
“Il fattore umano diventa sempre più centrale e determinante per il successo verso il cambiamento in chiave digitale”
Alessandro Bollo
Proviamo dunque a riassumere, quanto emerso dall’osservazione di tanti diversi esempi virtuosi e dai tanti dibattimenti sul destino del modo di fare e fruire la cultura, in seguito allo sconvolgimento planetario che il diffondersi del virus Covid-19 ha rappresentato.
Come avviene in seguito a ogni grande rivoluzione: sono emerse nuove opportunità, si sono prodotte nuove occasioni per meravigliarsi e contestualmente si sono notati nuovi limiti.
Ciò che indubbiamente ha rappresentato il fenomeno più diffuso, è stata la cancellazione di attività che radunano più persone in un luogo e la conseguente necessità di produrre alternative che permettano al pubblico di fruire di quelle stesse o di altre attività, a distanza.
Abbiamo visto come questo abbia impresso un’accelerazione alla diffusione del mezzo digitale – sebbene questa fosse già pesantemente in atto – e quindi molto spazio abbiamo dedicato e dedicheremo anche qui a questo fenomeno.
Ma non solo su questo aspetto si è giocata la partita e riprenderemo qui, dunque, anche altre importanti note emerse nel corso di questa ricerca.
Partiamo, in effetti, dal più semplice dei valori: la velocità.
- La velocità di reazione
La velocità con cui alcuni soggetti hanno saputo reagire alla situazione di emergenza, è stata una delle chiavi del successo di molte iniziative. Banalmente la velocità di adattamento determina spesso la sopravvivenza di una specie, ma, soprattutto, chi al mutare delle condizioni riesce ad esprimere per primo una propria visione rinnovata o una nuova modalità di espressione, ha la possibilità di imporre in qualche modo dei nuovi canoni e dei nuovi parametri, costringendo gli altri soggetti ad adeguarsi, guadagnandosi l’ammirazione della comunità e a volte anche il patrocinio morale di un’idea.
Alcune azioni, a volte anche molto semplici, nate da decisioni rapide e lucide, sono divenute rapidamente dei nuovi formati, determinando immediatamente nuovi standard e nuove consuetudini.
- Apertura al mezzo digitale
I soggetti che hanno saputo cogliere l’occasione – data dalla necessità pressante del superamento degli ostacoli o dalla pausa forzata – per ripensare ad alcuni aspetti della propria attività trascurati in passato ed in particolare ripensare alle modalità con cui si relazionano con l’esterno, hanno compreso appieno come i mezzi tradizionali non siano più sufficienti per progettare e comunicare se stessi e le proprie attività, o non sufficientemente incisivi.
Da una parte si è evidenziato come anche nella gestione quotidiana sia possibile ed auspicabile cercare un contatto più diretto ed immediato con gli utenti e soprattutto come sia possibile e non trascurabile il fatto di rivolgersi anche a coloro che non possono partecipare in presenza agli eventi in programma e di conseguenza, come si possa, con il mezzo digitale, allargare il proprio pubblico di riferimento.
L’utilizzo del digitale permette non solo di allargare la base di riferimento del pubblico cui si propongono le proprie attività, ma anche di allargare il bacino dei soggetti da coinvolgere nei propri progetti, quelli con cui aprire collaborazioni o avviare azioni condivise, quelli con cui confrontarsi per aggiornare le proprie pratiche o inventarne di nuove.
Permette di tenere traccia, memoria e documentazione delle attività svolte e di integrare con informazioni e dettagli aggiuntivi le immagini proposte (titoli, sottopancia, sottotitoli, riferimenti…)
In un mondo in cui i Social Media occupano un ruolo importante e una parte consistente del tempo della maggior parte delle persone, lavorare con questo mezzo permette di arrivare direttamente al proprio pubblico di riferimento e di creare attenzione, affezione, fiducia (si pensi al poter dell’hashtag #iorestoacasa); veicolare il proprio messaggio utilmente su queste piattaforme, permette di giustificare anche le proprie scelte, e trasmettere i propri valori.
Sempre di più, in futuro, inoltre, la presenza online sarà legata al concetto di inclusione (tutti possono partecipare, si accorciano o si annullano le distanze, ecc)
- Collaboratori competenti e mezzi dedicati
La programmazione in digitale “fai da te”, ha indubbiamente caratterizzato questo strano momento storico, ha intenerito, ha divertito e ha contribuito a tenere insieme una società spaventata e disorientata. Ma ogni fenomeno culturale forte passa di moda e già ora, a distanza di poche mesi dalla fine del lockdown assoluto, si stenta a giudicare accettabile l’improvvisazione e la amatorialità dell’utilizzo del mezzo digitale.
Sarà necessario investire sull’acquisizione di competenze specifiche, dotarsi di collaboratori dedicati e in grado di progettare e gestire l’utilizzo delle nuove tecnologie, consultare persone in grado di leggere e anticipare i nuovi trend, di applicarli e svilupparli, investire sulla formazione continua perché i propri collaboratori siano aggiornati almeno abbastanza da comprendere i nuovi fenomeni e le nuove frontiere di azione e di interesse.
Naturalmente sarà importante anche investire su alcune tecnologie, o dotarsi di un’attrezzatura almeno basilare.
Una previsione sul tema arriva, per esempio da Fedele Usai, AD Di Condé Nast, interrogato su una previsione dei risvolti immediati del dopo crisi: “Credo che un certo approccio fai da te sia finito, torneranno le competenze”.
- Usare il digitale in modo efficace
“Dare to embrace the uncertainty that comes with innovation and change”, si legge in un articolo pubblicato da Accenture, sul ruolo fondamentale che la cultura occupa nell’era della rivoluzione digitale. Quando si partecipa ad una rivoluzione, non si può cambiare un pochino: è necessario rivedere strutturalmente il proprio approccio.
E’ molto comune che l’annuncio della trasformazione in digitale di un evento venga accolto almeno in parte con delusione, è quindi necessario che l’elemento digitale offerto, come alternativa o come integrazione, presenti degli elementi di vantaggio, di novità o di sorpresa.
Abbiamo visto come innanzitutto sia essenziale che gli eventi fisici non siano solo filmati per un pubblico che assiste in remoto, ma piuttosto che ci sia uno spostamento verso una nuova visione incentrata sulle peculiarità e le opportunità offerte dal digitale.
E’ necessario trovare soluzioni creative che incorporino la tecnologia, per creare una connessione anche emotiva, tramite lo schermo: elementi di unicità, per esempio, di irripetibilità, o di non riproducibilità.
Frequentare un evento in digitale è più faticoso mentalmente, che frequentarlo fisicamente; in questo senso, l’interattività delle proposte è fondamentale, perché l’attenzione del pubblico sia mantenuta per tutto l’evento; allo stesso tempo, se viene richiesto al pubblico di interagire per la riuscita dell’evento, sarà necessario chiedersi cosa offrire in cambio a chi decide di farlo.
Anche le discussioni di gruppo, su una piattaforma digitale prevedono uno sforzo collaborativo, per cui è necessario avere ben chiaro come si intende gestire l’interazione con il pubblico, sia durante, sia dopo l’evento (come raccogliere le domande e gli interventi, quando aprire la parola al pubblico, quali contributi accettare e come raccoglierli…).
Specialmente in casi in cui il mezzo digitale va ad integrare un evento che si svolge anche fisicamente, è necessario sfruttare al massimo le possibilità che il digitale offre. Anche senza doversi dotare di speciali mezzi e tecnologie, si può per esempio programmare proiezioni esclusive, un programma di documentari o film a tema, visite virtuali di spazi normalmente inaccessibili o inaccessibili a una parte del pubblico, proporre video di repertorio; in questo modo la parte in digitale non sarà vista come un ripiego, ma bensì come un arricchimento.
“Ci sono molte opportunità per produrre eventi completamente digitali o ibridi. Si tratta di riorganizzare la creatività, inserirla nelle nuove tecnologie e tenere conto di come i singoli partecipanti vivranno l’evento “, afferma Louise Stuart Trainor, docente di Consumer Insights presso il London College of Fashion “Saranno particolarmente apprezzate le capacità di impiegare efficacemente intelligenza emotiva, narrazione e il design dell’esperienza”.
Una volta che è stato dimostrato che per lo svolgimento di quasi ogni attività si può immaginare un’alternativa in digitale, si è offerto al pubblico una commodity cui difficilmente vorrà rinunciare.
Sarà saggio, dunque, progettando nuove iniziative, immaginare fin dall’inizio come coinvolgere una parte di pubblico che non possa partecipare fisicamente ad un evento (sia perché impossibilitata, sia per una ristrettezza nella capienza, sia volendo avere diverse categorie di pubblico: pubblico invitato e pubblico generico)
Così come “sarà necessario abituarsi a progettare come agevolare socializzazioni che non prevedono la compresenza fisica” – fa notare Alessandro Mininno “ e le barriere di ingresso, che permettono di partecipare ad uno scambio online devono essere basse, se no il pubblico si tira indietro; al contempo la disponibilità di chi partecipa è spesso più alta di quanto si calcoli: se si chiede uno sforzo anche minimo, le persone che decidono di farsi coinvolgere si spendono molto”.
Legame mezzo > contenuti A parità di utilizzo del mezzo, la differenza è fatta dai contenuti (uso Zoom, ma cosa ne faccio, di cosa parlo, chi invito…).
Non basta, insomma decidere di mettere in movimento il meccanismo digitale, per ottenere attenzione e avere un pubblico.
Fondamentali diventano lo storytelling e una certa urgenza nella presentazione del tema (la pregnanza del tema in sé, o l’esclusiva di qualche tipo, ecc); specialmente perché, come detto, seguire un contenuto in digitale può essere faticoso, è importante quindi avere molta motivazione per seguire davvero.
Legame contenuti > mezzi il mezzo ha un ruolo e bisogna tenere conto delle caratteristiche del prodotto, o del messaggio che sto veicolando per scegliere il mezzo adatto (come sfruttare al massimo le features del mezzo, cosa mi permette di fare e cosa no).
Ogni piattaforma digitale ha inoltre un proprio carattere: è importante scegliere la piattaforma conforme al tipo di attività che si intende svolgere e seguirne la netiquette conseguente (più o meno informale, più o meno veloce, il linguaggio di un certo tipo, l’utilizzo di emoticon, ecc…); qui ritorna il discorso della necessità di una expertise nell’utilizzo dei mezzi e dei trend.
Legame contenuto / mezzi / spazio (distanziato) – Il distanziamento fisico non implica solo distanza tra persone, ma anche delle variazioni nella fruizione degli spazi e nelle modalità comportamentali; questo andrà a riflettersi anche sull’utilizzo di certi mezzi tecnici e di conseguenza – come appena visto – anche un po’ sui contenuti che troveranno spazio su questi mezzi (es. vengono introdotti degli schermi che permettono di accedere a certi contenuti senza accedere ad uno spazio: cosa propongo su questi schermi? Il pubblico non può accedere a uno spazio o un’attività, cosa posso proporre in alternativa?).
Per un’istituzione che è abitualmente aperta al pubblico, questo significa ripensare dunque anche la customer experience non solo in termini di percorsi ma anche di contenuti.
Alcune realtà, alcune istituzioni possono diventare dei broadcaster culturali, abbiamo visto, anche solo mettendo a patrimonio certe attività che si svolgono abitualmente o mettendo a disposizione i propri archivi, la propria rete di lavoro e di contatti e la propria expertise.
Legame digitale / finanziamenti / sponsorizzazioni / charity – Il digitale permette di avere controllo sia in diretta, sia a posteriori sulla fruizione dei contenuti (statistiche, analisi del pubblico, analisi della fruizione, ecc) in modo estremamente preciso e molto più efficace rispetto agli eventi dal vivo.
Per questa ragione può risultare molto appetibile alle aziende e di conseguenza può essere utilizzato per ottenere finanziamenti e sponsorizzazioni; siccome l’industria culturale dovrà in prospettiva sempre maggiormente autosostenersi, è utile ragionare in questo senso, rispetto a queste possibilità.
Inoltre, il digitale è un mezzo molto immediato e permette reazioni istantanee, per cui si presta alla raccolta di soldi per beneficenza – come abbiamo ampiamente visto nel caso di molti eventi che si sono svolti durante l’emergenza sanitaria. E’ anche molto efficace combinare le due possibilità, chiedendo a degli sponsor di pareggiare con denaro proprio le cifre donate dal pubblico, donare in base alla quantità di visualizzazioni, di “likes”, ecc
Da tenere sempre presente, il rischio di un overloading: la possibilità di avere tutto online, rischia di creare delle giungle sconfortanti, che poi non si frequentano per eccesso di offerta.
- Storytelling
Come per un film, insieme agli effetti speciali, e a un contenuto convincente anche lo storytelling prende ruolo centrale al momento di voler attrarre il pubblico, trattenerlo e giustificare un evento fruibile solo di fronte ad uno schermo. E’ importante costruire una narrazione accattivante che accompagni il pubblico attraverso l’esperienza, dia coerenza all’insieme che può essere costituito di parti diverse supportate da mezzi diversi e crei i raccordi tra i vari momenti.
Una narrazione ben costruita può arrivare in alcun casi a sopperire alle mancanze di un contenuto non estremamente incisivo.
L’esempio forse più luminoso, tra quelli trattati nella ricerca, di uno storytelling sapientemente costruito, è quello della maison Dior che, in collaborazione col regista Matteo Garrone, costruisce una narrazione estremamente accattivante intorno agli abiti presentati per la collezione Autunno/Inverno 2020/21.
- Gli eventi ibridi
Gli eventi che si svolgono contemporaneamente alla presenza del pubblico e in digitale sono definiti “ibridi”. Perché un evento sia autenticamente tale, è importante che si permetta ai pubblici diversi di avere (quasi) la stessa esperienza; il che implica la possibilità che ci sia interazione anche in digitale, sia con i protagonisti dell’evento, sia tra partecipanti.
Nascono continuamente nuove piattaforme che permettono di combinare le azioni dal vivo e in remoto e di proseguire il lavoro anche oltre il momento live.
Ci sembra importante notare come questo tipo di progettazione può essere immaginata ben oltre il ramo delle conferenze e degli incontri di parola.
Lavorando oltre il terreno già battuto e fuori dagli schemi classici si possono immaginare ibridità anche molto varie, tra fisico e digitale.
E’ questo il caso, per esempio dell’azione progettata da JW Anderson per la Digital Fashion Week del luglio 2020, in cui utilizza il mezzo digitale come tramite per presentare degli oggetti fisici di sua concezione e progettazione. Gli oggetti sono destinati ad un pubblico che è invitato ad appropriarsene, comporli, montarli e utilizzarli a propria volta in modo creativo.
- Diritti d’autore e copyright
Il tema del copyright e del rispetto della proprietà intellettuale, sulle trasmissioni in live streaming, si è presentato per la prima volta in modo massiccio nel momento in cui molte istituzioni hanno iniziato a svolgere la propria produzione culturale in formato digitale, senza avere grandissima esperienza precedente in materia.
Al di là del problema, comunque esistente, rispetto alla trasmissione via Youtube e via Facebook – i cui sistemi di trasmissione sono programmati per arrestarsi automaticamente ove siano rilevati contenuti soggetti ai diritti d’autore, ma anche rispetto ai contenuti controversi o non riconosciuti – il problema sussiste nel momento in cui ogni citazione, ogni testo letto, o recitato, ogni contributo musicale anche solo accennato è possibilmente soggetto a copyright e ove gli enti preposti a raccogliere gli oneri corrispondenti volessero far espletare tutte le pratiche in materia, caso per caso, sia preventivamente, sia anche successivamente alla messa in onda.
Si può parlare quasi di un buco di legislazione che tra l’altro si scontra anche con il fatto che le leggi in materia, sono diverse nei diversi Paesi, mentre le trasmissioni in streaming, per loro stessa natura, sono accessibili da qualsiasi punto del mondo.
- Gamification e Cross Reality
Il fenomeno chiamato gamification – che indica l’utilizzo di elementi mutuati dai giochi e dalle tecniche di game design in contesti esterni ai giochi stessi – si va diffondendo facendo intravedere nelle prime applicazioni per i grandi eventi di spettacolo, per i musei e per alcune forme di arte, possibilità di grande sviluppo e diffusione con le applicazioni più disparate.
La realtà aumentata e la realtà virtuale saranno sempre più utilizzate, non solo nell’industria dell’intrattenimento, ma anche nelle pratiche di connessione e di fruizione di eventi ed esperienze in remoto in diversi rami della produzione culturale, nonché nella differenziazione dell’offerta di fruizione di alcuni contenuti da parte delle diverse istituzioni culturali.
Merita certamente prestare attenzione agli sviluppi rapidi di questo settore e all’uso pionieristico che gli attori culturali e le istituzioni più reattive ne faranno nel prossimo futuro.
- Tech-love, l’innovazione dal volto umano
Il maggior trend del momento è, a detta di chi analizza i fenomeni di innovazione nelle crescita economica, l’umanizzazione della tecnologia. Senza voler rinunciare alla comodità dei servizi che le aziende e le istituzioni culturali si attrezzano sempre maggiormente a fornire, tramite il digitale, non si vorrà più nemmeno rinunciare del tutto al filo diretto che con queste si è aperto, già tramite l’utilizzo dei social media e ancora maggiormente durante il periodi del lockdown: aprire i propri archivi, aprire la propria storia, il dietro le quinte dei meccanismi di produzione, il concept dietro ogni prodotto…
Anche la personalizzazione dei servizi, un customer care adeguato, e quello che viene chiamato il customer lifetime value, diventeranno elementi di giudizio e di scarto al momento di decidere a quale entità rivolgere la propria attenzione.
Si guarderà alle aziende perché sia innalzato il valore del bene comune, e sempre maggiormente – specialmente per le giovani generazioni che hanno riferimenti culturali molto legati ai brand – le aziende saranno dei fari culturali sulle quali peseranno anche il tema della responsabilità sociale d’impresa e del dover rispondere delle proprie scelte, dimostrando un legame con la comunità al di là o parallelamente al proprio profitto.
Ci si aspetterà che le aziende rispondano e anzi anticipino i bisogni quotidiani in trasformazione, mettendo in campo innovazione legata soprattutto al digitale, ma crescerà anche l’importanza degli aspetti relazionali.
- Eccessi nell’uso del digitale
Sebbene i dibattiti sulla diffusione del mezzo digitale e sui rapidi sviluppi, nonché sulle prospettive future, prendano molto spazio, da più parti si mette in guardia sul ricorso eccessivo al mezzo digitale, sia rispetto all’affaticamento che questo può comportare (si parla per esempio di ‘Zoom fatigue’, riferendosi al senso di rifiuto che si è generato, dopo mesi di super utilizzo, verso i mezzi di videoconferenza tipo Zoom), sia rispetto agli svantaggi che questo sovrautilizzo può portare anche a danno della spontaneità dei rapporti, degli incontri casuali, della generazione degli imprevisti che tanto influenzano i processi creativi e quelli di innovazione.
- Il fascino ritrovato del mezzo artigianale
Mentre si assiste a quella che è stata definita un’accelerazione della rivoluzione digitale, lo spaesamento di fronte all’emergenza mondiale che trasmette insicurezza e costringe gli essere umani a limitare la socialità e a filtrare molti rapporti e molte delle proprie attività sia lavorative, sia di svago, attraverso lo schermo di un computer, fa crescere in parallelo e timidamente, in alcuni settori creativi, il desiderio e il bisogno di rivalutare l’artigianalità, la creazione analogica, il recupero della materialità, con tempi lenti e mezzi tradizionali e noti e rassicuranti.
Giocare su questa dicotomia, tra materiale e digitale, tra tradizione e innovazione, crediamo sarà una tendenza forte, o quantomeno auspicata, nello sviluppo di progetti creativi nel prossimo futuro.
- La community
Le stesse ragioni che spingono ad un desiderio di recupero della manualità, fanno crescere l’aspirazione a trovare un senso forte di appartenenza e di comunità. Il bisogno sotteso di comunità che già da anni si cercava di riprodurre nella progettazione e nella gestione dei Social Media – che tanto spazio occupano nella società contemporanea – raggiunge un estremo nei mesi del lockdown ed è destinato ad avere una lunga coda, anche a causa del grande trauma collettivo, sociale e personale che si è vissuto al livelli diversi in quasi tutti i Paesi.
In un mondo di attività e servizi progettati in modo che si possa svolgere quasi qualsiasi attività senza dipendere dalla presenza di alcuno, sarà importante, nella progettazione culturale, tenere conto di questa necessità – a volte espressa, a volte inespressa – di sentirsi parte di un insieme e immaginare come restituire questo sentire.
- Etica e attenzione alla sostenibilità
Il pericolo cui ci si è trovati di fronte allo scoppio della pandemia e l’aver appreso che le origini di questa catastrofe sono da ricercare nel patto stravolto tra la presenza dell’essere umano sulla Terra e la natura di cui l’uomo fa parte, ma che sempre maggiormente in una smania di progresso, tende a voler dominare e manipolare, ha aperto molte riflessioni su varie questioni etiche.
Oltre alle riflessioni teoriche, molte decisioni rispetto alle modalità di lavoro, ai contenuti del lavoro stesso, o alle questioni logistiche e organizzative, vengono prese con uno sguardo e dei parametri mutati rispetto a quelli che dominavano fino all’inizio del 2020, dando molto più spazio e molta più attenzione ai temi dell’inclusione, della sostenibilità, delle pari opportunità.
Riassume efficacemente Fedele Usai, nell’intervista già citata a Il Foglio, come siano entrate di prepotenza questioni di etica anche nei rapporti con i dipendenti, nelle relazioni interpersonali, nei progetti e nei programmi di sostenibilità, “etica nell’inevitabile ‘pulizia’ e ‘razionalizzazione’ che si verificherà in molti comparti e molte professioni ridondanti e inutili del settore della moda, della comunicazione e dell’editoria”.
Per un processo già ampiamente in atto, ma che ha subito anch’esso un’accelerazione, non si può più, dunque, prescindere da una forte responsabilità sociale sia delle grandi aziende sia di quelle piccole e un po’ in generale da parte di tutti i cittadini, in tutte le azioni pubbliche e private.
- Trovare il proprio pubblico
Nell’ottica di dover scremare, ottimizzare, limitare i numeri e le compresenze, limitare i viaggi e gli spostamenti e in molti casi anche limitare i budget, molti progetti nati durante il lockdown e immediatamente dopo, tendono a concentrarsi sull’attrarre un pubblico specifico, selezionato, di ‘addetti ai lavori’ o comunque strettamente interessato agli eventi singoli, rispetto al voler attrarre grandi numeri.
Questo obiettivo ripaga anche al momento di ideare attività ed eventi in digitale, poiché il grande pubblico generico non ha una motivazione sufficiente o le competenze per seguire a lungo un evento su piccolo schermo.
- Le manifestazioni collettive
La possibilità di dialogare direttamente con il proprio pubblico di riferimento, essendo sganciati dalla compresenza fisica in un luogo, determina anche la perdita di interesse a rispettare certi calendari o a partecipare a manifestazioni collettive, quali fiere, settimane a tema e festival. Così come abbiamo visto essere successo nel mondo della moda, molte aziende forti della propria presenza sul mercato hanno rinunciato a partecipare alla versione digitale dei grandi eventi partecipativi e hanno preferito presentarsi ai propri clienti con i propri tempi e con le proprie modalità.
- L’occasione per ripensare la propria missione
Il tempo sospeso del lockdown e i processi di rimodulazione o sospensione delle proprie attività ha spinto molte realtà ad un ripensamento del proprio ruolo, della propria funzione, dei propri obiettivi o della stessa visione della propria struttura proiettata nella contemporaneità e nel futuro.
Riflette molto lucidamente su questo Paola Manfredi – fondatrice di un’importante agenzia specializzata nella comunicazione per l’arte – in dialogo con Matteo Bergamini per gli exibart.livetalks, affermando che il lockdown ha regalato a molti del tempo inatteso per pensare al cambiamento e di come sarebbe importante prendersene altro ancora, per capire come usare i nuovi mezzi digitali al meglio, per alzare l’asticella della sperimentazione, per essere pronti a questo cambiamento, abbracciarlo e cavalcarlo.
Capire e sapere bene chi si è, cosa si vuole trasmettere e cosa si vuole far apparire di se stessi, prima di iniziare a ideare dei progetti con nuove modalità, può essere un modo non solo per essere più efficaci e coerenti, ma a volte anche per cambiare direzione e per reinventarsi.
In termini di comunicazione, sforzandosi di capire cosa si può comunicare e come lo si può fare, con mezzi nuovi o utilizzando meglio mezzi già in uso, si può cambiare la percezione e quasi l’essenza stessa del percorso che si sta facendo.
- Istituzioni culturali e sistema educativo
Più di una intervista o discussione pubblica arrivano a toccare il tema del rapporto tra istituzioni culturali e sistema educativo. Emergono questioni di scollamento evidente del sistema educativo dalla realtà che è immersa ormai grandemente nel digitale, ma anche di uno scollamento del sistema educativo dalle istituzioni culturali che pur hanno sentito, in molti casi, il dovere morale di essere vicine ai bambini e produrre, in emergenza, contenuti per le scuole.
Dovrebbe essere naturale che istituzioni depositarie di archivi, di collezioni, di contenuti ed esse stesse produttrici di contenuti e di progetti culturali, lavorassero a stretto contatto con il sistema educativo in un dialogo tra offerta delle proprie competenze e dei propri materiali e ascolto delle necessità degli istituti, oltre a poter finanziare ricerca e istruzione superiore.
- Spazi flessibili e flessibilità in generale
Sostiene il noto critico d’arte Jerry Saltz come sia importante in tempi di grandi crisi “allenarsi al cambiamento, restare elastici, essere pronti a rettificare”. Tutti hanno sperimentato anche nel quotidiano come sia stato necessario, in emergenza, rimodulare in velocità gli spazi, rimodulare i propri programmi e i propri progetti.
In un mondo in rapida trasformazione e di fronte all’incertezza delle modalità di vita dei prossimi anni, il valore della flessibilità sembra crescere a discapito della rigidità di una programmazione o di una progettazione super specifica e iper dettagliata che rischiano di risultare, in un nonnulla, inadeguate e superate.
- Unità di crisi
Come avviene nelle industrie impegnate nella produzione di materiali o procedure ad alto rischio, o come è prassi nelle società che si occupano di comunicazione, sembrerebbe prudente che i grandi enti e le istituzioni culturali avessero dei protocolli di crisis management e una sorta di ‘unità di crisi’ addestrata e pronta a intervenire in caso sia necessario interrompere le normali attività e entrare in un regime alterato di sopravvivenza in condizioni anomale.
Naturalmente non è possibile immaginare ogni singola fonte di alterazione della normalità, né ogni conseguenza da queste derivanti, ma data la complessità delle attività gestite, delle interconnessioni da cui ogni ente dipende e delle implicazioni a catena di questo sistema – di cui non ci eravamo forse mai pienamente resi conto, o a cui non ci siamo forse mai messi specificamente a riflettere – varrebbe forse la pena considerare una simile ipotesi.
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