PandeMIA

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  • Vogue Global Conversations

    Anna Wintour, nella sua casa di New York, durante il Lockdown ©Instagram @Voguemagazin

    “Quando la gente mi chiede della guerra, di quanto sia difficile realizzare e pubblicare un magazine come Vogue in questo momento, rispondo sempre: che razza di rivista credete che sia? Le mode non sarebbero tali se non rappresentassero lo spirito, le necessità e le restrizioni del loro tempo” 

    Edna Woolman Chase *

    Se WWD, come visto, è la rivista che sembra muovere le sorti della moda, dall’interno, Vogue è naturalmente la rivista cui tutto il mondo guarda, non solo per inquadrare lo stato dell’arte, ma per immergersi in cosa ancora non è stato visto e avere le proiezioni su ciò che il mondo si impegnerà a superare entro l’anno successivo.

    In questo spirito e quasi a ricordare un comandante impassibile sulla prua della nave maestra, durante una tempesta, sentendosi probabilmente in dovere di rassicurare, incoraggiare e spronare gli equipaggi, indicando una direzione per traghettare simbolicamente la flotta fuori dal ciclone, Anna Wintour, celeberrima direttrice di Vogue, convoca ciò che potrebbe essere descritto come gli Stati Generali del sistema moda, organizzando, insieme agli editor di diverse edizioni della rivista nel mondo (British Vogue, Vogue America, Vogue Mexico…) e con inizio il 14 Aprile, una serie di incontri live, via Zoom, intitolata: “Vogue Global Conversations”.

    Per il lancio della serie di incontri, Anna Wintour riesce a stravolgere ogni precedente, creando un caso (mediatico) nel caso, grazie ad un’immagine che resterà negli annali della rivista e nel nostro immaginario per sempre: si fa fotografare in casa, alla scrivania disordinata, con indosso un maglione e una tuta da ginnastica. La foto compare sull’account Instagram @Voguemagazine.

    Vogue Global Conversations, Anna Wintour introduce [Screenshot]

    Durante gli incontri, cui il pubblico di tutto il mondo è invitato a partecipare gratuitamente e ad inviare le proprie domande  in un numero limitato a 5000 “posti”, Vogue chiede a diversi attori del mondo dell’alta moda, di anticipare – questa volta con le parole, anziché con i propri disegni e progetti – i destini dell’alta moda, attraverso l’analisi di alcuni temi fondamentali: “Il futuro della creatività”, “Il futuro delle sfilate”, “Il futuro dell’e-commerce”, “La Creatività durante la crisi” “Reinventarsi durante la Crisi”  

     “Fashion is too often criticized for being elitist. We know better: that this community is about all of us.”…“We need to talk frankly and openly about what fashion is going through, but just as importantly, we need to start imagining what comes next. Please join us”

    Anna Wintour

    Intervengono, oltre agli editori di Vogue in questione, grandi stilisti – da Marc Jacobs a Stella McCartney a John Galliano – giornalisti, CEO di grande aziende di moda – da Balmain a Moncler a Balenciaga – direttori artistici e direttori creativi di grandi firme come Marni o Valentino.

    Vogue Global Conversations, “The Future of Creativity” [Screenshot]

    Nell’ottica di ripensare tutto, la moda sembra scivolare inesorabilmente  – come già introdotto – verso i temi della sostenibilità (per esempio, ma non solo, nella produzione, nella provenienza e consistenza dei tessuti, nel ciclo di vita dei capi, nella riduzione dell’impronta di Carbonio) e verso il seasonless – come predicato da Giorgio Armani – un abbigliamento non legato in modo esasperato ai trend, ma realizzato per durare in termini fisici e stilistici, per essere finalmente indossato ma anche riutilizzato, magari venduto e rivenduto: “Il che potrebbe significare – scrive ancora Miles Socha – che verranno fabbricati e acquistati meno capi, quindi una contrazione dei volumi, che avrà un impatto duro sui produttori, a breve termine, ma a lungo termine potrebbe aiutare a risolvere il problema della sostenibilità”

    “Sustainability is learning how to work within limitations and parameters, which, in my opinion, is great for creativity. As Stella was saying, we don’t live in an endless cornucopia of natural resources. We have to balance production and consumption… Waste, at the end of the day, is a design flaw. It doesn’t exist in nature.”

    Gabriela Hearst

    Si introduce anche il discorso che già pervade ogni altra piattaforma di discussione, sul ruolo del digitale nella riduzione degli eventi in presenza e della riduzione dei movimenti attraverso il globo delle migliaia di figure  – tra modelle, giornalisti, buyer, celebrities – che ruotano attorno ad ogni evento della moda.

    Spiccano per lucidità, incisività e freschezza nella proposizione di una visione del futuro, le stiliste Stella McCartney e Gabriela Hearst, il direttore creativo di Balmain, Olivier Rousteing e soprattutto Cedric Charbit, CEO di Balenciaga, dalle cui parole, pronunciate nel proprio intervento, prende titolo questo lavoro.

    Vogue Global Conversations, “The Future of Creativity”. Intervengono: Marc Jacobs, Stella McCartney, Gabriela Hearst, Kenneth Ize.
    Conducono: Edward Enninful, Eugenia della Torriente

    * Edna Woolman Chase, direttrice di Vogue America per 38 anni, in uno speech del 1941

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    7 agosto 2020

  • Il mondo della moda, durante il lockdown

    Giorgio Armani, sfilata a porte chiuse Autunno/inverno 2020/21, Milano Fashion Week, febbraio 2020

    “This crisis is an opportunity to slow down and realign everything; to define a more meaningful landscape. But we have to be united and operate in unison: this is perhaps the most important lesson we can learn from this crisis”.

    Giorgio Armani *

    Uno dei fenomeni più clamorosi e forse più inediti che si osservano durante la Pandemia di Covid-19, è il ruolo dirompente e trainante avuto dal sistema moda.

    Nella gestione dell’emergenza e nella originalità, rapidità ed incisività di reazione, i grandi marchi del lusso e le riviste di settore si muovono all’unisono, con una sorprendente compattezza, cui la competitività estrema li ha da decenni abituati e si distinguono immediatamente per le prese di posizione nette, accompagnate da statement di grande impatto e grande rottura.

    Emblematico sia il fatto che i primi eventi con presenza di pubblico ad essere cancellati per scelta autonoma degli organizzatori, ben prima che sia promulgato il primo divieto ufficiale, sono le sfilate autunno/inverno 2020-21 di Giorgio Armani, per primo e a seguire di Laura Biagiotti e Moncler, il 23 febbraio: “La decisione è stata presa in seguito all’aggravarsi della situazione relativa al coronavirus nel nostro Paese, al fine di non esporre gli invitati a rischi”, si legge nel comunicato di Lavinia Biagiotti Cigna, mentre i tre marchi si attrezzano per trasmettere live in streaming, sui propri siti internet, tramite i propri account Instagram, Facebook e sul sito della Camera Nazionale della Moda italiana.

    La coincidenza dell’aggravarsi della situazione sanitaria, con la settimana della moda a Milano è naturalmente una casualità, ma la risposta di questo settore all’emergenza è comunque molto notevole, considerando  l’impatto economico e l’enorme giro di affari che il sistema moda muove, che viene per la prima volta e senza esitazione messo in secondo piano al momento di compiere questa scelta estrema e tempestiva.

    Giorgio Armani, sfilata a porte chiuse Autunno/inverno 2020/21, Milan Fashion Week, febbraio 2020

    Ma l’azione non si limita alla chiusura delle sfilate e alla frenata nella produzione e nella distribuzione o vendita diretta dei capi: il sistema moda di alto livello – che da sempre ha un ruolo importante e rispettato anche in ambito socio-culturale, oltre che in quello economico – non ferma il pensiero né la produzione culturale.

    A dimostrazione di ciò, un mese dopo esatto, il 24 marzo 2020, la rivista di settore WWD   (Women’s Wear Daily – rivista dedicata strettamente agli addetti ai lavori, ma considerata una delle bibbie del settore) pubblica un editoriale del direttore Miles Socha, dal titolo: “Post-Crisis, Will All Fashion Events Go Digital?” e pochi giorni dopo un suo secondo articolo “Tipping Point: Will the Flood of Collections Yield to Slower Fashion?” (con contributi di Samantha Conti, Alessandra Turra, Luisa Zargani, Joelle Diderich) che dirompono come una bomba nell’ambiente della haute couture.

    Nel primo editoriale, Socha delineava il fatto che la necessità di arrestare la produzione e la distribuzione non rappresentasse un impiccio temporaneo, ma costituisse bensì un momento di rottura e l’inizio, sostanzialmente, di una nuova era per il sistema moda, anticipando e ispirando così, anche grandi attori della finanza – come McKinsey & Company –  a pubblicare importanti riflessioni e linee guida su quale sia la via più utile e lungimirante per il mercato del lusso, per muoversi a breve e lungo termine.

    E’ il secondo articolo, però, che segna veramente la rottura epocale.

    Nel raccogliere lo sfogo che finalmente gli stilisti più giovani osano levare, dichiarando la propria fatica esausta e l’inadeguatezza storica della over-produzione di creatività, ancora prima che di prodotto, Socha dichiara ufficialmente la caduta in disgrazia del sistema frenetico di creazione e produzione dell’alta moda e riesce a smuovere persino Sua Maestà Giorgio Armani, che il 2 Aprile stesso, scrive una lettera aperta alla rivista, in diretta risposta all’articolo, in cui afferma: 

    “La riflessione su quanto assurdo sia lo stato attuale delle cose, con la sovrapproduzione di capi e un disallineamento criminale tra il tempo e la stagione commerciale, è coraggiosa e necessaria. Sono d’accordo con ogni singolo punto, in solidarietà con le opinioni espresse dai miei colleghi”.

    Giorgio Armani

    Cade, dunque, in qualche modo il tabù che ancora impediva alla grande maggioranza delle aziende del lusso di abbracciare i principi di sostenibilità e della necessità di una progressiva decrescita e decelerazione, nonostante questi fossero stati resi ormai largamente popolari e quasi universalmente riconosciuti anche grazie ai movimenti degli ultimi anni, quali Extinction Rebellion ei Fridays for Future e dalla enorme popolarità conquistata da grandi teorici e personaggi carismatici dell’ambientalismo.

    A cascata, dopo questa prima grande detonazione, arrivano dichiarazioni di intenti e di volontà di rottura, da parte di tutti i grandi stilisti. Da una parte liberi, finalmente, di denunciare l’irragionevolezza della fame feroce e insaziabile di continua novità, cui sono stati portati i compratori negli ultimi due decenni e l’esaurimento che comporta il drenare le vene della propria creatività oltre ogni umano limite e dall’altra, dovendosi comunque uniformare al nuovo indiscutibile trend che finalmente anche il mercato del lusso, nel giro di un mese, ha dovuto acquisire: produzione sostenibile, responsabilità sociale delle imprese e messa in discussione della esasperata globalizzazione.

    Anche il tema della limitazione nella mobilità, infatti, inimmaginabile fino a pochi giorni prima, imporrà al sistema moda di avviare delle riflessioni anche molto concrete per la sopravvivenza dell’industria stessa. Basare i propri prodotti e la filiera di lavoro sulla circolazione frenetica di materiali e persone, come si è fatto negli ultimi vent’anni, non è solo rischioso in termini di sostenibilità, ma anche in termini concreti: si è visto, per esempio, come il fatto che le mascherine chirurgiche non fossero prodotte in Europa, abbia determinato, nel momento dell’emergenza, una drammatica impossibilità di procurarsene.

    “When we come back from this crisis—which we will—we should come back with purpose: stronger and more thoughtful and more sustainable in what we do”. 

    Anna Wintour

    Da questo momento, sarà impossibile non notare come moltissime delle linee di discussione, delle scelte stilistiche e di relazione con il grande pubblico e delle piccole e grandi innovazioni della propria immagine, siano anticipate e dettate, si potrebbe dire, dagli attori che muovono le fila del sistema moda: giornalisti, stilisti, direttori creativi.

    Proprio il giro d’affari miliardario che caratterizza il settore – cui appartengono alcune delle poche aziende, come Prada o Gucci, che sono riuscite a non essere in perdita, ma anzi in rialzo persino durante la grande crisi del 2008 – permette alla moda di porsi in qualche modo in una relazione con il mondo socio-culturale, paragonabile a quella del sistema militare, rispetto all’innovazione tecnologica: solo il mercato del lusso  possiede e può impegnare immediatamente i capitali necessari per investire, senza apparenti limiti, nell’innovazione, nella creatività ai massimi livelli e nelle nuove tecnologie, così come ha sempre potuto permettersi di impegnare enormi cifre nella ricerca e nello sfoggio di spettacolarità, superando se stessa continuamente.

    “In these uncertain times, luxury-goods companies must take action to “navigate the now,” plan for the recovery, and shape the future”. 

    Antonio Achille, McKinsey & Company

    * Lettera aperta di Giorgio Armani alla rivista WWD, 2 aprile 2020

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    5 agosto 2020

  • Accelerazione della rivoluzione digitale

    “Le emergenze provocano accelerazioni della storia. Questa tempesta passerà, ma le scelte che facciamo ora cambieranno la nostra vita”.

    Yuval Noah Harari

    Cosa certamente ha caratterizzato la primavera 2020, in conseguenza delle misure estreme di separazione fisica di cui il mondo intero ha dovuto dotarsi per contrastare la diffusione del Coronavirus, è l’uso massiccio e pervasivo del mezzo digitale.

    Bloccati in casa, senza la possibilità di spostarsi e senza una prospettiva certa di quanto a lungo questa condizione sarebbe durata, istintivamente la gran parte delle persone si rivolge –  o si aggrappa, addirittura, in alcuni casi – alle vie alternative di connessione, socialità, condivisione e di gestione delle questioni lavorative e logistiche, offerte dal digitale, che hanno permesso di proseguire quasi ogni attività del quotidiano, senza presenziare fisicamente  e addirittura senza muoversi.

    Impostare o adottare una versione digitale di quasi qualsiasi attività, diventa effettivamente l’unico possibile elemento per sopperire alla imposta immobilità.

    Nella maggior parte dei casi, non si tratta di un momento di vera innovazione tecnologica, ma piuttosto dell’accelerazione del fenomeno di rivoluzione digitale, come è stata definita, già in atto da più di dieci anni.

    Il lavoro in remoto, i meeting in videoconferenza, il contatto con gli amici in videocall, l’acquisto online dei beni di consumo quotidiani, sono solo i più banali esempi di attività che era già tecnicamente possibile svolgere e in molti casi già anche praticate abitualmente da una parte della popolazione, ma che improvvisamente diventa di pratica comune e di diffusione capillare.

    Di fronte all’emergenza e all’impossibilità di un’alternativa, anche le persone e le strutture più restie ovunque possibile si arrendono a mutare le proprie abitudini o a dotarsi – nei casi più fortunati, in tempi rapidissimi – della tecnologia per poter entrare in questo sistema digitale diffuso.

    E’ interessante notare come oltre all’impennata dell’intensità di utilizzo e della diffusione dei sistemi legati al digitale, si abbia un mutamento radicale della percezione di questi mezzi, soprattutto da parte di moltissime persone che, per motivi generazionali o ideologici, erano sempre state molto scettiche o critiche in materia ed avevano cercato di contrastare o limitarne al massimo l’utilizzo, anche stigmatizzando le conseguenze di un utilizzo sempre crescente di questi sistemi.

    Gloria Origgi  – docente di filosofia delle scienze sociali,  presso l’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi – in un intervento per la serie di conferenze “Relazioni. Idee per un futuro partecipato” organizzate dalla Fondazione Compagnia di San Paolo – parla di rovesciamento della percezione e del sistema di valori intorno ad alcuni temi, in conseguenza del lockdown.

    Effettivamente, anche sistemi come quelli di delivery e di acquisto online, molto criticati e osteggiati da alcune categorie, o non acquisiti per questioni di diffidenza o resistenza al cambiamento, si sono improvvisamente diffusi moltissimo, rivelandosi determinanti nella gestione del quotidiano. 

    La vera rivoluzione è però quella della diffusione capillare dell’utilizzo dei sistemi di live streaming e di videoconferenza che permettono di collegare più persone simultaneamente, 

    Il fatto che non sia nemmeno necessario un computer, ma basti anche solo uno smartphone, per essere connessi in video o trasmettere live e che molte piattaforme già prevedano sistemi semplicissimi per realizzarlo, abbatte ogni barriera.

    Insieme alle foto delle città deserte e all’immagine del personale sanitario in tenuta anti contagio, resteranno impresse nell’immaginario collettivo come legate fortemente e quasi caratterizzanti questo periodo, le immagini degli schermi ripartiti nelle inquadrature multiple dei partecipanti alle videochiamate sulle varie piattaforme.

    Nate per essere utilizzate principalmente in contesti lavorativi, le piattaforme di videoconferenza diventano infatti popolarissime non solo per proseguire con il lavoro a distanza, ma anche per i momenti di svago; al punto che Google, proprietaria del sistema Hangouts, si affretta a pubblicare in aprile una versione aggiornata del software che cambia nome prima in Meetings e poi in Google Meet e viene innestata nel sistema di Facebook, per non perdere la sterminata fetta di potenziali users, che trascorrono un tempo infinito in video collegamento anche con le famiglie e gli amici.

    Un’esplosione di popolarità ha la piattaforma Zoom, per la versatilità di utilizzo, per la possibilità di inserire dei background elettronici e soprattutto per la caratteristica di permettere di collegare fino a 5000 persone contemporaneamente; così come Houseparty, nata per la socialità a distanza, ma fino a questo momento, mai veramente decollata in popolarità.

    Parallelamente, un’impennata enorme di utilizzo hanno anche i sistemi che permettono di trasmettere live o registrare dei video, primi fra tutti Facebook live, Instagram live e Youtube.

    La necessità improvvisa ed impellente di socialità a distanza, trasforma l’utilizzo stesso dei mezzi di video connessione, estendendoli ad altri  esperimenti di impiego:

    • A tema musica (video-feste e video-rave, video-dj sets, concerti in streaming.
    • A tema tv-show (con formati super semplici, spesso a budget zero, basati su scambio inviti tra personaggi dello spettacolo) 
    • A tema arte (virtual tour di mostre e musei, contenuti speciali, corsi, talks, studio visit, webinar)  

    Fa notare Alessandro Mininno, esperto di marketing e comunicazione digitale durante un’intervista per il festival di architettura di Torino “Bottom up!”, come ognuna di queste piattaforme trovi anche delle specificità di utilizzo e di carattere e come, in breve, la scelta stessa della piattaforma indichi immediatamente anche il tipo di incontro e la netiquette conseguente.

    Si scoprono e riscoprono, così, le potenzialità di queste connessioni e anche i vantaggi, non sempre valorizzati al massimo, che il mezzo digitale offre.

    Negli ambienti un po’ meno smart, dove ancora si stentava a prendere in considerazione la parte digitale come parte pienamente integrante delle proprie attività, ci si rende conto di come l’offerta in digitale possa moltiplicare ed aumentare l’intensità delle esperienze, non solo numericamente, ma se sfruttata appieno, anche qualitativamente.

    Al livello basico della trasmissione in streaming, se ne apprezza il fatto che sia estremamente semplice, economica, accessibile e che allarghi immediatamente il pubblico di cui ci si rivolge e potenzialmente anche la base sociale di riferimento.

    Si realizza come sia facile ed economico anche coinvolgere personaggi lontani, personaggi magari molto impegnati o personaggi celebri, il cui coinvolgimento di persona è spesso inaffrontabile per ragioni economiche e logistiche.

    E’ innegabile quanto questo tipo di soluzione – dovendo organizzare delle conferenze o incontri con molti partecipanti – sia più sostenibile non solo dal punto di vista economico, ma anche ambientale.  E’ un sistema anche molto inclusivo: permette a chi è collegato di far arrivare un proprio messaggio o commento con i sistemi di live chatting e, nel caso di eventi di grande portata, permette una fruizione quasi più efficace, grazie al fatto di poter offrire immagini in primo piano di chi parla o si esibisce.

    A livello appena più professionale, il formato digitale di trasmissione, permette di aggiungere scritte, titoli, effetti, animazioni e ciò che succede dal vivo può essere integrato allo stesso tempo con foto, altri video, altri punti di ripresa.

    Il ricorso al digitale non vuol dire naturalmente solo riprendere un evento per trasmetterlo in streaming, per quanto anche questa semplice operazione non fosse fino a marzo 2020 per nulla scontata e pochissimo praticata.

    Banalmente, ci si rende conto che, oltre alla possibilità di trasmettere direttamente live, senza che quindi ci sia alcun evento in un luogo fisico, esistono altri formati come la web radio, i podcasts, le Web TV, o anche solo lo streaming on demand, che si può offrire avendo registrato degli eventi che si sono tenuti dal vivo.

    La ricchezza e la flessibilità di questi sistemi, viene messa in luce anche nella immediata necessità di affrontare la didattica a distanza, con la chiusura di ogni istituto, dalle scuole primarie e fino al livello universitario: un grande ripensamento su come impostare la didattica negli anni a venire, sarà necessario, non solo per tenersi pronti a eventuali situazioni simili nel futuro, ma anche per agganciare finalmente il sistema educativo di tutti i livelli, alla contemporaneità.

    Oltre al materiale prodotto in diretta, una quantità strabiliante di materiale d’archivio o materiale audio/video già esistente viene messo in rete, o in alcuni casi viene reso a fruizione gratuita o a costo minimo, materiale normalmente fruibile a pagamento: libri, film, musica, documentari, archivi interi di riviste, biblioteche e musei… 

    Il senso di pericolo e precarietà moltiplica la necessità di stare in contatto costante: tutti sono connessi e tutti sono smaniosi di connessione sempre maggiore; questo genera un fenomeno di over-exposure, per cui anche i personaggi normalmente più restii a comparire, sentono la necessità di esplorare questo tempo sospeso e di dare un segnale della propria presenza.   

    E’ questa dunque anche l’opportunità per alcuni artisti di sperimentare nuovi formati, misurandosi con il digitale, per restare in contatto con il proprio pubblico, raggiungibile improvvisamente solo attraverso lo schermo di un computer o di uno smartphone.

    Vedremo che molti interessanti esperimenti si generano in rete, su Instagram e su siti internet nati al volo: tra account dedicati al tema Coronavirus e dintorni, o dedicati all’osservazione dell’evolversi delle abitudini delle persone in isolamento; grazie ai take over dell’account Instagram di qualche istituzione, da parte di artisti e personaggi invitati a contribuire ai contenuti, alle performance e ai progetti collaborativi a distanza, o  alla realizzazione di progetti in piena autarchia, dovendosi limitare ad utilizzare mezzi propri nelle proprie abitazioni.

    Intrattenimento a parte, moltissimi servizi vengono offerti tramite il digitale e di molti ci si deve dotare per lo svolgimento delle proprie attività quotidiane: imprenditori grandi e piccoli correranno a dotarsi di soluzioni ibride, implementando col digitale i propri sistemi di distribuzione e fornitura dei servizi, o metteranno a punto delle offerte speciali ad hoc.

    In Italia il Ministero per l’Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione, in collaborazione con L’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID)  avvia una lodevole iniziativa, intitolata “Solidarietà Digitale”, inquadrando l’elenco dei servizi utili offerti gratuitamente o a  prezzo scontato, suddivise nelle categorie: Connettività, E-learning, Informazione e svago, Smart Working, Supporto ai cittadini.

    L’intento, si legge, è “ridurre l’impatto sociale ed economico del Coronavirus grazie a soluzioni e servizi innovativi”.

    Iniziative simile nascono anche da privati; ne sia esempio il sito “Io resto a casa” che elenca tutte le risorse gratuite di intrattenimento divise per ambito di interesse.

    * Yuval Noah Harari “The world after coronavirus”, Financial Times, 20 marzo 2020

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    4 agosto 2020

  • I grandi temi e i grandi filoni di dibattito

    “Il Coronavirus sta sfruttando canali di vulnerabilità che noi stessi abbiamo creato… Questa pandemia è la quintessenza dell’epidemia di una società globalizzata. Globalizzazione significa distruzione dell’ambiente, il mito di una crescita economica infinita, un’enorme crescita demografica, grandi città e trasporti aerei rapidi; è tutto collegato”.

    Frank M. Snowden *

    Tra fine marzo e i primi di aprile, seppur a poco meno di un mese dall’inizio ufficiale della pandemia, gli effetti dei cambiamenti e dei dibattiti in atto, che invadono comprensibilmente ogni ambiente e ogni canale di comunicazione, iniziano ad avere espressione concreta.

    A parte la necessità di informazione e le conseguenti interviste in numero incalcolabile a medici, biologi, virologi ed epidemiologi chiamati a cercare di spiegare le possibili origini e conseguenze fisiologiche del Covid-19, che vengono proposte 24 ore al giorno su radio, TV e sul web in ogni possibile versione e formato, ciò che marca i primi giorni di primavera è il ruolo che assumono, nel mondo della cultura, le discipline filosofiche e quelle creative.

    Il senso di pericolo, di precarietà e la messa in dubbio della stessa sopravvivenza è tale, che per la prima volta le generazioni viventi si trovano a vivere l’urgenza e la necessità diffusa,  fortissima ed autentica di appigliarsi a queste discipline.

    Per la prima volta da quando siamo vivi ci troviamo a doverci interrogare concretamente sullo stato e sul ruolo della nostra vita sulla Terra, sull’esistenza stessa dell’essere umano e sul rapporto uomo-natura. 

    Filosofi, designer, artisti, creativi, percepiti spesso dalla società come figure aventi un ruolo di contorno, mai veramente accolto come strutturale nella definizione e nella costruzione del futuro del Pianeta e dell’essere umano, vedono il proprio ruolo ribaltato, diventando le figure cui ci si aggrappa per avere risposte concrete e segnali forti.

    Così, nel mese di marzo, i grandi attori dell’editoria e della comunicazione coinvolgono freneticamente, premi Nobel, filosofi, poeti, artisti, stilisti, economisti, creativi e analisti politici per cercare di rispondere alla necessità di dare un senso a quanto sta accadendo e delineare delle proiezioni che possano incoraggiare, rassicurare e dare un senso al futuro, o anche solo un senso stesso di futuro, in un momento in cui si fatica a guardare oltre all’urgenza immediata e al presente: come si vivrà, quando l’emergenza sarà superata e si potrà circolare di nuovo?

    Il tema della sostenibilità è al centro di ogni discussione, alla base di ogni visione e in qualche modo sotteso in ogni tipo di intervento; non solo in tema di produzione, ma anche di viaggi, ritmi, eccessi nel lusso, nel turismo, nello sfruttamento delle risorse ambientali, paesaggistiche, umane…

    E’ interessante notare, però, come i grandi movimenti ambientalisti, anche quelli più clamorosamente noti e protagonisti negli ultimi anni di manifestazioni e enormi iniziative intorno ai temi ambientali, non vengono coinvolti veramente , o almeno non quanto ci si sarebbe aspettati. 

    Forse, approfittando della presa di coscienza improvvisamente più diffusa e capillare sulla questione, decidono essi stessi di lasciare spazio a figure nuove che con voce autorevole fissino per sempre concetti che faticavano a far accettare universalmente. 

    “Why is there a coronavirus crisis? It’s a colossal market failure. It goes right back to the essence of markets exacerbated by the savage neoliberal intensification of deep social-economic problems”.

    Noam Chomsky

    Di filosofi, politologi e sociologi vengono divulgati, già in marzo, articoli che in alcuni casi segneranno un’epoca. Fondamentali restano quelli di Bruno Latour “Immaginare gesti-barriera contro il ritorno alla produzione pre-crisi”, AOC e di Yuval Noah Harari “The world after Coronavirus”, Financial Times; in Italia, molto apprezzati anche gli articoli di Paolo Giordano “Quello che non voglio scordare, dopo il Coronavirus”e “Coronavirus, la «scatola nera» del dopo: il futuro prossimo non può restare un enigma”.

    Srećko Horvat intervista per DiEM25 TV: “Noam Chomsky: Coronavirus – what is at stake?”

    Si vanno a recuperare articoli in cui, a pochissimi mesi dall’esplosione del Covid-19, alcuni studiosi già intravedevano l’eventualità di un fatto epidemico come una delle possibili catastrofi da temere per il prossimo futuro: molto interessanti le interviste a Frank M. Snowden, storico delle epidemie all’università di Yale, sul New Yorker “How pandemics change history” e su il manifesto “Questa pandemia specchio di una globalizzazione letale”, l’intervista a Noam Chomsky da parte di Srećko Horvat on DiEM25 TV: “Noam Chomsky: Coronavirus – what is at stake?”, così come le mille interviste in cui viene coinvolto Emanuele Coccia, docente di filosofia all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi e autore del bestseller “La vita delle piante” (2018)  e del volume “Métamorphoses” (2020), divenuto istantaneamente celebre [nonostante fosse uscito talmente a ridosso dell’inizio della pandemia, da non essere all’epoca ancora stato tradotto dal francese ndr] per le riflessioni contenute, sui virus come grandi forze di trasformazione nell’ambito del ciclo naturale; tra queste interviste spiccano quelle su Instagram live con gli artisti Formafantasma intervistati da Stefano Boeri per la serie “Decamerone” della Triennale di Milano e quella di Emanuele Coccia intervistato dagli stessi Formafantasma per la Serpentine Gallery.

    Su temi di filosofia della scienza si pubblicano, tra marzo e aprile, anche saggi lampo e libri pop-up, grazie alla possibilità data dal digitale di scaricarli immediatamente e gratuitamente in pdf o sugli e-book readers: impossibile non citare il saggio breve ancora di Emanuele Coccia “Rovesciare il monachesimo globale”, o i piccoli libri di grande successo della casa editrice Nottetempo, che tenendo fede agli intenti contenuti nel proprio stesso nome, pubblica ad inizio aprile 2020 il libro del giovane filosofo Leonardo Caffo, altro degli intervistatissimi su tutte le piattaforme di discussione, in Italia: “Dopo il Covid-19. Punti per una discussione”.

    Christophe Gernigon, sistema per mangiare in sicurezza nei ristoranti, aprile 2020

    Della stessa casa editrice esce sempre in modalità pop-up, il libro di Luca Molinari: “Le case che saremo”.

    Quest’ultimo è emblematico di un altro dei grandi filoni di dibattito che si dirama in discorsi, progetti e anche interventi concreti: il tema degli spazi del vivere e delle modalità convivenza, sia nel pubblico che nel privato, che si espande anche a tutta la creatività scatenata per ideare nuovi oggetti e soluzioni di design, mirati soprattutto a garantire separazione, distanziamento e non contaminazione reciproca, nel vivere quotidiano. 

    Le nuove esigenze che emergono, in termini di svolgimento di alcune attività del quotidiano e di configurazione e aspetto degli spazi abitativi e di convivenza, nonché la necessità di intervenire su questi anche a breve e brevissimo termine, genera un proliferare esplosivo di soluzioni che oscillano da quelle serie a quelle superflue, da quelle geniali e risolutive a quelle immediatamente obsolete, da quelle belle e impossibili a quelle semplici ed efficaci, da quelle messe immediatamente in produzione a quelle buffe o “fai da te” che contribuiscono anche ad alleggerire l’atmosfera generale, divenendo oggetto di meme e piccoli video virali.

    Quel che è certo, è che si generano un entusiasmo ed un fermento di intensità inedita, intorno al mondo del design, della progettazione architettonica e d’interni, quando per la prima volta la creatività, l’inventiva e la progettazione architettonica rispondono ad un’esigenza diffusa, reale, massiva e pressante.

    Un delfino davanti al Castello di Miramare a Trieste © Corriere della Sera

    Infine, la narrativa dei due mesi che hanno bloccato il mondo, passa certamente anche attraverso i silenzi e le immagini spettacolari delle città deserte – nelle irripetibili e indimenticabili immagini scattate dai pochi fotografi che hanno il permesso professionale di circolare per le città deserte e quelle girate dai droni in volo solitario – e attraverso la rivalsa immediata della natura sul costruito, tra animali selvatici che invadono finalmente indisturbati gli agglomerati urbani e i fiori e le piantine che germogliano tra i ciottoli del selciato delle piazze italiane e nelle spaccature dell’asfalto.

    Roma deserta ripresa da un drone © Il sole 24Ore

    * storico delle epidemie all’università di Yale

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    3 agosto 2020

  • Analisi del contesto

    Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, 4 marzo 2020 – © Alessandro Grassani (Source: The New York Times)

     “What we can’t predict, it’s actually what will stick”  

    Anna Cox *

    E’ il 4 marzo 2020. 

    Con il Dpcm del 1 marzo 2020, la Presidenza del Consiglio ha sancito, per il contenimento e la gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19,  “la sospensione, sino all’8 marzo 2020, di tutte le manifestazioni organizzate, di carattere non ordinario, nonché degli eventi in luogo pubblico o privato, ivi compresi quelli di carattere culturale, ludico, sportivo e religioso, anche se svolti in luoghi chiusi ma aperti al pubblico”.

    Tutti gli enti stanno cancellando a cascata i propri eventi in calendario, ma la Triennale di Milano  – che ha in programma per quel giorno l’incontro pubblico intitolato “Verso la XXIII Esposizione Internazionale di Triennale Milano”, decide che l’evento si terrà comunque, in diretta streaming sui propri canali Facebook e Youtube.

    Con questa decisione, e con l’affermazione esplicita di non aver voluto cancellare l’evento, proprio per affermare che l’ente Triennale sente la responsabilità di continuare a produrre cultura, anche in una situazione di emergenza che impone degli ostacoli logistici, il Presidente della Triennale Stefano Boeri, lancia una programmazione che verrà portata a avanti da quel giorno, ogni giorno alla stessa ora, dall’ente Triennale, per tre mesi e poi ripreso da quasi ogni altra istituzione culturale  e dai singoli attori del mondo della cultura: si trasmette a porte chiuse e poi si arriverà a trasmettere da casa, ma la macchina non si ferma.

    Si accendono le webcam prima, e le microcamere degli smartphone, poi e prima ancora che ce ne si renda conto, il pubblico cui ci si rivolge si è ampliato e moltiplicato infinitamente, poiché in diretta streaming ci si rivolge improvvisamente potenzialmente a tutto il mondo.

    Da quel giorno streaming sarà una delle parole più utilizzate in assoluto e probabilmente l’attività più praticata dai cittadini del mondo bloccati nelle proprie abitazioni, mentre il mondo interrompe man mano tutte le attività non strettamente legate alla sopravvivenza e sostanzialmente, chiude.

    Già a inizio febbraio, la Cina e la Corea avevano comunicato ufficialmente la sospensione della partecipazione delle proprie aziende al Salone del Mobile 2020, gettando l’ente fiere di Milano nello sconforto e facendo suonare in Italia un primo campanello d’allarme che non smetterà più di suonare, mentre fioccavano sempre maggiormente, in Italia e in tutto il mondo, i provvedimenti di restrizioni e divieti che andavano rendendo lo svolgimento delle normali attività ricreative e poi più genericamente quelle di gruppo e quelle pubbliche, nonché i viaggi e gli spostamenti, sempre più impossibili.

    Pochi giorni dopo, Giorgio Armani chiude la settimana della moda di Milano, facendo sfilare le proprie modelle a porte chiuse, lo stesso giorno in cui il Presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, annulla ufficialmente il Carnevale di Venezia.

    Bisognerà aspettare la fine di Marzo, perché siano cancellate e spostate in blocco al 2021 le Olimpiadi di Tokyo 2020 ed annullato il Salone del Mobile di Milano, benché se ne vociferasse ormai da molte settimane; ma il mondo a questo punto è già cambiato e a parte lo stupore non sopprimibile, generato soprattutto dallo stop ai giochi olimpici che solo la Seconda Guerra Mondiale aveva potuto fermare, nel 1940 (e per un caso tragicamente sfortunato, proprio in Giappone) i cittadini del mondo si sono già arresi a veder smaterializzarsi ogni tipo di manifestazione pubblica di grande, grandissimo, medio, o piccolo formato.

    Queste poche settimane di marzo, infatti, saranno determinanti e rappresenteranno una cesura nel modo di fruire la cultura che le nostre generazioni hanno per gran parte sperimentato e raramente messo in discussione: preferibilmente di persona, dal vivo e marchiato, di conseguenza, da una gerarchia di fruizione legata alla potenza economica.

    Nonostante le possibilità aperte dalla nascita della televisione prima e del World Wide Web successivamente, il valore e l’importanza della partecipazione di persona ad ogni tipo di esperienza, sia in ambito ludico che lavorativo, non sono mai stati messi in discussione e hanno, anzi, negli ultimi due decenni acquisito un ruolo sempre più determinante, al punto da arrivare a raggiungere e forse scavalcare l’ambizione a possedere: esserci più che avere, la cosiddetta experience, come oggetto immateriale più ambito: viaggiare per essere presenti ad una situazione, incontrare di persona i protagonisti, assistere live ad un fenomeno.

    D’altra parte, per essere sempre più presenti bisogna sempre più viaggiare, moltiplicare le possibilità e la velocità di spostamento. 

    Da sempre l’uomo anela al superamento dei propri limiti in termini di velocità; non solo la scienza e la tecnica, ma anche le speculazioni artistiche e intellettuali, nella sfida a creare degli immaginari fantastici e fantascientifici hanno per lo più speso energie nel creare un immaginario di velocità e annullamento delle distanze.

    Ed intorno alla velocità, in marzo, si gioca tutto: nella velocità negata – dai provvedimenti che vietano gli incontri e la vicinanza fisica, gli spostamenti i viaggi – e nella velocità di reazione: l’immobilità richiesta dalla situazione sanitaria non ammette, di fatto, l’immobilità di reazione.

    In un mondo veloce, che tiene ritmi concitati nemmeno più per scelta, ma ormai per un inarrestabile obbligo, il cambiamento avviene in pochi giorni, ma il tono e la direzione del cambiamento vengono determinati in effetti in pochi attimi, dai soggetti in grado di reagire immediatamente, in modo pratico, semplice ed efficace. Soggetti, questi, che già abbiamo definito come game-changers; tra questi, certamente la Triennale di Milano, da cui è partita questa storia.

    * cit. Anna Cox, Prof. of Human-Computer Interaction, UCL Interaction Centre

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    2 agosto 2020

  • Introduzione

    Times Square durante il lockdown, marzo 2020 © Getty Images

    “Apri gli occhi”  *

    A dispetto delle proiezioni catastrofiche futuribili di questi ultimi anni, che immaginavano il nostro pianeta crollare travolto da disastri legati a mutamenti climatici estremi, o da guerre generate da movimenti politici o da disastri economici, l’umanità è stata messa in ginocchio improvvisamente e molto prima del previsto, da un virus che nel giro di un centinaio di giorni ha saputo bloccarla quasi simultaneamente e nella quasi totalità.

    Nella definizione ufficiale del WHO: “Un nuovo virus che si diffonde in tutto il mondo e contro il quale la maggioranza degli uomini non ha difese immunitarie”, il COVID-19 è stato dichiarato ufficialmente una pandemia dal direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Salute, Tedros Adhanom Ghebreyesus, durante la conferenza stampa dell’11 marzo.

    Non si tratta della prima pandemia che la Terra affronta, ma è la prima volta che la diffusione di un virus è così rapida e incontrollata e la prima volta da quando gli uomini hanno perso il senso di arrendevolezza e di fatalità che rendeva in passato tragicamente accettato, il veder morire per un simile fenomeno, migliaia di persone quotidianamente.

    Poiché questo non è più accettabile, appunto, nel mondo contemporaneo e nel tentativo di frenare meccanicamente il virus, in attesa che sia trovata una cura, in un accordo comune a quasi tutti i Paesi, gli esseri umani bloccano quasi ogni attività produttiva; si bloccano le proteste di piazza che in alcune società si levavano potentissime all’inizio del 2020 e persino le guerre.

    Immagini prodotte fino a questo momento solo nei film distopici o post-apocalittici sono diventate realtà (famosa la ripresa di una New York deserta, nel film “Vanilla Sky” di Cameron Crowe, girato con mezzi Hollywoodiani nel 2001, che a riguardarlo ora, sembra girato per strada senza mezzi di produzione, nell’aprile 2020) e per la prima volta nella storia dell’umanità: le strade sono deserte, i mezzi di trasporto sono paralizzati e un silenzio irreale pervade la maggior parte dei centri abitati. Miliardi di persone si sono simultaneamente separate e rinchiuse nel tentativo di isolare il virus ed arrestarne la diffusione.

    Questa frenata improvvisa, com’era immaginabile, pur contribuendo effettivamente a ridurre l’impatto mortale del virus, ha avuto effetti collaterali di enorme portata.

    Al di là delle evidenti ripercussioni economiche che hanno gettato nuovamente il pianeta in una crisi probabilmente ancora maggiore dell’ultima da cui ancora stentava a risollevarsi, questa inedita immobilità ha amplificato, nel silenzio, ogni fenomeno fisico e psicologico e ha messo in luce come alcuni aspetti chiave dei nostri modi di vita – che si riflettono in vario modo su tutti gli ambiti del vivere – non siano sostenibili a medio e lungo termine e come d’altra parte non siano forse veramente o totalmente irrinunciabili ed inevitabili, come finora considerato.  

    Se la non sostenibilità di molti di questi – un numero impressionante di aerei e mezzi di trasporto in movimento, coltivazioni ed allevamenti intensivi in numero esasperato, inquinamento e over-produzione di qualsiasi merce, turismo invasivo di massa – era già ampiamente in discussione e negli ultimi anni in modo sempre più pressante, l’ipotesi ormai più accreditata della genesi del virus – quella della zoonosi, ossia dell’origine animale del virus, trasmesso all’uomo mediante un passaggio di specie dovuto alle esasperazioni nello sfruttamento delle risorse del pianeta – ha dimostrato in modo clamoroso e improvvisamente non più negabile, come questi fenomeni siano strettissimamente correlati e come invertire la rotta rispetto allo sfruttamento senza remore del pianeta, sia l’unica opzione percorribile.

    L’analisi epidemiologica della diffusione del virus, ha anche dimostrato altri due importantissimi principi: come il concetto esteso di distanza, che negli ultimi anni ci si affannava a cercare di annullare in tutti gli ambiti dello sviluppo e dell’innovazione, non sia da intendersi con accezione unicamente negativa e come un accordo comune e universale su quelli che devono tornare ad essere i principi fondanti della convivenza uomo-natura sul pianeta Terra, sia irrinunciabile.

    Si è fatta luce, insomma, sulla possibilità e necessità di cambiare prospettiva e di modificare e integrare le modalità di azione, di progettazione e di ricerca verso il progresso, in tutti gli ambiti, anche quello culturale di cui qui ci occuperemo.

    Sostanzialmente, questo smottamento arriva ad accelerare improvvisamente l’evoluzione verso il futuro della progettazione culturale e della sua fruizione, ma contemporaneamente si rivela anche come un’opportunità per provare a disegnarla in modo più vantaggioso e più sostenibile, più diffuso e più innovativo e magari anche più soddisfacente sia per il pubblico, sia per gli operatori.

    Si vedrà, infatti, come in conseguenza di questa presa di coscienza, si siano effettivamente prodotti spontaneamente alcuni fenomeni che hanno scosso dal profondo il mondo della cultura: l’apertura di grossi dibattiti culturali, innanzitutto, su temi che prima non si era mai osato davvero affrontare; dei nuovi format per interagire col pubblico, che prima non si erano utilizzati o non appieno sfruttati; soprattutto, la presa della scena da parte del digitale, che fa intravedere nuovi scenari nel momento in cui si inizi a sfruttarne tutte le possibilità, trascurate finora o sotto utilizzate, ma anche la presa della scena da parte di alcuni soggetti  – soggetti che possiamo definire veri e propri game-changers – che si sono distinti per aver saputo reagire immediatamente ed in modo intelligente, originale, efficace o innovativo, pur nella semplicità dei propri interventi, avendo così impostato le basi e impresso una direzione verso un cambiamento nel modo di pensare al rapporto con il pubblico esistente e quello potenziale ed  alla fruizione della cultura.

    I nuovi parametri e i nuovi standard, lanciati e involontariamente quasi imposti da questi soggetti, che in fretta hanno preso piede nei formati degli eventi in programma e nelle abitudini dei loro fruitori, sono stati ben presto acquisiti e definiti come il New Normal.

    Questi ultimi in particolare e alcuni episodi sorprendenti per novità, incisività o bizzarria, saranno oggetto di quello che ho voluto definire una sorta di diario del mio percorso di esplorazione di questa stagione breve che ha scosso il pianeta dalle fondamenta; un percorso non sistematico e necessariamente non esaustivo delle migliaia di episodi che si sono prodotti in conseguenza soprattutto dello stop generale, ma che si propone di esaminare alcuni dei fenomeni di maggior rilievo e le conseguenze dirette dell’avvento di questi fenomeni nel breve e medio termine.

    Lungo il percorso si evidenzierà, come più che ad un New Normal, ciò a cui tendere ed ambire sia più necessariamente, come sagacemente intuito ed espresso da Cedric Charbit, CEO di Balenciaga, un Multiple Normal.

    NOTA A MARGINE

    Durante la redazione di questo diario, alcune delle teorie e delle esperienze testate nei mesi in cui il mondo si è fermato, trovano qualche prima applicazione.

    Proseguendo il percorso, si va generando un piccolo osservatorio che mette in luce come alcune prime iniziative vengano presentate al pubblico in una formula che in alcuni casi già riflette i cambiamenti e gli esiti dei dibattiti dei mesi scorsi, come alcune formule popolarissime nel periodo del lockdown risultino già desuete e come altre iniziative siano in transito, con esiti ancora incerti, verso un futuro che le vedrà inevitabilmente trasformate.

    Diversa sarà l’esperienza di rilettura di questo diario tra qualche anno, quando sarà finalmente evidente quali di questi discorsi saranno decaduti e quali saranno stati davvero accolti e sviluppati e quali le vere ripercussioni e gli stravolgimenti impressi o accelerati della pandemia.

    Una distopica New York, totalmente deserta, nella scena iniziale del film “Vanilla Sky”

    * cit. dal film: “Vanilla Sky”, Reg. Cameron Crowe, con Tom Cruise, Penélope Cruz, Paramount Pictures (2001)

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    1 agosto 2020

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