larga scala, ma che si sono rivelati inefficienti, nel momento in cui la mobilità e i trasporti si sono drasticamente ridotti, o addirittura bloccati.
Anche in questo senso, sembra importante riflettere su modelli che tendano a un’organizzazione della società in nuclei abitativi ridotti e a dimensioni di autosufficienza.
Così, per esempio, Joel Kotkin – fellow alla Chapman University e direttore dell’Urban Reform Institute di Houston, nonché autore del volume: “The Coming of Neo-Feudalism: A Warning to the Global Middle Class”: “Man mano che più persone si spostavano verso la periferia, le città diventavano più sicure e più igieniche. Una strategia simile ci aiuterà in futuro. Una certa dispersione della popolazione potrebbe anche consentire la diffusione dei posti di lavoro e ridurre i costi degli alloggi urbani. La prossima generazione di periferie, tuttavia, dovrà essere progettata per emissioni inferiori, più lavoro da casa e spostamenti più brevi”.
Molto affascinante, comunque, vedere questi dibattiti invadere i media più diffusi e coinvolgere un pubblico molto più esteso di quello abituale, limitato normalmente quasi esclusivamente all’accademia e agli addetti ai lavori.
Interessante sarà vedere se, anche grazie al fermento che si è generato nella società civile – motivata da necessità di reazione concrete ed impellenti per far fronte alla crisi – anziché cercare unicamente di ripristinare le città come le abbiamo sempre conosciute, si avranno l’immaginazione, la visione e la forza di impatto, per trasformarle a favore e beneficio del bene comune, prima che si arrivi a vederle implodere, soffocate dagli interessi economici di un gruppo sempre più ristretto di persone, risolute a non vedere la caducità e la fragilità dei sistemi di capitalismo esasperato.
* dal “Diario 2022”, scritto per la Triennale di Milano 2022
In un’ora di dialogo, viene citato, analizzato e commentato quasi ogni aspetto del ruolo e dell’apporto che il design e l’architettura ricoprono – o potrebbero ricoprire – subito prima, durante e subito dopo la pandemia.
Non ogni argomento viene naturalmente approfondito – in alcuni casi si lanciano interrogativi cui non si ha il tempo di dare risposta – ma si citano tanti episodi, testi, mostre, accadimenti che sono vivissimamente al centro del dibattito in corso, sulle sorti della società contemporanea e si portano molte importanti riflessioni su vari argomenti che vengono invece dibattuti con attenzione, fornendo moltissimi spunti per andare ad approfondire separatamente aspetti molto pregnanti dell’intero discorso.
E’ indubbio che le discipline collegate al design, all’architettura e alla progettazione di spazi a piccola e grande scala, abbiano goduto di un momento di autentico fermento intellettuale e di un’attenzione che raramente si è manifestata in modo così pressante, in un tempo così concentrato.
Un’onda di autentica ed urgente necessità di progettare, ripensare e reinventare spazi e modi d’uso di oggetti già esistenti, ha reso improvvisamente dinamiche e popolari, delle discipline che necessitano normalmente di tempi lunghi e che sono spesso accusate di arroccarsi in un terreno di speculazione intellettuale o in pieghe di superfluo.
A piccola scala, in parte, è stato davvero fondamentale l’apporto di soluzioni di design che in tempi ridottissimi hanno risolto, per esempio – caso notissimo – la necessità di avere un numero elevato di respiratori per le unità di terapia intensiva, andando a modificare delle semplici maschere da snorkeling, divenute immagini iconiche di questo periodo storico, o quella di garantire separazione, distanziamento e non contaminazione reciproca, nel vivere quotidiano – si pensi anche solo al design di segnaletica e comunicazione visiva.
Molto esaltante è stato seguire il proliferare di progetti, prototipi e rendering di oggetti inventati e disegnati al volo per venire incontro alle moltissime necessità organizzative e spaziali: proposte reali o spesso anche non realistiche, ma meravigliosamente visionarie – una nutrita raccolta di questi progetti è curata dalla piattaforma collaborativaBottom Up! Voci, nata nell’ambito del festival di Architettura di Torino “Bottom Up!” – che hanno sprigionato un potenziale enorme di visioni per il futuro e hanno rilanciato il ruolo della progettazione che andava un po’ spegnendosi, o perdendo di autorevolezza, spesso a favore o a causa dell’illusione che soluzioni di innovazione puramente tecnica possano essere sufficienti ad affrontare l’evoluzione della storia e della società.
Partendo da alcuni esempi concreti, come quello visto in precedenza del respiratore modificato grazie ad una stampante 3D, si dibatte di come possa e deva trasformarsi l’approccio alla progettazione e al design, volendo dare un ruolo più pregnante ai mezzi digitali.
Molto interessante, per esempio, la già citata discussione su questo tema, emersa nell’intervista di Pietro Corraini al designer Massimo Temporelli su Instagram live, per il ciclo curato da Base Milano, in cui si commenta, tra le altre cose, il potenziale non ancora sfruttato appieno delle stampanti 3D.
Nella frenesia della corsa all’innovazione, infatti, si è assistito spesso all’immissione sul mercato di nuove tecnologie che introducono nuove possibilità che spesso non si ha il tempo di sviscerare, o che necessiterebbero di un approccio alla progettazione nuovo e diverso, per essere sfruttate in modo veramente efficace e innovativo.
Il raro momento di pausa forzata ha regalato in qualche caso il tempo, a chi ha saputo sfruttarlo al meglio, per avviare alcuni esperimenti, o almeno alcune riflessioni su questo tema.
Molto più pregnante dei progetti espressi in tempo di pandemia, è stato effettivamente proprio lo slancio che ha avuto la discussione, che si è grandemente accesa e diffusa, intorno alle discipline stesse del design e dell’architettura, o intorno alla necessità di ripensare – nel presente e per il futuro – spazi privati e pubblici e, di conseguenza, di rivedere il modo di leggere e progettare spazi, funzionalità, modi d’uso.
Questa necessità sembra essere sentita, diversamente dal solito, non solo tra gli intellettuali, tra i critici o tra gli accademici; forse per la prima volta nella nostra epoca si sente, anche a livello comune, il bisogno di interrogarsi su queste questioni.
Improvvisamente si ha l’impressione che il disegno e la progettazione di uno spazio possano determinare la sopravvivenza o meno di una comunità e per la prima volta c’è un bisogno concreto e quotidiano di inventare oggetti e soluzioni, cui solo il design può dare un’immediata risposta o l’illusione di poter superare ogni inedito ostacolo al vivere quotidiano.
Così, timidamente, anche la progettazione urbana, relegata abitualmente ai tavoli tecnici e ai dibattiti accademici o tra addetti ai lavori, riesce ad attrarre l’attenzione dei riflettori.
Si inizia a riflettere sulla opportunità di poter abbracciare modelli di vita alternativi a quelli della vita in città, senza dover dismettere certe attività lavorative, o come trasformare le città stesse per avvicinarsi ad una dimensione a misura d’uomo.
Si vedono concretizzare – anziché vederli dibatterne a vuoto, com’è stato per anni – alcuni interventi immediati per modificare la viabilità o l’uso degli spazi pubblici nelle città, siano questi lunghi tratti di piste ciclabili pop-up, o interventi per accrescere lo spazio disponibile ai pedoni.
Fa notare Zucchi, come l’avvento e l’enorme diffusione del digitale, abbiano svuotato in qualche modo la necessità di una progettazione della distribuzione degli spazi nel dettaglio: l’integrazione dei mezzi elettronici nella quotidianità, la connessione wi-fi e i protocolli immateriali, hanno cambiato anche i modi di lavorare ed il rapporto tra le persone e tra le persone e gli spazi, rendendo tutto più fluido e più imprevedibile.
“Ciò che non è cambiato è la necessità di luce e di certi servizi comuni di base: scale, ascensori, bagni…”, fa notare Zucchi, “per cui uno spazio ben ‘tagliato’ sarà sempre utile, mentre uno spazio progettato troppo nel dettaglio, rischia di divenire spesso o velocemente inadeguato”.
Mette in guardia, inoltre, rispetto alla tentazione di voler ripensare e riprogettare per intero i modi dell’abitare e della convivenza, anche dai tempi dilatati dell’architettura e più ancora della progettazione urbana, cioè il fisiologico tempo di inerzia inevitabile in queste discipline, che non permette di reagire in piena velocità alle veloci mutazioni della società e meno ancora delle emergenze: “Il tema del continuo riaggiustamento è quello che De Carlo chiamava spazio-società”, dice Zucchi “e che io ho definito il fenomeno della doccia da campeggio: che tarda a scaldarsi, invogliando a girare la manopola per aumentarne la temperatura, finché diventa troppo calda e poi per il processo contrario troppo fredda e, in definitiva, sempre fuori tempo e fuori luogo, rispetto ai desiderata”.
Propone quindi, Zucchi, nella progettazione contemporanea, di incentrare l’attenzione più sulla fluidità e versatilità degli spazi.
In questa ottica, può risultare quasi più incisivo l’intervento dei designer nel prendersi l’incarico di studiare complementi di arredo che permettano di parcellizzare gli spazi, variandone ex post le dimensioni e le caratteristiche; come emerge anche da un interessante intervento dell’architetto Adelaide Testa al festival di architettura di Torino, “Bottom Up!”, che fa notare come durante il lockdown le residenze di ognuno siano divenuti degli spazi improvvisamente multifunzionali e addirittura anche degli improvvisati set televisivi, seppur con maggiore o minore fortuna nei risultati e come da questo derivi ora la grande necessità di approfondire il tema e includere in futuro anche questo aspetto nella progettazione.
In linea con questo approccio è anche l’intervento, per lo stesso festival, di Alessandro Mininno – fondatore di Gummy Industries, conosciuta agenzia di comunicazione – che nota e commenta molto puntualmente le trasformazioni fisiche e relazionali che già si intravedono nel futuro prossimo degli studi professionali – in seguito all’accelerazione dell’uso del digitale – usciti dal lockdown con la nuova consapevolezza di non avere la necessità stringente di tenere i rapporti lavorativi esclusivamente di persona, né quella di vedere tutti i collaboratori condividere quotidianamente degli spazi tradizionali di lavoro.
Si discute naturalmente moltissimo e se ne discuterà per molto ancora, di come rimodulare gli spazi di lavoro e dell’abitare, quando per la prima volta massicciamente si sovrappongono e si confondono, ma anche della riorganizzazione del lavoro e delle conseguenze fisiche, economiche e logistiche che queste nuove modalità agili, ormai arrivate per restare, avranno sulla società e sul mondo del lavoro in generale.
Gli aspetti da esaminare, sono infatti molteplici e non solo tecnici.
La filosofa Gloria Origgi, per esempio, intervenendo al ciclo di incontri organizzato dalla Compagnia di Sanpaolo ed intitolato “Relazioni – Idee per un futuro partecipato”, pone l’attenzione sul tema scottante della privacy, nell’accezione della dimensione privata di una persona nel proprio spazio vitale, messa in questione dell’iperconnessione in digitale, accelerata dai giorni del lockdown.
Luca Morena – fondatore di Nextatlas, servizio di previsione data-driven per brand e agenzie – segnala come la progettazione di spazi e ambienti virtuali andrà sempre maggiormente ad integrare quella di spazi e oggetti reali. “I designer dovranno tenere sempre maggiormente in conto anche le dinamiche di psicologia comportamentale” nota Morena “e dare il proprio apporto intellettuale alla impellente necessità di costruzione di un nuovo immaginario per nuove dinamiche di evoluzione della società”.
Non solo gli spazi privati e pubblici vanno ridefinendosi, infatti, ma molti spazi tendono a divenire progressivamente immateriali.
Integrazione del digitale nel design, sottolinea ancora Luca Morena in una bella intervista andata in onda su FuorisaloneTV, non significa quindi solo integrazione del mezzo nella progettazione, ma anche acquisizione del linguaggio e della forma mentis dell’intelligenza artificiale, che può offrire molte risorse, possibilità, opportunità e aspetti caratterizzanti (features) ancora parzialmente inesplorati e altri ancora in fieri.
Anche uno sbilanciamento eccessivo verso il digitale come sistema dominante, è però in discussione.
Cino Zucchi esprime varie riserve in merito e si trova – a suo dire, per un raro caso – d’accordo con le note presentate da Carlo Ratti – architetto e direttore del Senseable City Lab presso il MIT di Boston – ad un panel organizzato dall’Ordine degli Architetti di Torino, avente titolo “Ripensare la convivenza” e riportate poi da Ratti in più di una discussione pubblica sul tema.
Ciò che viene paventato, non è semplicemente il venire a mancare della dimensione esperienziale che si vive di persona – come abbiamo visto parlando di musica, di arte e di moda, di fronte alla prospettiva che gli eventi siano sempre meno svolti dal vivo e in presenza – ma dei rapporti spontanei e dei legami imprevisti che sono di particolare giovamento ai processi di creatività e innovazione.
Carlo Ratti, scrive sul tema un articolo intitolato “Smart working? Per tornare a crescere dobbiamo rientrare in ufficio” e così Cino Zucchi riflette sulla insostituibilità della fortunata casualità – cosiddetta serendipity – che gli algoritmi non sanno (ancora) produrre.
A tal proposito anche Alessandro Bollo, in qualità di direttore del Polo del ‘900 a Torino, centro culturale aperto al pubblico, di fronte alle restrizioni nell’utilizzo degli spazi, ai percorsi di fruizione forzati e alle capienze limitate, in un interessante incontro organizzato a fine maggio da Laboratorio Civico Torino, a tema “Ripensare la cultura nello spazio urbano” si interroga sulla sfida di ritrovarsi a dover quasi progettare la serendipity che rischia di venire a mancare.
La connessione tramite piattaforme video, social media, sistemi di posta elettronica e chat, è infatti garantita ed efficiente soprattutto verso i rapporti sociali che il sociologo Mark Granovetter ha definito nel 1973 – spiega Ratti – come “legami forti”, quelli afferenti cioè, alle relazioni strette e consolidate.
La possibilità o la probabilità che con gli stessi mezzi si possano generare e nutrire dei “legami deboli”, cioè delle conoscenze occasionali nate in modo del tutto casuale, o intorno a degli interessi comuni non conosciuti a priori – quello che Rati definisce il café effect – è invece molto molto ridotta.
Il laboratorio diretto da Carlo Ratti, conduce una ricerca per andare a verificare questa ipotesi, lavorando sulle dinamiche delle connessioni sociali nel campus del MIT, durante il periodo di lockdown e i risultati della ricerca potrebbero verificare questa ipotesi.
Sebbene non si possa escludere che in futuro sarà possibile imitare la serendipity che rende così imprevedibili e a volte particolarmente significativi questi incontri, per ora, le piattaforme online non sembrano ideali per generare queste opportunità.
Il rischio è che con questo si vadano ad impoverire, come accennato, i processi di creatività e innovazione che molto si giovano del mix culturale, disciplinare ed esperienziale.
Fattore Q, sgabello da passeggio. Courtesy: Bottom Up! Voci
In un’interessante intervista sul tema, Mark Zuckerberg – che pure pare ipotizzare un futuro in cui la sua impresa avrà un numero molto consistente di lavoratori che lavoreranno 100% in remoto – nell’elencare i vantaggi che può portare lo sfruttamento massimo della connessione via internet per il lavoro agile, cita però più volte la questione del rischio della perdita di affiatamento e spontaneità, nei rapporti o di perdita del mix e ricorda anche che per i collaboratori con posizioni lavorative non ancora consolidate all’interno di un’azienda, il fatto di non lavorare faccia a faccia, o radunati in un luogo fisico, possa risultare molto difficile, o poco efficiente.
Tra i progetti di design e quelli che si prefiggono di catalogare i tanti episodi di interesse intorno alla disciplina del design, in questa breve e strana epoca – di cui alcuni sono stati già citati in altre sezioni di questo testo – vale la pena fare ancora un cenno ad un progetto nato in conseguenza della pandemia e messo a punto da Paola Antonelli – curatrice del settore design per il MoMa di New York e dalla giornalista e critica Alice Rawsthorn – ed intitolato“Design Emergency”.
Citiamo infine – e ne parleremo diffusamente più avanti – il festival di architettura di Torino, “Bottom Up!”, previsto in calendario per i primi di maggio 2020, che, per volere dei due direttori Maurizio Cilli e Stefano Mirti, compie una scelta pionieristica, probabilmente caso unico in Italia e forse in Europa: il festival non viene cancellato, ma trasforma la propria formula di svolgimento diventando interamente online.
Sembra banale, oggi, ma non lo è se si considera che l’annuncio è stato dato intorno al 20 marzo, quando da ogni istituzione, arrivavano solo annunci di cancellazioni o posposizioni a date da destinarsi.