Il progetto vede coinvolti notissimi fotografi di diversa provenienza e diversa poetica, chiamati a contribuire a ciò che vuole costituirsi come piattaforma multimediale e archivio di immagini a documentazione della pandemia.
Si tratta di un progetto aperto, che intende proseguire oltre questo periodo specifico, arricchendosi costantemente di materiali relazionati al tema.
Il materiale è suddiviso per ora in sette sezioni – l’ultima delle quali intitolata “La nuova normalità” – che ritraggono aspetti diversi del fenomeno: l’emergenza sanitaria, il contraccolpo economico, i sacrifici sociali e le conseguenze personali; “Molte storie copriranno più soggetti” si legge sul sito “a volte sovrapposti. Perché, in momenti critici come questo, le categorie e le denominazioni hanno contorni poco definiti, proprio come ci sembra di percepire la nostra vita nel momento attuale”.
Interessante l’idea di affiancare a contenuti autoriali, alcuni di altissimo livello (alcuni dei contributors sono, per esempio, fotografi per Magnum Photos), anche altri totalmente spontanei raccolti per esempio sui social media, che hanno giocato un ruolo chiave specialmente nei due mesi in cui quasi nessuno poteva muoversi liberamente.
In appendice, anche articoli, documenti e scritti provenienti da diverse fonti giornalistiche.
* Storico fotografo della scuderia Magnum Photos, noto per la sua documentazione di guerre e conflitti.
Still dal video”Vela Scampia” di Luciano Romano (2020). Courtesy: Museo MADRE
“In questi giorni il nuovo ‘Metro di zucchero’ che ho in studio è fermo, i bar sono chiusi, niente caffè, niente bustine, niente opera; nel frattempo un metro è diventato anche un’ulteriore unità di misura, quella della distanza tra persona e persona. Quando questo metro di distanza tornerà ad accorciarsi e scomparire, allora il metro del Metro di zucchero tornerà ad allungarsi e l’opera sarà”.
Francesco Arena *
Alla chiusura delle sedi pubbliche, varie istituzioni culturali, rendendosi conto di dover mettere a punto un’idea per non interrompere la propria attività di produzione di cultura, hanno deciso di provare a coinvolgere, a volte nell’ideazione, a volte nella realizzazione di un’idea progettuale, la rete di attori costruita in anni di attività.
Così, il MADRE, Museo d’arte contemporanea Donnaregina di Napoli, che in seguito alla chiusura straordinaria iniziata a marzo, ha invitato artisti e creativi, tra quelli legati storicamente al museo e altri, coinvolti tramite una call, a reinterpretare alcune parole e temi chiave legati al tema della pandemia e al momento di incertezza in cui è precipitata l’umanità: vicinanza, distanza, casa, isolamento, comunità, quarantena, famiglia, relazioni, trasmissione, solidarietà, contagio, spazio, confine, corpo, regole, abitudini, limite, contatto, mutazione, emergenza, abbraccio, opportunità.
“Metro di zucchero. 78 giorni tra parentesi“, Francesco Arena (2018). Courtesy of the artist
L’iniziativa è stata intitolata “#iorestoacasa con…”, riprendendo l’hashtag della campagna nazionale che invita a restare il più possibile isolati nelle proprie abitazioni.
Alcuni hanno prodotto dei lavori ad hoc, altri hanno proposto lavori precedenti legati ai temi proposti.
Tutti i materiali in formato digitale – video d’arte, fotografie, videodocumentazioni di performances, brevi racconti – sono disponibili e visionabili sul sito del museo.
“Madre”, Marzia Migliora (2020). Courtesy of the artist and Galleria Lia Rumma, Milano Napoli
* Artista; figura tra gli artisti quelli coinvolti nel progetto
“Tik Tok può essere accusato di essere di basso livello, ma nei musei facciamo attività intellettuali e serie tutto il tempo e abbiamo pensato che se avesse funzionato, avrebbe potuto essere un’esca per invitare all’apprendimento“
Carnegie Museum of Natural History in Pittsburgh *
Le Gallerie degli Uffizi, a Firenze diventano inaspettatamente un caso, durante il lockdown.
In conseguenza della chiusura del museo e non potendo prevedere quanto questo stop sarebbe durato, il direttore Eike Schmidt, come molti altri direttori di grandi musei intuisce la necessità di intensificare la comunicazione con il pubblico tramite i canali dei Social Media che in quei giorni sembrano essere gli unici efficaci nel sopperire all’impossibilità della maggior parte dei cittadini, di muoversi e frequentarsi di persona.
Il museo già dispone di un account Instagram e di uno Twitter, ma clamorosamente non di uno su Facebook e il tema della comunicazione con il proprio pubblico via Social Media non era mai veramente stato affrontato fino a questo momento: “Eravamo praticamente nell’età della pietra”, ammette Eike Schmidt, parlando del precedente rapporto del museo con i social media.
In marzo viene dunque aperto un account Facebook che il direttore decide di lanciare personalmente con un breve video in cui esprime l’intenzione di avviare un lavoro quotidiano sulla pagina – anch’egli riprendendo il tema del Decamerone.
Parallelamente, si decide per l’apertura di un account anche su Tik Tok, Social Media utilizzato quasi esclusivamente dai giovanissimi, che nei giorni di lockdown sembra essere prediletto come mezzo per superare i lunghi momenti di noia.
Racconta il New York Times, in un grande articolo dedicato a questa vicenda, che incaricata di aprire e gestire questo account sia stata una delle impiegate dell’ufficio amministrazione, Ilde Forgione, che ha dato la sua disponibilità ad occuparsene, poiché molto appassionata di Social Media.
Una delle Stories di TikTok dell’account @uffizigalleries – “Quanto manca al 2021?”
Particolarmente brillante effettivamente l’intuizione di aprire l’account su Tik Tok, dal momento che il Social Media aveva annunciato proprio in aprile di voler investire sulla presenza delle istituzioni di cultura ed educative, offrendo a quelle già presenti collaborazioni con influencers e mettendo a disposizione un fondo di cinquanta milioni di dollari per dare sovvenzioni a questi utenti, perché realizzino contenuti di questo tipo (mentre in maggio ha annunciato una partnership con Bill Nye e Neil deGrasse Tyson – i Piero e Alberto Angela d’America – perché mettano a punto una serie di post educational).
Immagini tratte da una delle Stories di TikTok dell’account @uffizigalleries – “Medusa VS Coronavirus”
Certamente questo ha fatto sì che il contenuto proposto dal museo venisse esposto agli utenti, da parte della casa madre, in modo particolare.
Bisogna dire, però, che gran merito ha avuto l’incaricata di gestire l’account, che – con l’aiuto, pare, di due giovanissimi cugini e dei figli adolescenti dei colleghi – ha saputo incontrare il giusto tone of voice e il linguaggio che più autenticamente domina su Tik Tok, nonché un brillante accompagnamento dei video con brani musicali molto in voga in Italia e celebri citazioni da dialoghi cinematografici, abbinati magnificamente alle gag spesso proposte dai brevi video. Questo approccio, tranne rari casi, non è certo quello tipico dei musei sulle piattaforme dei Social Media e ciò ha contribuito a determinare un successo incredibile dei piccoli video proposti dagli Uffizi: alcuni di questi son diventati in breve virali, facendo crescere rapidissimamente il numero di follower. Aperto il 28 aprile, l’account contava a fine giugno 22.000 followers e a fine agosto 53.000 followers.
IlCastello di Rivoli. Courtesy: Museo d’Arte Contemporanea Castello di Rivoli
“Nell’emergenza pandemica l’arte svolge un ruolo fondamentale, essendo la natura dell’arte fondata sull’incertezza”
William Kentridge*
La direttrice del Museo d’Arte Contemporanea del Castello di Rivoli, Carolyn Christov-Bakargiev, in collaborazione con Gianluigi Ricuperati – autore torinese e consulente del museo – avvia in marzo un progetto intitolato “Digital Cosmos / Cosmo Digitale”, curato nel suo insieme da Giulia Colletti, che la direttrice definisce: “Una nuova sede del museo, che contiene opere d’arte create appositamente per il mondo digitale”.
Si tratta di una sorta di archivio curato, che si propone di raccogliere episodi di diverso genere, provenienza e natura: da filmati di repertorio provenienti dall’archivio del museo, a lavori di artisti, in digitale, a testi, video documentazione di lavori artistici di diversa natura, o video commissionati per arricchire questo progetto…
Castello di Rivoli con FAUST e libreria Luxemburg, poster per “Glass-Nost”
Questo progetto germogliava già prima dell’inizio del lockdown, ma certamente l’urgenza di dotarsi della possibilità di offrire al pubblico del materiale e una connessione, anche al di là della frequentazione fisica del museo, ha costretto a guardare a questa sezione con una prospettiva diversa, che non sia limitata alla raccolta di materiale, ma sia integrata dalla produzione di nuovi contenuti e virtual experiences.
Una prima conseguenza è l’ideazione, in aprile, di un prodotto digitale ad hoc: una serie di cinque videointerviste registrate fisicamente a cavallo tra gli spazi esterni ed interni della Libreria Luxemburg di Torino, in maggio, a ridosso della fine del periodo di lockdown e intitolata Glass-Nost – social reality digital club.
La serie – ideata sempre dalla direttrice del Castello di Rivoli insieme a Gianluigi Ricuperati, in collaborazione con la Libreria Luxemburg e con Faust – gioca col formato ormai consueto delle interviste via Instagram live, innestando un elemento di presenza fisica, che da più di due mesi si era perso: Carolyn Christov-Bakargiev e Gianluigi Ricuperati siedono tra strada e vetrina e si collegano via Instagram con gli intervistati, dando modo così di ascoltare le interviste anche ad un pubblico “in presenza”.
Castello di Rivoli con FAUST e libreria Luxemburg, serie “Glass-Nost” su Instagram live
Così è descritto il progetto da Gianluigi Ricuperati: “Nei singoli episodi, due persone fisicamente a Torino, una all’interno e l’altra all’esterno della vetrina della libreria, comunicano attraverso il vetro con una terza persona collegata in remoto, che non si trova nella stessa città, attorno alla questione della separazione dei corpi durante il lockdown dovuto all’emergenza sanitaria in corso. Il progetto, da un punto di vista dell’allestimento, spazializza la riflessione sull’isolamento nelle relazioni umane”.
* William Kentridge in conversazione con Carolyn Christov-Bakargiev, direttrice del Castello di Rivoli
“Very simply: viruses come, but viruses go. Art is long”
Jerry Saltz *
La Triennale di Milano ha aperto i giochi, come abbiamo visto. A seguire, molte istituzioni culturali, musei, riviste, portali del mondo dell’arte propongono in marzo aprile e maggio delle programmazioni di interviste via Instagram live.
Abbastanza semplicemente, possiamo dire che lo scarto di interesse si giochi sulla qualità degli ospiti e del tono delle interviste.
Il formato è sostanzialmente equivalente e vede intervistati direttori di musei, curatori, galleristi, artisti, critici, collezionisti, esperti di comunicazione soprattutto in ambito digitale, con i quali si cerca di esaminare la situazione anomala e i nuovi fenomeni che si registrano nel loro ambito di riferimento, le loro visioni, proiezioni e progetti, oltre alle preoccupazioni contingenti, nel momento dell’emergenza mondiale e sulle scommesse per il futuro del dopo emergenza.
Si rivela questa un’opportunità eccezionale e molto rara, per esprimere con sincerità anche i propri dubbi su diverse pratiche affermate e accettate dal mondo dell’arte e della cultura, fino al momento prima del lockdown, che hanno esasperato certi sistemi e, guardandosi indietro, risultano autoreferenziali e in molti casi non sostenibili per un tempo tanto più lungo.
Com’è stato per il mondo della moda, la possibilità di muovere critiche anche molto dure, è permessa dall’enormità del pericolo percepito e dall’emergenza sanitaria, che mettono improvvisamente in valore assoluto certi principi e certi rapporti e liberano la possibilità di essere critici e più sinceri su alcuni nodi di difficoltà e di sproporzione cui ci si è in molti casi adattati, proprio malgrado, per non essere lasciati indietro dal sistema generale.
Flashart, serie “Mental Escapes” su Instagram live [Screenshot]
“Mental Escape” si definisce come: “Una serie di interviste dal vivo che esplorano come il mondo dell’arte risponde alle sfide odierne. In diretta streaming dall’account Instagram di Flash Art, Alexandre Stipanovich intervista artisti, curatori, galleristi, critici e collezionisti sulle loro speranze, paure, dubbi, visioni e progetti su cui scommettono per il momento in cui sarà passata l’emergenza”.
Artribune, serie “10 alle 10” su Instagram live
Artribune organizza una serie intitolata “10 alle 10” che va in diretta via Instagram live due volte alla settimana, alle ore 22.00. Il direttore Massimiliano Tonelli, che cura direttamente le interviste, così la definisce: “10 alle 10 è il nuovo format di interviste che vi fa conoscere i protagonisti del sistema dell’arte, chi sono e cosa stanno facendo per tenere viva l’arte e la cultura in Italia durante questo periodo di quarantena”.
exibart, serie “exibart.livetalks” su Instagram live [Screenshot]
Infine, la programmazione messa a punto da exibart, intitolata “exibart.livetalks” cha va in onda sempre via Instagram live tre volte alla settimana, con una serie di interviste condotte dal direttore Matteo Bergamini; motto: “Interviste face to face con i protagonisti e le protagoniste del mondo dell’arte e della cultura”.
Questa serie svetta per essere una delle più complete, per la varietà di ospiti, di temi e di spunti emersi.
Formafantasma, serie “Antenna fantasma” su Instagram live
“Quando pensiamo al legno, pensiamo istintivamente ad un materiale di per sé sostenibile, ma non dobbiamo dimenticare che qualunque cosa facciamo nel mondo, ha un impatto. Il titolo “Cambio” è un augurio di cambiamento nel modo in cui il design e la produzione vengono affrontati oggi“
Formafantasma *
Come sempre accade, in coincidenza di grandi eventi devastanti, si rilevano alcune coincidenze sorprendenti in vari ambiti, tra cui naturalmente anche quello culturale.
Nel mondo della cultura europea di matrice italiana, tre coincidenze vengono messe in luce come particolarmente significative, all’esplodere della pandemia: la pubblicazione, nel novembre 2019, del volume“Metamorphoses” del filosofo Emanuele Cocciache evidenzia come tutta la vita sulla terra sia un fatto metamorfico dove ogni elemento è strettamente interconnesso e come ciò riguardi anche i virus, le cui mutazioni possono innescare reazioni i cui effetti non sono del tutto prevedibili – l’esperienza appena conclusa, nel settembre 2019 della Triennale di Milano XIII intitolata “Broken Nature: Design Takes on Human Survival” curata da Paola Antonelli – che intendeva evidenziare il concetto di progettazione restaurativa e analizzare lo stato dei fili che collegano gli esseri umani ai loro ambienti naturali, alcuni dei quali del tutto recisi – e l’apertura a Londra della mostra “Cambio” del duo di artisti Formafantasma.
Quest’ultima è stata concepita intorno al tema della governance dell’estrazione del legname dalle foreste – diventata una delle più grandi industrie del mondo sia in termini di entrate che genera, sia per l’impatto che ha sulla biosfera del pianeta – proponendosi di rappresentare un’indagine attraverso il mondo della scienza, della conservazione, dell’ingegneria e del policy making, per mettere in luce il ruolo che il design può svolgere nel plasmare un futuro migliore e più sostenibile.
Formafantasma, “Val di Fiemme, Italy” 2019. Dalla mostra “Cambio”, Serpentine Gallery, 2020. Courtesy: Formafantasma
I Formafantasma (Andrea Trimarchi e Simone Farresin) sono designer che hanno dato sempre spazio, nella propria pratica, all’analisi delle responsabilità ecologiche e politiche imputabili alla loro disciplina.
In questo caso, “Cambio”, dal latino medievale cambium, ‘cambio, scambio’, fa riferimento all’utilizzo del legno da parte degli esseri umani, per le catene di approvvigionamento atte a supportare la sopravvivenza dell’umanità, all’evoluzione del suo utilizzo e al futuro della sopravvivenza di quel materiale in relazione al consumo umano.
Inoltre, “Cambio” si riferisce allo strato cambiale, una membrana che corre attorno al tronco degli alberi, producendo legno all’interno, una registrazione del passato dell’albero e della corteccia all’esterno, permettendogli di continuare a crescere.
Formafantasma, video presentazione della mostra “Cambio”, Serpentine Gallery, 2020 [Screenshot]
Nel video di presentazione della mostra, Andrea Trimarchi e Simone Farresin si augurano che la mostra generi l’opportunità di avviare delle conversazioni sul tema, anche al di là della mostra stessa.
Ed effettivamente l’approccio olistico di questo lavoro, così presente in tanti dei dibattiti che si scatenano alla presa di coscienza della portata dell’emergenza in corso – induce la Serpentine Gallery, in seguito alla chiusura dello spazio e della mostra al pubblico, ad ospitare sul proprio account Instagram un programma intitolato “Antenna Fantasma”: interviste live a diversi attori che possano portare un contributo pregnante al ripensamento del ruolo dell’arte e del design in un mondo in trasformazione.
Questa collezione di sedici grandi interviste, si aggiunge ad una quantità già consistente (e in continuo aumento) di materiali scritti ed audio-video a formare un archivio legato alla mostra e costituisce, nel suo insieme, una fotografia dell’anno 2020 avente un taglio autoriale molto pregnante, un piccolo manuale dello stato dell’arte di una corrente di pensiero progettuale determinata a perseguire la sostenibilità e una visione per una delle possibili ripartenze consapevoli.
E’ un gran giro di walzer, tra tutti coloro che si sono resi protagonisti della scena culturale italiana nella primavera 2020, conducendo varie interviste a personaggi significativi, mentre loro stessi vengono intervistati da diversi personaggi e da importanti istituzioni culturali, in una sorta di corto circuito virtuoso.
La mostra inaugura il 4 marzo e, chiusa dieci giorni dopo, riapre al pubblico il 29 settembre.
Una seconda serie di collegamenti live, dall’account Instagram della Serpentine Gallery, vede protagonisti una serie di artisti, che in collegamento dal proprio studio o spazio di lavoro, presentano al pubblico non solo lo spazio stesso, ma anche la pratica del proprio lavoro.
Andando oltre l’idea della studio visit, in questo caso si ha l’opportunità di trascorrere un’ora di tempo (tale è la durata massima delle dirette Instagram) in compagnia degli artisti immersi nel proprio lavoro. Si svelano le tecniche di lavorazione, i percorsi di avvicinamento all’opera, si ascoltano consigli e piccoli trucchi su come realizzare tecnicamente certi effetti e episodi legati al percorso di vita professionale degli artisti.
E’ un’opportunità rara, forse unica che la Serpentine Gallery regala al proprio pubblico.
Di questa serie purtroppo non è rimasta traccia alcuna, sull’account Instagram del museo.
* Formafantasma, a proposito della mostra Cambio alla Serpentine Gallery di Londra
Art Basel, Yayoi Kusama, “Life Shines On“, 2019, Courtesy OTA Fine Arts
“Potrebbe essere il momento non solo di ripensare al nostro ruolo di gallerie, ma anche di chiederci, che cos’è una galleria? Il tuo spazio è la tua galleria? O il tuo programma è la tua galleria? Una galleria è una visione, una storia, un gruppo di persone che si uniscono attorno a idee comuni. Se lo abbiamo, possiamo trovare un modo per andare avanti“
Agustina Ferreyra *
Seguendo il trend in crescita tra le grandi gallerie, di sfruttare lo spazio digitale come spazio espositivo da affiancare allo spazio fisico, l’ente fiera di Art Basel aveva messo a punto per marzo il portale Art Basel Online Viewing Rooms, che si proponeva di “offrire agli espositori una piattaforma aggiuntiva per mostrare le opere d’arte alla rete globale di mecenati di Art Basel, nonché a nuovi collezionisti e acquirenti”.
La nuova iniziativa digitale si doveva svolgere parallelamente alle mostre, non sostituendo l’esperienza fisica della fiera d’arte, ma consentendo ai galleristi di presentare ulteriori mostre di opere in vendita, non presentate in fiera.
Grandi gallerie come David Zwirner e Gagosian già lavoravano in questo senso, rispettivamente dal 2017 e 2018, utilizzando le proprie viewing rooms digitali in particolare per proporre stampe, disegni e piccole gemme un po’ meno costose e impegnative dei dipinti o delle grandi sculture.
Art Basel, esempio Viewing Room, galleria Marian Goodman. Nell’immagine: “Josephine” by Tavares Strachan (2019)
Con la cancellazione dell’edizione di Hong Kong, prevista per il 20-25 marzo, il portale ha assunto un’importanza fondamentale, andando a salvare brillantemente la situazione disastrosa determinata dall’emergenza, potendo offrire alle gallerie che erano previste in fiera, la possibilità di presenziare comunque alla versione inedita della fiera interamente online, ove cioè – per la prima volta – la fiera si svolgeva non in presenza del pubblico e, soprattutto, non in un luogo fisico.
Ben 235 dei previsti 242 espositori hanno esposto su Online Viewing Rooms Hong Kong 2020, ottenendo numeri impressionanti, con oltre 250.000 visitatori ad esplorare le sale di visualizzazione online (la partecipazione alla fiera Art Basel dello scorso anno a Hong Kong è stata di circa 88.000), più di 2.000 opere d’arte esposte, per un valore complessivo di circa 270 milioni di dollari: “Quasi certamente la più costosa raccolta di opere mai offerta attraverso un unico portale online”, scrive Tim Schneider su artnet news.
Una delle caratteristiche più nuove della fiera in versione digitale, l’esposizione del prezzo o della fascia di prezzo per ogni opera esposta: un cambio radicale nella trasparenza in tema di prezzi, per un settore che, ad alti livelli, è solitamente riluttante a renderli immediatamente disponibili.
Il materiale presentato da ogni galleria, è stato integrato dai materiali prodotti dalla fiera stessa: i video-interventi di diversi critici e curatori che presentano proprie selezioni delle opere e gallerie in esposizione, video-presentazioni delle gallerie, tavole rotonde, video-diari quotidiani, interviste e seminari.
Questo trampolino di lancio ha permesso di poter svolgere anche l’edizione di Basilea Online Viewing Rooms, il 19-26 giugno, questa volta radunando 282 espositori da 35 diversi Paesi del mondo e mettendo a punto un portale ancora più complesso e completo.
Le gallerie partecipanti hanno infatti avuto il tempo di radunare e presentare sulle proprie pagine anche materiale preparato specificamente per la versione digitale: dai video di presentazione dedicati, sia delle singole opere che delle mostre complete, a documentari e film, interviste, studio visits, ma anche rendering dell’effetto di esposizione delle opere a parete, oltre alla presentazione delle opere stesse con immagini in altissima risoluzione che permettono anche di ingrandire dettagli delle opere stesse e offendo un tipo di frequentazione dell’opera meno direttamente esperienziale, ma comunque interessante per altri versi.
Tra i vantaggi del presentare i propri artisti tramite le Online Viewing Rooms, anche il fatto di non avere limitazioni tecniche, logistiche o di spazio, come si ha normalmente nel proprio stand in fiera, avendo la possibilità di presentare anche opere o installazioni complesse e di grande formato. In parallelo, inoltre, molte gallerie hanno presentato un programma di incontri, talks, performances.
Gli espositori che hanno avuto la prontezza e la possibilità di caricare molto materiale audio-visivo e impostare una programmazione, hanno dunque cavalcato in qualche modo l’onda degli ostacoli imposti dall’emergenza e per certi versi lanciato un nuovo modo di presentarsi al pubblico.
Anche in questo caso, come un po’ per tutti gli episodi di trasposizione dell’esperienza fisica verso il luogo digitale, un ruolo fondamentale giocala capacità di trovare una narrazione.
“Something still went right. Art never gets canceled”
Galleria White SpaceBeijing
Il valore aggiunto più evidente, che viene riconosciuto per esempio dai grandi collezionisti intervistati sull’esperienza della fiera interamente in digitale, è proprio quello di trovare radunati vari elementi di commento e approfondimento sulle opere che vanno a semplificare l’aspetto di ricerca e raccolta di informazioni che il collezionista farebbe in un incontro uno a uno con il gallerista o con l’artista.
Art Basel, Online Viewing Rooms, video di presentazione della galleria White Space Beijing [Screenshot]
Molti aspetti di questi aspetti positivi dell’avventura digitale intrapresa da Art Basel sono emersi durante un interessante panel organizzato per Online Viewing Rooms dal Financial Times Weekend sul tema “Art Collecting in a Virtual World,” cui erano invitati Iwan Wirth, presidente della importante e molto rinomata galleria Hauser & Wirth, il direttore di Art Basel Americas Noah Horowitz e Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, in qualità di grande collezionista.
Particolarmente incisivi sono gli interventi e le considerazioni di Patrizia Sandretto Re Rebaudengo sull’esperienza di portare avanti una collezione d’arte e uno spazio espositivo, avendo a disposizione sostanzialmente solo il mezzo digitale, emerse anche durante una sua conversazione con il direttore di exibart Matteo Bergamini, parte del ciclo di interviste “exibart live talks” su Instagram live che la rivista exibart ha condotto tra marzo e maggio 2020.
Art Base, Online Viewing Rooms, “My Room is another Fishbowl” by Philippe Parreno (2016). Courtesy Pilar Corrias, London
Il successo di questa seconda edizione – che ha registrato anche dei record in termini di vendite online – ha decretato, dunque, l’affermarsi definitivo di un formato che non abbandonerà più questa fiera [sono già in programma per fine settembre e per fine ottobre 2020 altre due piccole edizioni di Online Viewing Rooms, dedicate a due temi specifici e aperte ad un numero limitato di espositori, pari a 100 per ciascuna] e costringerà tutte le altre grandi fiere d’arte a dotarsi di sistemi digitali integrativi: la fiera Artissima a Torino, per esempio, ha annunciato in agosto al pubblico, che la prossima edizione prevista per il novembre 2020 si svolgerà in formato ibrido analogico / digitale.
Al di là delle restrizioni che ancora perdurano per tutto il 2020 sul numero di presenze fisiche in contemporanea, in un ambiente, infatti, le gallerie conteranno sempre di più sulla possibilità di integrare le proprie proposte dal vero e gli addetti ai lavori o il pubblico di appassionati che non possono presenziare ad ognuna delle grandi fiere d’arte che si svolgono ogni anno, conteranno altrettanto sull’opportunità di non restare completamente esclusi dallo svolgimento dell’evento, seppure prendendo parte a distanza.
Le “Online Viewing Rooms” vengono chiuse da Art Basel con il concludersi della fiera e di conseguenza l’elemento temporale limitato imprime alla manifestazione il carattere di vero evento con l’effetto: “be there, or miss out”.
* Agustina Ferreyra, proprietaria dell’omonima galleria a Puerto Rico e a Città del Messico
Radio GAMeC, nasce da un’idea di Lorenzo Giusti, direttore del museo GAMeC di Bergamo in collaborazione con Lara Facco Comunicazione – rinomata società di ufficio stampa, comunicazione e pubbliche relazioni nell’arte – che affianca il museo da molti anni.
Spiega Lorenzo Giusti, intervistato da Matteo Bergamini per “exibart live talks” – parte del ciclo di interviste su Instagram live che la rivista exibart ha condotto tra marzo e maggio 2020 – come si sia creata in marzo una sorta di unità di crisi, costituita dai responsabili del museo, insieme all’ufficio stampa e in dialogo con altre istituzioni della città, volta ad esprimere un piano di azione per il museo, di fronte alla chiusura al pubblico e alla emergenza sanitaria particolarmente tragica per la città di Bergamo.
Nasce dalle riflessioni portate avanti in marzo, l’idea di creare un programma quotidiano di incontri, condotti dallo scrittore e critico letterario Leonardo Merlini, con personaggi importanti della cultura e con un focus su alcuni personaggi di spicco di origine bergamasca, affiancato da un appuntamento extra intitolato “Saturday live”, che va in onda il sabato sera in seconda serata e si raddoppia intorno a maggio, con un appuntamento serale anche in lingua inglese.
Sarà come una radio, con le stesse prerogative di tenere compagnia, da una parte e informare dall’altra sugli sviluppi della situazione in divenire.
In prospettiva, gli ideatori si propongono di farlo diventare un programma radio stabile curato dal museo, con una cadenza e un formato che andranno definiti, ma in apertura, a marzo, il progetto intende essere un presidio di resistenza nel momento dell’emergenza, un canale utile a convogliare donazioni all’ospedale di Bergamo Giovanni XXIII e al Fondo di Mutuo Soccorso della Città Di Bergamo, una voce per una riflessione quotidiana sullo stato dell’arte e della cultura in un momento difficile e una voce di speranza per riprendersi il futuro interrotto. Non ha una particolare originalità, in effetti, il formato con cui questo progetto prende forma, ma è importante l’intuizione di voler aprire, come museo, un canale diretto con il pubblico e l’idea di volerlo mantenere, in prospettiva, in formato di radio.
E’ interessante vedere le istituzioni cogliere l’occasione della pausa forzata per ripensare ad alcuni aspetti trascurati in passato e anche per fare alcune riflessioni sullo stato dell’arte, con i protagonisti della scena e con le persone che costituiscono la rete di rapporti privilegiati, con le quali si disegnerà il futuro dell’istituzione ed in particolare ripensare alle modalità con cui si relazionano con l’esterno, dovendo rilevare come i mezzi tradizionali con cui i musei comunicano non siano forse più sufficienti o non sufficientemente efficaci.
Leonardo Merlini è appassionato e studioso di letteratura, soprattutto di letteratura americana e si propone, quindi, di chiudere ogni incontro leggendo una poesia e spesso li aprirà leggendo delle citazioni da importanti saggi e romanzi.
Radio GAMeC live, giugno 2020
In giugno effettivamente, tenendo fede al proposito di proseguire l’esperimento di filo diretto del museo con il pubblico di appassionati, la radio riprende andando in onda dal vivo da Bergamo, in formato “Radio GAMeC Real Live”, grazie ad un palchetto mobile attrezzato su un’Apecar e ripreso in video perché sia possibile seguire gli incontri anche da Youtube.
* “Don’t Let That Horse…”, da “A Coney Island of the Mind”, Lawrence Ferlinghetti, 1958
Le interviste su Instagram live, per il “Decamerone” de La Triennale di Milano
“Noi crediamo che un’istituzione come la Triennale non possa mai smettere di produrre cultura”
Stefano Boeri *
Come già accennato, parlando del contestoin cui le più grandi trasformazioni nel modo di fare cultura hanno avuto inizio, nella primavera del 2020, La Triennale di Milano ha avuto il merito indubbio di reagire alla situazione di emergenza con una prontezza ed una efficacia che si sono distinti nel panorama italiano.
Stefano Boeri, presidente della Triennale, sembra accogliere e far proprio l’invito del Sindaco di Milano Giuseppe Sala, che a fine febbraio, al motto di #milanononsiferma, aveva invitato i cittadini a non lasciarsi travolgere dalla paura e cercare in tutti i modi di proseguire con le proprie attività quotidiane e lavorative, nonostante le limitazioni imposte dall’emergenza che iniziano a pesare sulla città e sul Paese.
Domenica 1 marzo, Boeri va in onda live dall’account Instagram della Triennale, annunciando l’intenzione dell’ente di avere una programmazione che si svolgerà nell’edificio chiuso al pubblico e presenterà delle performance, degli interventi di diversi personaggi della cultura e dei contributi di contenuto vario.
Le interviste su Instagram live, per il “Decamerone” de La Triennale di Milano
Spiega Stefano Boeri: “In un momento di crisi generale come quello attuale è importante recuperare il senso profondo di questo termine a partire dalla sua radice etimologica:krisis, in greco, significa ‘scelta’ o ‘decisione’. Una crisi quindi rappresenta e comporta una scelta. Tale processo decisionale può portare a forzare i limiti contingenti e a trasformarli in opportunità creative. Questa può allora diventare l’occasione per ripensare natura e funzioni di una istituzione culturale come Triennale con l’obiettivo di sperimentare nuove formule di partecipazione e inedite modalità di veicolazione e creazione dei propri contenuti”.
Si inizia il 5 marzo con una serie di performance – tra queste, una del duo Goldschmied & Chiari, una del musicista Saturnino, una della danzatrice Silvia Bertocchi che si tengono nelle sale vuote della Triennale, ad enfatizzare la desolazione dell’edificio senza la presenza del pubblico, ma anche a voler sfruttare, al contempo l’edificio in modo diverso, adeguandosi alla situazione peculiare.
Ancora non si può immaginare che nel giro di pochi giorni la situazione andrà precipitando e nessuno potrà più muoversi da casa.
Ben presto, infatti, con un ulteriore cambio di direzione brillante e rapidissimo, si imposta la modalità definitiva di lavoro che animerà l’ente Triennale per i tre mesi successivi: su un’idea di Joseph Grima, direttore del settore Design della Triennale e immediatamente condivisa da tutto il comitato scientifico, dai direttori e dai curatori dell’ente, si avvia una programmazione intitolata “Decamerone”.
Citando e riprendendo l’idea alla base del “Decamerone” di Giovanni Boccaccio di produrre un racconto al giorno per intrattenersi durante il periodo di immobilità imposto dalla peste, tre dei direttori delle diverse sezioni della Triennale (Lorenza Baroncelli, Joseph Grima, Umberto Angelini), alcuni dei curatori dell’ente ( Gianluigi Ricuperati, Leonardo Caffo, Paola Nicolin, Antonio Ottomanelli, Davide Giannella) e il presidente stesso Stefano Boeri, alternandosi, condurranno un’intervista al giorno a diversi personaggi del mondo della cultura, invitandoli a riflettere sulla situazione contingente e a provare ad immaginare il mondo alla fine della pandemia.
Le interviste si svolgono tramite Instagram live, ogni giorno alle ore 17.00.
Questo formato, molto snello e molto diretto, si rivela, pur nella sua essenzialità, estremamente adeguato alla situazione contingente: innanzitutto permette sia agli intervistatori sia agli intervistati di portare avanti il progetto pur trovandosi in luoghi differenti, poi permette al pubblico di intervenire direttamente con domande, note e commenti e infine crea un senso di vicinanza che nel momento di emergenza e di incertezza persino per il quotidiano, è particolarmente ricercato e apprezzato.
La varietà dei temi trattati, il livello per lo più altissimo degli ospiti invitati, la qualità delle interviste stesse, determina definitivamente il successo dell’iniziativa; mentre l’alternanza nella conduzione – che ha dato carattere diverso ad ogni filone di dibattito e i toni informali, ma sempre colti – creano un modello che viene immediatamente ripreso da molte altre entità culturali: la Triennale non si è fermata e ha trascinato e in qualche modo ha “costretto” ogni altra istituzione italiana, e non solo, a fare altrettanto.
Molte altre istituzioni, infatti, hanno adottato questa formula, replicandola su Instagram e su altre piattaforme, con discreto successo, sebbene la qualità e più ancora un certo speciale flair, che la Triennale è riuscita a dare alle proprie interviste del “Decamerone”, siano rimasti impareggiati.
Questi interventi – e quelli di simile qualità e modalità, predisposti da altri enti – hanno saputo trasformare la percezione della cosiddetta quarantena, facendo intuire man mano come si trattasse di un momento enormemente trasformativo e di grande crescita intellettuale, seppur nella sua tragicità ed hanno scandito le giornate in modo piacevole e importante, come le piccole routines di piaceri trafugati che – impariamo da libri e film – aiutano a superare i momenti di difficoltà e immobilità, riuscendo a volte a segnare addirittura questi periodi in modo positivo.
Questi aspetti, che certamente risiedevano nelle pieghe dell’intento di queste iniziative – così come lo era nel vero “Decamerone” – sono passati, sono arrivati, sono stati importanti e hanno fatto la differenza.
Piccolo dettaglio, ma significativo: quasi ogni giorno, in apertura, le interviste del “Decamerone” della Triennale sono state presentate come facenti parte di una serie, accreditando esplicitamente la luminosa intuizione avuta da Joseph Grima, dimostrazione, questa, oltre che di grande carattere e nobiltà, della coscienza piena che si trattasse di un vero e proprio nuovo format e forse, pensandoci a posteriori, di un vero e proprio nuovo piccolo formato di azione culturale.
Siamo stati anche un po’ degli spericolati: in pochi giorni abbiamo trasformato il MAXXI in un broadcaster, cioè ci siamo trasformati in produttori di contenuti fatti per il lockdown”
Giovanna Melandri *
Con la chiusura dei luoghi di esposizione che viene decretata a cascata, in tutto il mondo, a partire dalle fiere e dai grandi musei, per poi toccare mostre, luoghi di esposizioni minori e gallerie, il mondo dell’arte riceve, come tutti i settori culturali, un duro colpo iniziale.
Non è facile, né immediato immaginare luoghi pensati per l’esposizione al pubblico, privati del pubblico stesso e men che meno lo è, come immaginare di proseguire la propria attività rendendo comunque un servizio alla comunità ed ai propri utenti.
Nel caso di questo settore, però, si può dire che l’arresto forzato delle normali attività si sia davvero trasformato nell’opportunità di fare uno scatto di innovazione e di ripensare in modo integrato, tra analogico e digitale, il proprio approccio con il pubblico; processo che in molti casi si era a lungo rimandato o non considerato, da parte delle grosse istituzioni d’arte, nonostante i tempi fossero già assolutamente maturi e, anzi, ce ne fosse veramente la stringente necessità.
Questo non vale per tutti naturalmente: alcune istituzioni, come la Tate Modern a Londra, o il MOMA a New York, già da anni offrivano un ampio panorama di attività, tramite il proprio sito internet e i propri account sui Social Media, andando volutamente ad integrare ed amplificare le attività che si svolgono nella sede del museo e offrendo contenuti speciali che trovano sbocco naturale sul digitale: lezioni, per esempio, interviste ai curatori del museo ed agli artisti, studio visits, documentari e “dietro le quinte” (il MOMA vanta incredibili numeri di digital reach che sfiorano i 30 milioni di utenti singoli e ha un portale dedicato dove è possibile seguire interi cicli di lezioni su moltissimi argomenti diversi).
Istituzioni come queste costituiscono un modello virtuoso e si intuisce come certamente spingeranno ancora oltre, negli anni a venire, su questo aspetto che non può più essere considerato accessorio, ma bensì parte integrante dell’attività di un’istituzione culturale importante.
Jeff Roy e Drake Paul, “The Art of Quarantine rendition, detail, Edward Hopper, Nighthawks, 1942”, 2020
Scattata l’emergenza, dunque molti grandi musei e centri di esposizione hanno colto l’occasione e deciso di sfruttare il mezzo digitale per mantenere un canale aperto con l’esterno, complice il fattore emergenza stesso, che giustificava la semplicità dei mezzi di produzione impiegati, da una parte e forniva la dose necessaria di adrenalina per abbattere un po’ barriere di insicurezza e generare una disponibilità maggiore sia da parte del pubblico, sia da parte degli attori che si intendeva coinvolgere.
A parte offrire la possibilità di visitare le proprie collezioni tramite tour virtuali delle sale e tramite l’archivio di immagini digitali ad altissima risoluzione – spesso già disponibili grazie anche agli accordi stretti in precedenza da moltissimi musei con Google Art Project o ai propri sistemi di navigazione virtuale (com’è per esempio il caso dello Smithsonian National Museum of Natural History) si avviano iniziative più o meno semplici – sia concettualmente, sia tecnicamente – per offrire intrattenimento, informazione e affermare la propria presenza attiva.
Smithsonian National Museum of Natural History, virtual tour
Ciò ha portato due grandi effetti di rivelazione, entrambi importanti, seppure in qualche modo antitetici.
Da una parte si è evidenziato come anche nella gestione quotidiana sia possibile ed auspicabile cercare un contatto più diretto ed immediato con gli utenti e soprattutto come sia possibile e non trascurabile il fatto di rivolgersi anche a coloro che non possono partecipare in presenza agli eventi in programma e di conseguenza, come si possa, con il mezzo digitale, allargare il proprio pubblico di riferimento e andare a costruire il pubblico del futuro.
Le interviste, le lezioni, le studio visits, per esempio, possono realizzarsi anche live e non solo in forma di prodotti registrati e non necessariamente in trasmissione dalla sede del museo, bensì in collegamento – se necessario o se auspicabile – da luoghi diversi; il tutto, senza bisogno di aver necessariamente prodotto lussuosi prodotti audiovisivi.
Dall’altra parte, iniziando a pensare alle possibilità estese che il digitale offre, non si può non riconoscere che, in prospettiva, quando verrà a mancare l’aura protettiva dell’effetto emergenza, la vera differenza potrà essere determinata dal fatto di avere in squadra persone formate per utilizzare il digitale al meglio, sia dal punto di vista tecnico, sia dal punto di vista concettuale.
Instagram live, Formafantasma intervistano Emanuele Coccia in relazione alla loro mostra “Cambio” alla Serpentine Gallery
Come nel caso degli interventi musicali e di spettacolo, comunque, le istituzioni museali e legate all’arte avviano in marzo attività di ogni tipo, per restare in contatto con i propri utenti, nonostante la situazione di immobilità: dalle programmazioni di interviste in diretta, in alcuni casi addirittura quotidiane, soprattutto tramite Instagram live e Youtube – così la Triennale di Milano, con la serie intitolata “Decamerone”, o il MAXXI di Roma, con la serie intitolata “Liberi di uscire col pensiero”; alle programmazioni di studio visits – così la Serpentine Gallery di Londra, dall’apertura al pubblico degli archivi digitali, tramite i web, al lancio di canali web-radio, come al GAMeC di Bergamo e poi programmazioni di lezioni o di workshops, webinars, o insights nel dietro le quinte…
Giovanna Melandri annuncia il programma di “Liberi di uscire col pensiero”, MAXXI, Marzo 2020
Un’interessante mappatura di queste attività, suddivisa per tipologie di intervento, è stata avviata da Chiara Zuanni, Assistant Professor di Digital Humanities presso il Center for Information Modeling dell’Università di Graz, sul portale digitalmuseums.at.
Ci sono poi, naturalmente anche episodi di originalità e di iniziative singole, da parte di istituzioni del mondo dell’arte, che hanno piacevolmente stupito e coinvolto il pubblico di riferimento di diverse istituzioni e sicuramente attratto nuove fette di pubblico, che si è affacciato – a volte per restare a volte anche solo temporaneamente – scoprendosi più curioso e più interessato a certi temi di quanto non lo fosse mai stato in precedenza.
Ne siano esempio la sfida lanciata dal Getty Museum di Los Angeles, sui propri Social Media (#GettyChallenge), a riprodurre le opere del museo con oggetti e travestimenti casalinghi (divenuta virale in tre giorni ed immediatamente trasformata dal museo in una mostra online – che pare non voler più terminare, essendo ormai diventata un nuovo classico – e recentemente in un libro), o l’idea del MOMA di aprire i propri archivi editoriali per la vendita online nel web store del museo, di monografie della rara collezione.
Interessanti anche l’idea di OGR a Torino, che lancia sul proprio canale Youtube un piccolo corso dal titolo “Come nasce una mostra”, tenute dallo stesso direttore artistico Nicola Ricciardi, o quella del Tank Museum, di Bovington, in Inghilterra, che ha prodotto la serie “Tank Workshop Diaries”: un video-diario delle operazioni quotidiane di manutenzione, condotte nel laboratorio-officina del museo, degli esemplari di tank conservati nella collezione.
In prospettiva potremmo dire che sarà saggio, da parte dei musei, trovare un equilibrio e un’offerta multipla che includa il più possibile tutte queste e altre possibilità che i mezzi digitali offrono e che andranno sempre più raffinandosi ed implementandosi negli anni a venire.
Nel caso delle gallerie d’arte e delle fiere, infine, il tema si complica ulteriormente, implicando anche le difficoltà a vendere opere d’arte anche molto costose, senza dare ai collezionisti la possibilità di incontrare di persona i galleristi e gli artisti e di poter vedere e vivere le opere dal vivo.
Esattamente nel momento in cui il mondo si è trovato in lockdown, era prevista, per esempio, la fiera Art Basel ad Hong Kong e poco dopo l’edizione principale, a Basilea.
Art Basel, dettaglio “Some living American Women Artists”, Mary Beth Edelson (1972), Courtesy of the artist and David Lewis, NY
Questo ha obbligato l’ente organizzatore della fiera d’arte più importante del mondo, in marzo, ad implementare la propria già avanzata piattaforma digitale, perché la fiera di Hong Kong si potesse svolgere in digitale.
Questa esperienza, che tra il primo esperimento e il secondo, lanciato in giugno per l’edizione di Basilea, ha registrato un grande successo di pubblico e, inaspettatamente, anche di vendite, ha creato un precedente da cui probabilmente non si tornerà più indietro.
Non parleremo invece qui in dettaglio, delle iniziative degli artisti singoli, durante il periodo di lockdown, semplicemente perché si tratta di un panorama complesso e molto ramificato di cui sarebbe difficile dar conto in modo esaustivo, ma descriveremo alcuni episodi tra quelli incontrati durante l’esplorazione, come esemplificativi di alcune delle iniziative di tipo artistico, più divertenti e leggere che sono state generate dall’emergenza virus e sul tema stesso dell’emergenza virus e hanno contribuito ad intrattenere e divertire il grande pubblico.
* intervista su Instagram live a cura di Stefano Boeri, per il “Decamerone” de La Triennale di Milano