PandeMIA

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  • Altre istituzioni culturali in lockdown

    Maurizio Cilli, immagine per il progetto “VICINO VICINO”, BASE MILANO, 2020

    “Looking back, we were the luckiest people in the world. There was no choice but to be pioneers; no time to be beginners”

    Margaret Hamilton *

    Abbiamo visto come tante istituzioni d’arte abbiano messo a punto cicli di interviste e altri progetti in formato digitale, nati in reazione all’emergenza e all’immobilità in cui piomba il mondo a partire da marzo 2020, per restare in contatto con il proprio pubblico.

    Allo stesso modo, tante altre istituzioni culturali, di vario genere e natura disciplinare, quelle che animano la vita delle città e quelle che normalmente ospitano nelle proprie sedi attività diverse, sentono il bisogno di produrre dei contenuti che possano tenere aperto un filo diretto con il proprio pubblico, dimostrando anche la propria disponibilità ad essere presenti, attivi e con uno sguardo comunque rivolto al futuro, alla ricerca di un equilibrio tra il non cedere allo sconforto e il non sottovalutare la gravità del momento.

    Mentre più semplicemente certi appuntamenti si mantengono in calendario, volgendoli ad una versione online, o altri nascono ad hoc, in conseguenza del lockdown, più interessante è vedere come molte istituzioni si ingegnano a reinventare delle attività compatibili con la situazione logistica, ma nate specificamente sul tema della pandemia o intorno al mezzo digitale, per andare a rappresentarla e a rappresentarsi.

    Prenderemo qui in esame alcuni esempi italiani di istituzioni che hanno saputo tenere insieme le squadre di lavoro, i cui membri si sono ritrovati improvvisamente fisicamente distanti e ideare, senza esitazione, delle attività di contenuto rilevante, modellate sul digitale e sui propri mezzi a disposizione.

    Il Circolo del Design a Torino, con la collaborazione di Elisabetta Donati de Conti, mette a punto un progetto intitolato “Welcome to the Post-analog Condition”: “un archivio digitale che il Circolo del Design costruisce in tempo reale per innescare e stimolare una riflessione condivisa in relazione alla pandemia causata dal Covid-19 in tutto il mondo”.

    Dal sito del Circolo del Design di Torino, “Welcome to the Post-analog Condition”, interviste.

    Si raccolgono delle interviste scritte, tracce audio e tracce video  di progetti che in senso lato riportano a riflessioni diverse sulla condizione del mondo in difficoltà, articoli di presentazione di una serie di libri e una scelta di progetti artistici e di design del passato con cui guardare il presente, a cura di diversi  protagonisti del mondo del design contemporaneo.

    Dal sito del Circolo del Design di Torino, “Welcome to the Post-analog Condition”, progetti audio

    E’ un progetto in divenire che va arricchendosi ogni settimana di nuovi spunti e che ha tutti i presupposti per divenire una bella traccia di riflessione collettiva sui presupposti teorici che ci hanno guidati fin qui, cui guardare per immaginare un futuro che contenga e vada oltre tutto ciò che già siamo. 

    “VICINO VICINO”, BASE MILANO

    BASE MILANO decide invece di muoversi su più fronti con diversi piccoli progetti.

    “VICINO VICINO” si intitola il progetto costruito intorno al concetto di comunità: “Vogliamo conoscere meglio i nostri vicini, usando il digitale fino a quando non potremo entrare nelle rispettive case”, scrivono da Base e avviano un “take over delle Stories dall’account Instagram affidate ogni settimana a un diverso vicino, tra i tanti creativi e operatori culturali, con cui Base è in diretto rapporto, cui si chiede di presentare se stesso e una propria giornata tipo.

    E’ bello immaginare lo schermo dello smartphone trasformato in una finestra sul mondo, che si apre più in là di quanto non si possa aprire la vera finestra di ognuno, nell’immobilismo in cui è piombato il mondo; ed è bello pensare che alla ripartenza delle attività, si siano scoperte realtà diverse con cui,in prospettiva, poter fare rete per davvero.

    Anche divertente è andare ad esplorare come ognuno dei personaggi coinvolti decida di usare il mezzo Instagram Story: stili, colori, tone of voice, attività diverse.

    BASE MILANO “VICINO VICINO”
    Maurizio Cilli – @mauriziocilli
    Architetto, urbanista, artista, curatore di arte pubblica, ricercatore. Autore del progetto “senza casa, senza cosa?”, rilevante più che mai in un momento in cui il mantra è #iorestoacasa.
    BASE MILANO “VICINO VICINO”
    Sara Ricciardi – @sara___ricciardi
    Designer poliedrica, esploratrice di forme ed eccelsa collezionista di oggetti bizzarri. Esperta di relational design, interazioni umane e vicinato

    Parte sul sito di Base anche una sorta di rassegna stampa, intitolata “Lookout”  suddivisa per temi, che raccoglie articoli di particolare spicco che raccontano l’evolversi rapido del contesto sociale durante il Covid-19: “Il nostro osservatorio sulla realtà, per raccogliere spunti e districarsi nell’affollato mondo dell’informazione. Un archivio in continuo aggiornamento, suddiviso per i temi che più ci stanno a cuore: nuovi e vecchi linguaggi e significati collettivi; il lavoro e le industrie creative e culturali; il mondo com’è e come vorremmo fosse; mix & match, extravaganza e curiosità”.

    In parallelo, come abbiamo visto essere un’onda molto popolare, Base organizza delle interviste live su Instagram, condotte da Pietro Corraini, editore e grafico, nonché art director di Corraini Editore e collaboratore di Base. Il calendario di queste interviste non è molto esteso, ma i contenuti sono molto interessanti; in particolare spicca l’intervento di Massimo Temporelli, intervistato sul ruolo dei designer nel contesto dell’emergenza e in prospettiva in un mondo che dovrà rivedere l’uso degli spazi di vita e lavoro. 

    Purtroppo di queste interviste si è persa completamente traccia, in rete.

    La Fondazione Compagnia di San Paolo, mette a punto un ciclo di incontri intitolato “Relazioni – Idee per un futuro partecipato”, descritto come: “un ciclo di incontri nel quale tre protagonisti della cultura ci aiuteranno a riflettere, in un momento di grande incertezza, sul futuro delle nostre relazioni”.  

    Compagnia di San Paolo, serie: “Relazioni – Idee per un futuro partecipato”, primo appuntamento

    Questo piccola serie, in particolare, si distingue per il carattere sapientemente equilibrato tra approccio fortemente umanistico e approccio tecnico, che offre proprio l’apporto di umanità di cui, abbiamo visto, nella primavera 2020 molto si sente il bisogno.

    Nata come contributo formativo a beneficio delle comunità di pratica che rientrano nell’Obiettivo Cultura della Compagnia, viene, a ridosso della andata in onda, aperto al pubblico; tecnicamente, questo avviene grazie al fatto che gli incontri si tengono online, ma è importante notare come questa decisione risponda in realtà anche alla percezione generale, che abbiamo già descritto, del bisogno comune di riflettere e ripensare ai modi e mezzi con cui si fa cultura.

    I titoli: “Responsabilità, relazioni, cultura” trattato dalla docente di filosofia Gloria Origgi, la cui ricerca verte sull’epistemologia e le scienze sociali applicate alle nuove tecnologie; “Geografie poetiche politiche”, trattato da Virgilio Sieni, danzatore e coreografo che lavora da molti anni sui temi della partecipazione e dell’inclusione; “La cultura oltre lo schermo” trattato da Simone Arcagni, docente universitario e ricercatore di pratiche ed estetiche dei media digitali, delle nuove tecnologie, di internet, dei social media.

    Particolarmente interessante qui anche l’espressione del contributo offerto dalla Compagnia, che sempre maggiormente si sta rivelando un alleato preziosissimo per chi lavora in ambito sociale e culturale, soprattutto in relazione al fatto di dimostrarsi motivata ad attivare molti progetti propri, a costruire i progetti insieme ai soggetti che beneficiano dei fondi e a mettere a disposizione la propria preziose e ampia rete di competenze, più che limitarsi a finanziare progetti già definiti.

    ”Alfabeto Pandemico”. Credits: Pnsix | Ardeek
    Illustrazioni di Anna Cellamare

    Altro progetto che riscuote molta meritata attenzione e si distingue per originalità, è ”Alfabeto Pandemico”, ideato da Ilda Curti e curato dalla rete Lo Stato dei luoghi – Rete nazionale di attivatori di luoghi e spazi rigenerati a base culturale. 

    ‘Quali parole abbiamo per costruire nuovi immaginari?’ è la domanda cui si chiede di rispondere, suggerendo quali parole si relazionino più direttamente allo stato sospeso che la pandemia ha generato e quali nuove accezioni possano acquisire queste parole, nell’esperienza di ciascuno.

    Lentezza, per esempio, che invade il tempo e fa vedere e udire tutto in modo aumentato, o Elastico, intorno alla dilatazione del tempo.

    Il progetto dell’alfabeto viene ideato e lanciato già a fine marzo e merita anche per questo una menzione speciale per la rapidità di pensiero e d’azione, che, come abbiamo visto, è uno dei fattori di scarto in termini di incisività dei progetti nati in emergenza.

    Citiamo infine Lapis, la SuperTV della Scuola d’Arte applicata di Milano.

    Se ogni istituzione scolastica, a partire dai primi di marzo e in moltissimi Paesi del mondo, ha dovuto fare i conti con le lezioni a distanza, via internet e tantissime sono le storie di successi e piccoli traguardi, oltre alle difficoltà oggettive che questo ha comportato, questo esempio, come gli altri sopra presentati, presenta un quid in più, in termini di concezione.

    Passando online, infatti la didattica perde le necessarie limitazioni nel numero di studenti in compresenza e anche le limitazioni nell’orario di svolgimento 

    Lapis, la SuperTV della Scuola d’Arte applicata di Milano, campagna di Crowdfunding

    Così, invece di limitarsi ad offrire agli studenti dell’istituto le lezioni online, Super, su iniziativa del direttore Stefano Mirti, decide di aprirsi oltre la scuola e di rivolgersi anche ad un pubblico generico.

    Il palinsesto di lezioni online, diventa il palinsesto di una piccola TV che va in onda tramite dirette su Facebook.

    Chiunque può seguire un numero consistente di lezioni online, gratuitamente, mentre a pagamento, su un numero di lezioni selezionate, si può ottenere di avere le revisioni dei docenti sui propri elaborati. 

    Ciò che si paga, cioè, sono il tempo e l’attenzione dedicati in esclusiva.

    In programma ci sono varie rubriche: Atelier, per esempio, che raccoglie i laboratori di arte applicata; Kids, dedicato ai ragazzi, poi incontri con professionisti che collaborano con la scuola, lezioni di gioco, corsi di cucina, concerti live…

    Con la campagna di crowdfunding, lanciata in giugno e volta a finanziare le attività dei prossimi mesi, si conferma che questa parte di didattica, ancora in sperimentazione, ma con buone prospettive di crescita, non si chiuderà con questa stagione, ma diventerà parte integrante della scuola, anche negli anni a venire, andando a coprire un nuovo settore di interesse.

    Questo si può considerare un esempio luminoso di come un ente di piccole dimensioni, abbia saputo reagire positivamente alla situazione anomala e improvvisa, con la sola forza di un’idea, andando addirittura ad aprire, in coincidenza con la pandemia, un nuovo capitolo di lavoro.

    Testate l’efficacia e i limiti di questa intuizione, lavorando inizialmente con i mezzi semplicissimi a disposizione del personale coinvolto, ora si punta a crescere, coinvolgendo probabilmente in futuro qualche professionista dedicato e investendo in attrezzature che permettano di implementare l’idea con nuovi aspetti e funzionalità.

    * Scienziata e informatica, ingegnere di sistemi e imprenditrice americana. È stata direttrice della divisione di ingegneria del software del MIT Instrumentation Laboratory, che ha sviluppato il software di volo a bordo per il programma Apollo della NASA.

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    6 settembre 2020

  • “We Are One – A Global Film Festival”

    “Now, more than ever, we need the unique power of film to inspire us, to entertain us, to comfort us, wherever we live, whatever language we speak... Twenty one festivals join forces to find a way for us all to stay together. Twenty one festivals and you: we are one”.

    Robert De Niro

    Un inedito e importante festival dei festival, viene invece organizzato, radunando in uno sforzo comune, 21 tra i più importanti festival di cinema dal mondo, alcuni dei quali sono stati costretti a cancellare l’edizione del 2020, ma non intendono rinunciare a far sentire la propria presenza, e a far debuttare con qualche clamore almeno alcuni dei film dei quali si sono assicurati la première in esclusiva.

    “We Are One – A global film festival”. Trailer

    Si intitola “We Are One – A global film festival” e si promuove come “Un festival cinematografico digitale di 10 giorni, senza precedenti, in esclusiva su YouTube”.

    I promotori sono Tribeca Film Festival, fondato da Robert De Niro con Jane Rosenthal, in accordo con YouTube, appunto. Viene annunciato il 27 aprile 2020 e andrà in scena  a partire dal 29 maggio.

    Recita il comunicato, che l’iniziativa non intende essere semplicemente un sostituto online per Tribeca, ma “mira a essere un evento veramente globale con cui si desidera sostenere, tra le altre cose, il COVID-19 Solidarity Response Fund dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nonché alcuni enti di soccorso locale”.

    “We Are One – A global film festival”. Presentazione

    Il festival è gratuito, ma sarà chiesto di effettuare delle donazioni in corrispondenza con la fruizione dei film.

    Il programma è curato dai seguenti festival cinematografici:

    Annecy Festival, Internationale Filmfestspiele Berlin, London Film Festival, Festival de Cannes, Festival Internacional de Cine en Guadalajara, Jerusalem Film Festival, Karlovy Vary International Film Festival,  Locarno Film Festival, International Film Festival and Award Macao, Festival International du Film de Marrakech, Mumbai Film Festival, New York Film Festival, International Film Festival Rotterdam, San Sebastiàn International Film Festival,  Sarajevo Film Festival, Sundance Film Festival, Toronto International Film Festival, Tokyo International Film Festival, Tribeca Film Festival, Mostra internazionale d’arte cinematografica – La Biennale di Venezia”.

    Ogni festival mette a disposizione parte del materiale selezionato per l’edizione 2020.

    In 10 giorni vengono proiettati più di 100 film, comprese alcune anteprime mondiali e alcune anteprime per il Nord America. La selezione spazia da lungometraggi narrativi, documentari, cortometraggi e film di animazione; inoltre vengono proposte alcune tavole rotonde con i principali registi e presentazioni in realtà virtuale.

    Come in ogni festival, i film vanno in visione in lingua originale con sottotitoli. 

    Alcuni film rimangono in visione sul sito del festival, dopo il debutto, per tutta la durata del festival; alcuni vanno in programmazione un’unica volta.

    In corrispondenza della messa in onda, è anche naturalmente possibile chattare e lasciare dei commenti e utilizzare il pulsante apposito per donare all’ente associato ad ogni film.

    Per i direttori dei festival, che normalmente competono per assicurarsi anteprime ed eventi speciali, “We Are One” può rappresentare un luogo complementare per celebrare il lavoro dei registi locali, per promuovere il carattere delle proprie programmazioni, per soddisfare gli appassionati di cinema che non possono viaggiare per partecipare alle manifestazioni di questo tipo, ma anche per avvicinare un pubblico che normalmente non è uso a prendere in considerazione film indipendenti, cortometraggi, documentari o film di Paesi stranieri; senza contare, che non tutti i festival sono realmente aperti al pubblico.

    In diverse interviste, più di uno tra i direttori dei festival coinvolti ha fatto cenno al fatto di vedere favorevolmente l’idea che il festival possa diventare un appuntamento annuale e gli stessi due co-fondatori di Tribeca non hanno escluso questa eventualità.Non è detto, quindi, che come varie altre iniziative nate in conseguenza della pandemia, anche “We Are One” non sia nato per restare.

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    5 settembre 2020

  • Il mondo del cinema in lockdown

    Fotogramma dal film “Buongiorno”, Reg. Yasujiro Ozu, con Masahiko Shimazu, Koji Shidara, Kuniko Miyake, Giappone, 1959

     “We are hurting enormously. We are losing I don’t know how much a week. We don’t have any grants or subsidy money. But we’ve been able to really experiment, to go out to a much, much wider community of people who hadn’t heard about us before. It’s certainly been a ride.” 

    Philip Knatchbull *

    Per quanto logico, che come tutta l’industria dell’intrattenimento, anche il cinema si fermi nei mesi in cui il mondo è paralizzato in lockdown, è quando si cominciano a vedere concretamente i primi effetti, nella vita quotidiana, che ci si rende veramente conto di cosa questo possa significare. 

    Le serie che debuttano in aprile e maggio sulle piattaforme di streaming, infatti, non dispongono nell’immediato delle versioni doppiate; i teleromanzi che vanno in onda quotidianamente in televisione, a metà aprile esauriscono le puntate girate… (fa quasi tenerezza, l’idea dei produttori della serie RAI “Un posto al sole”, in onda ininterrottamente da più di 25 anni, che improvvisano una serie di ripiego che intitolano spiritosamente “Un po’ sto a casa”, in cui i personaggi dialogano quotidianamente due e due, per una quindicina di minuti, in videochiamata, come fanno anche i loro fans privati dell’appuntamento serale quotidiano).

    Se si blocca la possibilità di girare nuovi film, d’altra parte, è sconfinata la quantità di materiali che si sono prodotti in più di cent’anni di cinema.

    La prima reazione, per molte istituzioni è, dunque, quella di aprire gli archivi.

    Del valore e della opportunità che rappresenta la messa a disposizione di un archivio e in una modalità che supera la necessità di impiegare trasporti e denaro, abbiamo fatto cenno parlando di arte.

    Naturalmente anche gli archivi cinematografici, sono numerosissimi e preziosi: molte case di produzione mettono in visione gratuita i propri film, tramite Youtube, i canali televisivi nazionali caricano in rete materiali strabilianti per il valore storico e affettivo (così per esempio la BBC o la RAI, con le Teche RAI e il portale Raiplay).

    Archivio della Cineteca di Milano, fotogramma dal film “The Trail Of Octopus”, Reg. Duke Worne, USA, 1919

    Così come la Cineteca di Milano, che offre una vasta selezione di film e di materiali video dal grandissimo valore storico, molti in versione restaurata e consultabili grazie al servizio di streaming online del proprio sito, moltissimi altri musei e Fondazioni liberano l’accesso agli archivi digitali, per qualche mese; elenchi costantemente aggiornati di queste istituzioni vengono radunati su dei portali pop-up – ufficiali o nati per iniziativa spontanea – sia in Italia che all’estero. 

    A questa soluzione immediata, adottata da molte istituzioni pubbliche, fanno seguito molte altre su iniziativa privata.

    Il portale MyMovies, facente parte del gruppo editoriale l’Espresso, organizza una rassegna sul modello di un cineforum, da fruire da casa, intitolata “Nuovo cinema Repubblica”. Il calendario prevede tre film d’essai al giorno, visionabili in streaming gratuitamente, tramite un sistema di prenotazioni, per un numero limitato di spettatori e con la possibilità di chattare, prima, durante e dopo i film, con gli altri partecipanti che si vedono collocati sulla pianta della sala cinematografica.

    Poster del film “The Special Need”, Reg. Carlo Zoratti, Italia, 2013

    Molto bella e varia la selezione di film (si ha l’opportunità, per esempio di vedere i film del regista cult del cinema giapponese Ozu, e tra questi la magnifica e unica commedia, girata dal maestro “Buongiorno” del 1959, in lingua originale con sottotitoli, o il premiatissimo, ma pochissimo conosciuto docu-film di Carlo Zoratti “The Special Need” del 2013) e molto bella l’idea che si svolga live, con inizio a un orario preciso, senza repliche e per un numero limitato di persone, restituendo una parte dell’eccitazione dell’evento dal vivo.

    Da questo momento, inoltre, il portale organizzerà diversi formati di festival cinematografici online, in accordo con altrettanti festival di cinema che sono costretti ad annullare il regolare svolgimento dal vivo – “Cinemambiente” di Torino, per esempio o “Le giornate del cinema muto” di Pordenone.

    Una interessante iniziativa viene messa a punto dai cinema indipendenti di Berlino, che già formano una rete associazionistica e decidono di condurre un’azione comune per far fronte alla crisi: generano un portale chiamato Kino On Demand, su cui vengono caricati film internazionali della stagione, che non è possibile vedere nei cinema, tra cui anche alcune première che non possono debuttare nelle sale fisiche.

    Il costo dello streaming di ogni film può essere destinato generalmente alla rete dei cinema, oppure ad un cinema in particolare, se si ha una sala favorita che si teme possa non sopravvivere all’impatto del lockdown. Con il primo e ogni quinto accesso al film, inoltre, si riceve un buono per vedere un film nel proprio cinema preferito, tra quelli della rete, a partire dal momento in cui le sale riapriranno.

    Un’iniziativa questa, che si distingue per il fatto di mettere l’accento sul fare sistema, di guardare anche alla sopravvivenza delle sale e di voler creare affezione alle sale cinematografiche della città. 

    Simili iniziative nascono attivate da case di produzione e di distribuzione cinematografica.

    In questi casi, non è tanto il pervenire all’idea, o la formula o la realizzazione tecnica a comportare uno sforzo, ma piuttosto la promozione, perché notizie di queste iniziative arrivino al pubblico a casa.

    Un inedito e importante festival dei festival, gratuito online, viene organizzato, radunando in uno sforzo comune, 21 tra i più importanti festival di cinema dal mondo. SI intitola “We Are One – A global film festival” e viene promosso da Tribeca Film Festival, in collaborazione con YouTube.

    Chiudiamo presentando l’esperimento cinematografico nato da un’idea di Lorenzo Mieli e prodotto da The Apartment Pictures e Fabula, casa di produzione del regista Pablo Larrain: un film collettivo intitolato “Homemade”. 

    Il titolo gioca sul doppio riferimento all’essere sia artigianale, sia fatto in caso, poiché mette in scena l’esperienza del lockdown trattata da 18 registi internazionali, tramite 17 cortometraggi, girati dai registi stessi, in isolamento e con i mezzi disponibili nella situazione contingente. Ha debuttato su Netflix il 30 giugno e ricorda i collettivi sul modello di “Paris, je t’aime”. 

    I registi coinvolti sono: Ladj Ly, Paolo Sorrentino, Rachel Morrison, Pablo Larraín, Rungano Nyoni, Natalia Beristáin, Sebastian Schipper, Naomi Kawase, David Mackenzie, Maggie Gyllenhaal, Nadine Labaki con Khaled Mouzanar, Antonio Campos, Johnny Ma, Kristen Stewart, Gurinder Chadha, Sebastián Lelio e Ana Lily Amirpour.

    Si legge nel comunicato stampa diffuso da Netflix: “[Homemade] è una celebrazione della maestria e dell’artigianalità dell’arte cinematografica, così come del potere duraturo della creatività di fronte ad una pandemia globale”. 

    I corti sono naturalmente diversissimi per contenuti, cifra stilistica e ambientazione. 

    Fotogramma dal cortometraggio “Voyage au bout de la nuit” di Paolo Sorrentino, per il progetto “Homemade” su Netflix. (Source: Twitter @McHenryJD)

    Spicca, a nostro parere, il film realizzato da Paolo Sorrentino, “Voyage au bout de la nuit” [Viaggio al termine della notte, ndt], che ha come protagonisti Papa Francesco e la Regina Elisabetta II d’Inghilterra, impersonati da due statuette di plastica raffiguranti i due personaggi e interpretati, rispettivamente da Javier Camara e – colpo di genio definitivo – Olivia Colman, l’attrice che interpreta la regina nella serie originale prodotta da Netflix “The Crown”.

    “Homemade è stata una grande sfida per chi desidera narrare” – spiega Paolo Sorrentino, intervistato da La Repubblica – “trovare nella propria casa, e senza nient’altro a disposizione, una storia e dei personaggi mi ha fatto sentire come quando, da ragazzino, sognavo di fare questo lavoro’”.

    Anche in questo caso, è stata legata all’operazione una causa benefica: a ogni cortometraggio corrisponde una donazione da parte del fondo creato da Netflix a sostegno delle maestranze della macchina produttiva del sistema cinema, che hanno avuto i maggiori danni economici da questa dura esperienza.

    * direttore della casa di distribuzione Curzon Artificial Eye, ideatore dell’iniziativa “Curzon Home Cinema”

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    4 settembre 2020

  • Bottom Up! Voci

    Gruppo pubblico Facebook “Bottom Up! Voci”. Illustrazione originale: Victoria Semykina

    “Bottom Up! VOCI”, il gruppo Facebook del festival “Bottom Up!”, un laboratorio di visioni, di idee poetiche e stravaganti ma al tempo stesso convincenti, per provare a guardare oltre”.

    Maurizio Cilli e Stefano Mirti *

    L’edizione 2020 del Festival di Architettura di Torino, si concretizza nel progetto  “Bottom Up! – Quando la città si trasforma dal basso” redatto da Maurizio Cilli e Stefano Mirti, vincitore del bando di concorso indetto nel 2019 dall’ordine degli Architetti di Torino.

    Accertata l’impossibilità a mantenere in calendario gli appuntamenti pubblici che erano previsti per il maggio 2020, i direttori decidono a sorpresa di non cancellare il festival e tentare invece di  trasformare la formula di presentazione al pubblico, svolgendo il festival in formato interamente digitale.

    Il festival si svolge così in diretta Facebook, una volta alla settimana, per un’ora, il venerdì pomeriggio. 

    Proprio durante lo svolgimento delle prime dirette, in seguito al ricevimento in chat di numerosi spunti, segnalazioni e contributi spontanei, da parte degli ascoltatori collegati, nasce l’idea di mettere a patrimonio questi materiali, radunandoli e invitando gli ascoltatori a contribuire costantemente o allargare l’utenza del gruppo a quanti possano essere interessati a partecipare.

    Prove di distanziamento su una spiaggia libera. © Serena Pastorino

    Nasce così un vero e proprio progetto a latere, intitolato “Bottom up! Voci” che si concretizza in un gruppo chiuso su Facebook e vuole essere un luogo di ritrovo comunitario alla ricerca di visioni laterali e fuori dall’ordinario intorno ai temi della città, dell’abitare e dei modi di vita e di convivenza, in trasformazione, nell’ottica di riplasmare il mondo per far fronte alle travolgenti novità.

    Si può depositare materiale, scambiare informazioni ed esperienze, condividere testi e articoli, segnalare libri, eventi, esperimenti – tutti di carattere non commerciale.

    Dal documento “Bottom Up! Laboratorio di visioni”, a cura di Maurizio Cilli e Stefano Mirti

    Chiunque può chiedere di iscriversi e contribuire alla raccolta e alla discussione e tutto il materiale raccolto viene poi catalogato e raccolto dai due direttori di Bottom Up!, in una sorta di archivio digitale, il cui destino è ancora in definizione.

    Questa versione del festival, trasformato in digitale, accresce ancora maggiormente la dimensione partecipativa, che già caratterizzava il progetto originario per il festival. 

    Dal documento “Bottom Up! Laboratorio di visioni”, a cura di Maurizio Cilli e Stefano Mirti

    Si mette a patrimonio, cioè, la facilità ed immediatezza con cui si può generare e partecipare ad un lavoro di gruppo, usando la rete e si sfrutta appieno anche la possibilità di implementare, trasformare e rimodulare il progetto in corso d’opera, altra caratteristica peculiare della dimensione digitale. 

    Svariate sono le possibilità di implementazione della versione digitale e quelle di collaborazioni con realtà attive sugli stessi temi; resta da vedere cosa ne sarà di questa ramificazione inattesa del festival, negli anni a venire.

    Dal documento “Bottom Up! Laboratorio di visioni”, a cura di Maurizio Cilli e Stefano Mirti

    * direttori del festival di architettura di Torino “Bottom Up!”

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    2 settembre 2020

  • ZeroCalcare , “Rebibbia Quarantine”

    ZeroCalcare, “Rebibbia Quarantine” , la cover

    “E’ che poi mi ingarello e me va de continuare, ma mo davero devo lavora’ ciao”.

    ZeroCalcare

    Il  fumettista ZeroCalcare – nome d’arte di Michele Rech, nonché uno degli eroi nazionali del fumetto italiano contemporaneo – che lavora abitualmente quasi esclusivamente per la carta stampata, sperimenta sulle immagini in movimento, realizzando per la prima volta una vera miniserie di disegni animati, in sette episodi, intitolata “Rebibbia Quarantine”, “un reportage-verità sulla quarantena vissuta ai bordi della Tiburtina”, come lui stesso la definisce.

    Notoriamente molto appassionato di serie televisive – che ama anche descrivere a parole episodio per episodio, come esercizio di stile e in una sorta di one-man show – Calcare, come lo chiamano i fans scatenati, risulta efficacissimo anche nel montaggio serrato della serie.

    Potremmo descriverlo come un racconto a sfondo autobiografico dei vizi e virtu’ degli italiani in quarantena, come in una commedia dell’arte rivisitata e attualizzata; voce narrante, scanzonata ed inconfondibile, quella dello stesso autore marcata da un fortissimo accento romano e colorita di espressioni dialettali esilaranti. 

    ZeroCalcare, “Rebibbia Quarantine” [Screenshots]

    La serie viene passata dal programma televisivo “Propaganda Live”, su La7,il venerdì sera tra aprile e maggio, riscuotendo un successo enorme e diventando ben presto un cult.

    E poiché, come lui stesso dichiara al termine dell’ultimo episodio [vedi citazione su questa pagina  ndr], l’esperimento lo ha appassionato, è possibile che questa esperienza non termini qui e che in futuro il disegno animato diventi un formato abituale nel suo lavoro.

    ZeroCalcare, “Rebibbia Quarantine”. Prima puntata, 16 marzo 2020

    Se così sarà, questo sarà un esempio brillante di come l’emergenza abbia liberato un potenziale che finora non era stato pienamente espresso (seppure qualche brevissimo video-racconto fosse già stato realizzato, ma della durata di pochi secondi e di fattura molto meno professionale) e abbia indotto il fumettista sia a ripensare al proprio mezzo espressivo e alle diverse possibili sfaccettature e declinazioni, sia all’immediatezza di legame con il pubblico, sia all’enorme potenziale di impatto nella comunicazione.

    Non solo essere invitato come ospite fisso in TV, fa la differenza in termini di popolarità, ma la possibilità di essere postato e repostato sui Social Media, con il mezzo video che è senza dubbio il formato che maggiormente produce numeri in rete.

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    2 settembre 2020

  • The Covid-19 Visual Project

    “Covid on Scene”, Milano 2020, Piazza del Duomo, un rider svuota la borsa frigo. ©-Alex-Majoli/Magnum-Photos Courtesy: The Covid-19 Visual Project

    “I’ll Be Your Mirror : this, I think, is photography”

    Alex Majoli *

    Tra quelli che immaginiamo siano i centinaia, o forse migliaia  di progetti fotografici nati nei mesi scorsi e dedicati alla pandemia del 2020, scegliamo di evidenziare quello avviato da “Cortona On The Move – Festival Internazionale di Visual Narrative”, intitolato: “The Covid-19 Visual Project”

    Il progetto vede coinvolti notissimi fotografi di diversa provenienza e diversa poetica, chiamati a contribuire a ciò che vuole costituirsi come piattaforma multimediale e archivio di immagini a documentazione della pandemia.

    Si tratta di un progetto aperto, che intende proseguire oltre questo periodo specifico, arricchendosi costantemente di materiali relazionati al tema.

    “COndiVIdenDo 19″ © Mattia Crocetti. Courtesy: The Covid-19 Visual Project

    Il materiale è suddiviso per ora in sette sezioni – l’ultima delle quali intitolata “La nuova normalità” – che ritraggono aspetti diversi del fenomeno: l’emergenza sanitaria, il contraccolpo economico, i sacrifici sociali e le conseguenze personali; “Molte storie copriranno più soggetti” si legge sul sito “a volte sovrapposti. Perché, in momenti critici come questo, le categorie e le denominazioni hanno contorni poco definiti, proprio come ci sembra di percepire la nostra vita nel momento attuale”.

    “Pandemic of Social Inequality” ©Nanna Heitmann. Courtesy: The Covid-19 Visual Project

    Interessante l’idea di affiancare a contenuti autoriali, alcuni di altissimo livello (alcuni dei contributors sono, per esempio, fotografi per Magnum Photos), anche altri totalmente spontanei raccolti per esempio sui social media, che hanno giocato un ruolo chiave specialmente nei due mesi in cui quasi nessuno poteva muoversi liberamente.

    In appendice, anche articoli, documenti e scritti provenienti da diverse fonti giornalistiche.

    * Storico fotografo della scuderia Magnum Photos, noto per la sua documentazione di guerre e conflitti.

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    1 settembre 2020

  • David Lynch Theater

    “David Lynch Theater” su Youtube

    “This Whole World Is Wild At Heart And Weird On Top.”

    David Lynch *

    David Lynch, rifugiato – sheltered, come dicono gli americani durante il lockdown – nella sua residenza di Los Angeles, sembra trascorrere buona parte della giornata in una sorta di veranda in legno nel giardino; da lì, giocando con il formato video, apre un canale YouTube intitolato “David Lynch Theater” e si rende protagonista delle sue stesse riprese.

    “I like L.A. because of the light. The light makes me feel so good. It’s really beautiful. And there’s something about L.A. being so spread out that gives you a feeling of freedom. Light and freedom”

    Inizialmente avvia una sorta di video-diario giornaliero – mentre scriviamo ancora attiva – che si compone di di brevissimi auto-filmati in cui descrive il cielo e le previsioni del tempo su Los Angeles, per la giornata; intitola la serie: “David Lynch Theater Presents: Weather Reports”. 

    Il set, essenziale e di grande effetto, ricorda quello di una stazione radio da campo, organizzato su una scrivania nella vecchia veranda e circondato da vecchi apparecchi polverosi.

    “David Lynch Theater Presents: Weather Reports”. Prima puntata, 11 maggio 2020

    In seguito, si aggiungeranno altre playlists: una piccola serie di “Short Films”, una miniserie in quattro episodi, intitolata “Rabbits”, che scimmiotta il genere noir fumoso un po’ anni ‘50 e le sitcom americane, contemporaneamente, citando grandemente le atmosfere dei film di Lynch stesso e diventando immediatamente un cult (al punto che compaiono subito in rete, sul tema, saggi, video-saggi di recensione, di critica e di analisi).

    David Lynch, “Rabbits”. Prima puntata, 9 giugno 2020

    “Absurdity is what I like most in life”

    David Lynch

    Un’altra è intitolata: “What Is David Working on Today?”, dove Lynch filma se stesso, mentre si prodiga in lavoretti di bricolage casalingo, spiegando passo passo cosa sta realizzando e infine una nuova serie giornaliera, definitivamente delirante, intitolata: “Today’s Number Is…”, dove, sul modello delle estrazioni del lotto, estrae ogni giorno un numero da una boule che ne contiene dieci, recitando ogni giorno lo stesso testo e lo stesso rito.

    David Lynch, “What Is David Working on Today?”. Prima puntata, 28 maggio 2020

    David Lynch, “Today’s Number Is…”. Prima puntata, 8 agosto 2020

    * dal film: “Wild at Heart” (1990), di cui David Lynch è autore, oltre che regista

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    31 agosto 2020

  • Divertissements e progetti speciali

    Wes Anderson, cortometraggio di animazione basato sullo storyboard del film “Budapest Hotel”. Courtesy: The Criterion Collection

    “I think that ideas exist outside of ourselves. I think somewhere, we’re all connected off in some very abstract land. But somewhere between there and here, ideas exist”. 

    David Lynch

    L’arresto forzato di quasi tutte le attività produttive e di quasi ogni trasferimento, sconvolge i ritmi e gli equilibri di vita e lavorativi in ogni angolo del pianeta.

    Questo travolge tutti indistintamente e quindi, come raramente accade, anche artisti e creativi di grande fama, che normalmente riescono a mettersi in condizione di venire appena sfiorati dalle grandi emergenze e tragedie.

    Dopo un iniziale sbalordimento e nonostante lo sconforto per la cancellazione di eventi, attività, inviti e progetti, molti di questi grandi personaggi, pur nella limitazione delle proprie residenze,  si rimettono al lavoro. Abbiamo visto come musicisti e artisti di varie discipline, inizino a produrre in una condizione di divertita autarchia: alcuni volendo mettere a disposizione i propri talenti, altri semplicemente reagendo alla noia infinita di giorni e giorni senza viaggi, appuntamenti e socialità.

    Altri ancora, però, interpretano quel momento sospeso come un inaspettato regalo di un grande contingente di tempo per sperimentare cose diverse, anche ai limiti, o oltre i limiti della propria normale disciplina o pratica artistica, o per approfondire esperimenti già ideati in passato, ma mai veramente sviluppati, avendo del tempo sufficiente a disposizione e approfittando del beneficio di avere, in una simile situazione, molta meno pressione.

    Alcuni tra i mille esperimenti avviati in questo senso, che risultano particolarmente riusciti, possono qui essere rappresentati, per esempio, da David Lynch, che decide di sfruttare il mezzo video in autonomia e di mettere, in modo inedito, se stesso al centro delle riprese, o dal regista Wes Anderson che mette a patrimonio lo storyboard del suo film “Budapest Hotel”, da lui stesso disegnato in preparazione della lavorazione del film, realizzando un cortometraggio di animazione della durata di 25 minuti, basato sui disegni originali animati e narrati dal regista stesso. Il cortometraggio viene pubblicato dalla Criterion Collection.

    Teaser del cortometraggio di animazione di Wes Anderson, basato sullo storyboard del film “Budapest Hotel”

    In Italia, il fumettista ZeroCalcare, normalmente concentrato quasi esclusivamente sulle immagini per la carta stampata, sperimenta con enorme successo sui disegni animati, dando vita alla breve serie “Rebibbia Quarantine” che va in onda in televisione il venerdì sera, su La7, nell’ambito del programma “Propaganda live”, diventando immediatamente un cult.

    Lorenzo Jovanotti, che ha nel cassetto ore di materiale girato che aspetta di trovare una destinazione, da un suo lungo giro in bicicletta in Sud America in solitaria, costruisce e realizza una sorta di documentario intitolato “Non voglio cambiare pianeta”. 

    Jovanotti presenta il suo programma “Non voglio cambiare pianeta”

    Dalle ore e ore di girato, ricava un formato molto leggero di video-diario in 16 puntate che va in onda in maggio sul portale della RAI, Raiplay e che il musicista stesso così definisce: “Un viaggio nel viaggio: musiche, parole, panorami, salite, discese e tanto sudore per condividere l’avventura umana e sportiva vissuta pochi mesi fa tra Cile e Argentina. Paesaggi mai visti. Pensieri mai fatti. Parole mai dette. Un’impresa in solitaria, prima che lo stare soli fosse un’impresa da vivere tutti insieme”.

    Jovanotti, “Non voglio cambiare pianeta” [Screenshots]

    Un esperimento simile in versione mediometraggio, esiste già di un suo giro in bicicletta in Nuova Zelanda, nel 2017. Questa è la versione estesa  e in qualche modo più consapevole del viaggio completo.

    Di particolare interesse la scelta della RAI di pubblicare la serie unicamente sul portale digitale Raiplay, rinunciando a passarlo sui canali televisivi; questo era già successo per due show di Fiorello “Viva Rayplay” e “Viva Asiago10”, che la RAI aveva messo in programmazione esclusivamente su Raiplay, tra novembre 2019 e febbraio 2020, dimostrando di aver colto il trend delle TV di stato in tutta Europa di dare importanza sempre maggiore e vita sempre più autonoma ai portale delle reti.

    Altra corrente di progetti speciali, nati durante e ancora più specificamente in conseguenza della pandemia, è quella legata alla creatività in formato puramente digitale, tra account di Instagram, blog e siti web.

    Tape Measures (@tape_maesures) su Instagram

    Molti progetti nascono spontaneamente; ne siano esempio, tra le decine esistenti, gli accounts Instagram Tape Measures (@tape_measures), basato a Singapore, che raccoglie immagini di segnaletica relativa alle misure di sicurezza per contenere il numero dei contagi da Covid-19, realizzata tramite nastro  e nastro adesivo, o Covid Art Museum (@covidartmuseum), creato da tre creativi e art enthusiasts di Barcellona – Emma Calvo, José Guerrero and Irene Llorca – che pubblica immagini di arte e creatività sul tema: “The art in times of quarantine. The Covid Art” e si propone: di dare visibilità al lavoro di chi vorrà prendere parte al progetto, in un momento in cui aiutarsi vicendevolmente è fondamentale; incoraggiare ad esprimere i propri sentimenti certamente forti e magari compressi, rispetto ai timori che la pandemia porta con sé; contribuire ad intrattenere quanti vorranno esplorare la raccolta e contribuire a sdrammatizzare un minimo la situazione con un tocco di humor, che non guasta mai, racconta Emma Calvo, portavoce del collettivo.

    Covid Art Museum (@covidartmuseum) su Instagram

    Pur essendo solo uno dei moltissimi account di questo genere, Covid Art Museum si distingue per presentare una selezione piuttosto curata ed eterogenea di lavori, che include il lavoro di veri artisti  – non necessariamente creati per questo progetto – ma è molto inclusiva rispetto anche alle proposte arrivate da contributors di ogni genere e livello.

    A riprova della qualità del progetto, il fatto che l’account sia seguito anche da personaggi di spicco del mondo della creatività.

    Altri progetti nascono rispondendo a open call di società di comunicazione o piccole entità culturali, tra questi, il sito “Postcards From Isolation” – da un’idea di Sabato.studio, Anna Wojnarowska, Lorenzo Migliorero, Jacopo Botticelli – che chiede al mondo in isolamento, di partecipare inviando piccole cartoline elettroniche di puro coding, che giochino sul tema: pre / post Covid-19.

    Fabio Ottavini di sabato.studio, per “Postcards From Isolation”

    Infine, il progetto “Atlas of Everyday Objects — In the Age of Global Social Isolation”, a cura di The Observational Practices Lab, Parsons School of Design, co-diretta da  Pascal Glissmann and Selena Kimball, che si propone di creare un archivio della inedita condizione di isolamento collettivo, andando ad indagare sul significato degli oggetti di casa, traslato dalla nuova condizione di vita in isolamente.

    “Atlas of Everyday Objects — In the Age of Global Social Isolation”

    Si chiede di scegliere e fotografare 9 oggetti tra quelli che hanno assunto un nuovo significato dall’inizio del lockdown e raccogliere queste foto in una griglia 3 x 3 da pubblicare sul proprio account Instagram con l’hashtag #objectsofmyisolation.

    La dimensione della diffusione del progetto risulta in definitiva abbastanza simile a quella del Covid Art Museum , arrivando a raccogliere circa 450 contributi.

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    30 agosto 2020

  • “Design Emergency”

    Paola Antonelli e Alice Rawsthorn, logo “Design Emergency”, su Instagram

    “I do not seek novelty. We don’t want to be the first to do something new; it’s not about that; it’s about looking at the ecosystem, looking what’s missing, seeing what we, they, can do and going for it”

    Paola Antonelli *

    Interrogandosi, come tanti, su cosa poter fare di concreto e quale apporto poter dare per contribuire a non disperdere quanto di rilevante e significativo si celi anche nelle pieghe del disastro generale, Paola Antonelli – curatrice del settore design per il MoMa di New York – insieme ad Alice Rawsthorn – conosciuta ed apprezzata giornalista e critica d’arte – avviano un progetto intitolato Design Emergency.

    Paola Antonelli e Alice Rawsthorn,”Design Emergency”, su Instagram

    Si tratta di un account su Instagram curato ed interamente dedicato a raccogliere episodi di spicco nel panorama sfaccettato del design, preso – ci tiene Paola Antonelli a specificare – nell’accezione più ampia e più alta, nati in conseguenza o intorno al tema del Covid-19 e della pandemia.

    Il feed che raccoglie articoli, discussioni, tracce di archivi,  intorno agli accadimenti generati dalla pandemia nel design e una serie di talks, tenuti a scadenza settimanale a diversi designers e personaggi che intorno al mondo del design si muovono con progetti pregnanti per la comunità.

    Wallpaper Magazine, limited edition cover by Design Emergency

    In una bellissima intervista che le ha rivolto Joseph Grima per il “Decamerone” della Triennale di Milano, spiega la Antonelli come con Alice Rawsthorn abbiano sentito l’esigenza di mettere a servizio la propria competenza, la possibilità di avere uno sguardo ampio  privilegiato sul panorama esistente e il fatto di rappresentare un punto di riferimento nel mondo del design e dell’architettura e di esercitare una certa influenza, data la posizione di prestigio, ricoperta da molti anni. 

    Lo scopo finale del progetto è quello di mettere in luce alcuni progetti e alcuni progettisti, alcuni aspetti peculiari di certi elaborati, ma anche la consapevolezza intorno alla intenzionalità di certe scelte o di certi percorsi progettuali che fanno la differenza in termini di qualità e di innovazione anche del pensiero e della percezione condivisa.

    Il design è inteso nell’accezione più ampia, come detto, a includere i tanti aspetti diversi che si raccolgono sotto il cappello di questo termine: così anche l’illustrazione medica, per esempio,  intesa come Communication Design, con cui si può comunicare efficacemente il rischio.

    E’ questo il caso dell’intervista raccolta sul feed a  Alissa Eckert, illustratrice medica presso i Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta (USA) e autrice della rappresentazione del SARS-CoV-2 che provoca il virus Covid-19 (Alissa spiega per esempio come il rosso delle punte sia stato scelto per richiamare un istintivo sentimento di pericolo e l’aspetto roccioso, perché potesse richiamare l’immagine di un sasso che ti può colpire fisicamente)  e che viene ora comunemente presa coma quella ufficiale per rappresentarlo – o l’intervista a Federica Fragapane, information designer italiana le cui eleganti e precise traduzioni visive di alcune serie di Big Data rappresentano certe vulnerabilità delle città, per conto di Wired, del Corriere della Sera e per il Rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente.

    Nota Paola Antonelli come ci possano essere tanti tipi di designers; ci si imbatte talvolta in casi di “accidental designers” – designers per caso – che riescono con un proprio gesto, o con un proprio lavoro a raggiungere una scopo di rappresentazione efficacissima, o una soluzione d’uso, assolutamente completa: “qualsiasi cosa che usi utilmente i nostri sensi per raggiungere uno scopo comune, può essere considerata design. Lo scopo o la funzione espressa possono essere di tipo diverso, anche frivolo, a volte, ma se lo scopo cercato è raggiunto efficacemente ed è misurabile, è comunque design.

    Distanziamento sociale a scuola, in Cina (Source: QQ)

    In un’epoca di emergenza, nota dunque la Antonelli come sia responsabilità di chi ha gli strumenti per leggere questi fenomeni, mettere a servizio la propria competenza per contribuire a far emergere certi episodi, movimentare ed arricchire il dibattito, portare alla luce fenomeni perché entrino a far parte del patrimonio comune.

    Si può fare politica con il design e si può influenzare il pensiero.

    Da queste considerazioni e da una immutata passione intellettuale per questa disciplina, che Paola Antonelli e Alice Rawsthorn hanno concretizzato anche in moltissimi progetti precedenti, spesso legati al tema del pericolo, dell’emergenza o mirati a tener alta la soglia di attenzione a qualche fenomeno di rilevanza comune (ne siano esempio il tema proposto e curato dalla Antonelli “Broken Nature – Design Takes on Human Survival” per la XXII Triennale di Milano, alla mostra al MoMa sempre curata da Paola Antonelli “SAFE: Design Takes On Risk” del 2005, o nel caso di Alice Rawsthorn, le serie “Design in a Crisis” e “Design in a Pandemic”) – nasce questo progetto destinato a diventare anche un libro.

    * dall’intervista a cura di Joseph Grima per il “Decamerone” della Triennale

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    29 agosto 2020

  • Festival “Bottom Up!”

    Festival “Bottom Up!”. Illustrazione originale Victoria Semykina

    “Siamo in uno di quei passaggi in cui i “matti” hanno molta più lucidità di quelli normali, generando idee che sono a un tempo poetiche, meravigliose e anche – in alcuni casi – molto convincenti. Paradossalmente, sono proprio gli sguardi irregolari ad aprire le strade verso visioni generative aperte verso il futuro”.

    Maurizio Cilli e Stefano Mirti *

    Per l’edizione 2020 del Festival di Architettura, l’ordine degli Architetti di Torino ha assegnato la curatela del festival al progetto “Bottom Up! – Quando la città si trasforma dal basso” redatto da Maurizio Cilli e Stefano Mirti, vincitore del bando di concorso che era stato indetto, per dare una nuova natura al festival.

    A chiusura del lavoro svolto per un anno, la parte pubblica del festival era prevista a Torino per i primi di maggio. Naturalmente, a fine marzo viene decretata l’impossibilità a mantenere in calendario gli appuntamenti pubblici come erano stati progettati.

    I direttori però decidono di non cancellare il festival, ma bensì trasformare la formula di presentazione al pubblico, e svolgere ugualmente il festival in formato digitale.

    Recita il comunicato stampa:

    “Il sopraggiungere dell’emergenza sanitaria non determina semplicemente il trasloco di Bottom Up! su format 100% digitali e il rinvio delle campagne di crowdfunding all’autunno: è anche l’occasione, infatti, per ridefinire gli obiettivi del festival che mantenendo il suo carattere sperimentale si trasforma in un osservatorio, un laboratorio di idee sul futuro dopo la fine del lockdown. Al centro della riflessione, in particolare, le ricadute sull’organizzazione dei contesti urbani, sulla progettazione degli spazi abitativi e sulla vita delle comunità. Via libera quindi alle “intuizioni spontanee” della comunità di Bottom Up! che, in questo momento, diventa ancor più coesa e partecipata”.

    Il festival si svolge così in diretta Facebook, una volta alla settimana, per un’ora, il venerdì pomeriggio. 

    Ogni settimana uno dei progetti selezionati per il festival viene presentato dagli autori e poi i due direttori invitano due o tre ospiti che possano contribuire utilmente al dibattito sul tema del festival – trasformare la città dal basso – e anche al dibattito in corso nella società in generale, sul ruolo e il destino del design come disciplina, in un mondo in rapidissima ed inaspettata trasformazione.

    Grazie alla soluzione digitale, gli ospiti, così come il pubblico partecipante, possono partecipare anche da fuori Torino e questo arricchisce e estende la conversazione in modo potenzialmente illimitato.

    La nuova formula del festival prende forma man mano, fino a presentare le caratteristiche di un vero e proprio format, con tanto di grafiche dedicate, sigla iniziale, contributor fissi.

    Parte del processo di costruzione in divenire, della nuova formula del festival, è anche la nascita del progetto a latere, intitolato “Bottom up! Voci” – piattaforma collaborativa nata per raccogliere tracce di progetti e visioni, di design commissionato e a volte spontaneo, in coincidenza dell’esplodere della pandemia –  di cui abbiamo trattato in dettaglio in precedenza.

    * direttori del festival “Bottom Up!”

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    28 agosto 2020

  • Le città

    Rem Koolhaas, Asian Cities of tomorrow, SMLXL, 1995 Courtesy of the Office for Metropolitan Architecture (OMA)

    “Proprio come in un racconto fantastico, le città sono scomparse: per difendersi da un nemico invisibile ma potente hanno scelto l’esilio, si sono messe al bando dichiarandosi fuorilegge e ora giacciono ai nostri piedi come in un museo archeologico o un diorama. Per difendere le vite dei propri abitanti, le città hanno commesso suicidio”.

    Emanuele Coccia *

    La pandemia ha trasformato la vita urbana in modo molto eclatante nei mesi in cui quasi tutte le città del mondo hanno imposto un lockdown, più o meno serrato e poi via via in modo meno impattante, con la ripresa della mobilità e delle attività economiche. 

    Nell’ipotesi di alcuni sociologi – citiamo per esempio l’articolo di William Davies su The Guardian: “The last global crisis didn’t change the world. But this one could” – queste trasformazioni potrebbero, come mai prima dell’epoca moderna, arrivare ad alterare le strutture di alcuni modelli economici e di vita.

    E’ certo, comunque, che questo arresto abbia accelerato, anche in materia di studi pianificazione sociologia ed economia delle città, le riflessioni e rivendicazioni intorno all’abitare e al convivere nelle città, che il tema già sollevava in modo sempre più pressante.

    Robot della polizia di Shenzhen, controlla la temperatura, l’identità e l’uso della mascherina© Alex Plavevski / EPA

    Seppure in crescita costante, è cosa assodata che quasi tutte le città presentassero già prima di questa emergenza, elementi di crisi o di esasperazione tali da renderle al limite del vivibile, soprattutto per certi gruppi sociali. 

    Ben prima dell’esplosione della pandemia, diverse comunità urbane in tutto il mondo rivendicavano il diritto a trovare soluzioni abitative a costi accessibili e in generale reclamavano costi della vita inferiori e piani più forti per affrontare il cambiamento climatico e in direzione di uno sviluppo sostenibile.

    Alcune metropoli, divenute ormai quasi inaccessibili, come New York, vedevano persino i residenti lasciare la città, in modo strategico, a volte, ma più spesso forzato.

    Proprio a New York, al museo Guggenheim e proprio su questo tema – tanto da suonare quasi come un funesto presagio – aveva aperto il 20 febbraio la mostra curata dall’architetto di fama internazionale Rem Koolhaas insieme a Samir Bantal – direttore di AMO, il think tank dell’Office for Metropolitan Architecture (OMA) – intitolata “Countryside, The Future”.

    Immagine dalla mostra “Countryside, The Future” curata da Rem Koolhaas e Samir Bantal, Guggenheim Museum, New York, febbraio 2020
    © David Heald

    La mostra, poi sospesa e riaperta in luglio, affrontava urgenti questioni ambientali, politiche e socioeconomiche, analizzando i cambiamenti radicali avvenuti in centinaia di anni, nei territori rurali, identificati come “campagna”, e mettendo in luce come questi rappresentino il 98% della superficie terrestre non occupata dalle città.

    Rem Koohlaas presenta “Countryside, The Future”, al museo Guggenheim di New York, febbraio 2020

    Se ne parla accesamente, in Italia, perché in aprile esce un’intervista di Cloe Piccoli a Koolhaas, su La Repubblica, intitolata “La campagna ci salverà”, in cui vengono molto ben presentati i temi e gli obiettivi perseguiti con le ricerca sui cui è basata la mostra al Guggenheim. 

    L’obiettivo della mostra, ripreso poi anche in un libro pubblicato da Taschen – “Countryside, Report” – è andare a stimolare la discussione sugli sviluppi nelle aree non urbane, creando un forte impatto di stravolgimento della percezione di questi territori. Non si immagina un mondo senza città, ma bensì un mondo che mette a sistema molto maggiormente sistemi di vita e sistemi economici diffusi al di fuori e in relazione con le città, per ottenere meno congestionamenti, meno esasperazione e più equità.

    Per questo, la mostra si interroga anche su: “la concezione moderna del tempo libero, sulla pianificazione su larga scala da parte delle forze politiche, sui cambiamenti climatici, i fenomeni di migrazione, gli ecosistemi umani e non umani, la conservazione guidata dal mercato, la coesistenza artificiale e organica e altre forme di sperimentazione radicale che stanno alterando i paesaggi in tutto il mondo”.

    Immagine dalla mostra “Countryside: The Future” , Guggenheim Museum, New York, © Laurian Ghinitoiu. Courtesy: AMO

    Con la diffusione del Covid-19 e con tutte le conseguenze anche economiche e logistiche che la pandemia ha comportato, sono emersi in modo ancora più eclatante gli elementi di fatica e contraddizione che vivere nelle città comporta, soprattutto in termini di densità, di mobilità e di  accessibilità e soprattutto è emersa la necessità certamente contingente di provare a rivedere i modelli di sviluppo delle città.

    Messi di fronte alla domanda – che quasi ogni media e centinaia di panel e discussioni sul tema della città hanno rivolto a decine di esperti di pianificazione politica  e storia urbana in tutto il mondo – se si possa immaginare in estinzione il modello di città contemporanea, tutti sono più o meno concordi nell’affermare che le città si riprenderanno e troveranno il modo di ripartire e crescere di nuovo, anche economicamente, seppur con aggiustamenti di vario tipo e con dei ricambi nelle attività economiche e nella costituzione dei gruppi abitativi.

    Non tutti sono però dell’opinione che  le città continueranno a crescere al ritmo o secondo il modello con cui crescevano fino a pochi mesi fa e molti – o quasi tutti – affermano che questo non sia né auspicabile, né sostenibile, né forse del tutto possibile.

    Molte voci – e l’emergenza lo ha provato – sostengono che sia urgente disegnare dei modelli di crescita che enfatizzino l’inclusività, la sostenibilità e opportunità economiche eque.

    Si dibatte molto della necessità di intervenire su progetti relativi alla mobilità che prescinda maggiormente dall’uso delle auto private, ma anche sulle questioni relative al sovraffollamento –  a volte quasi al collasso – dei mezzi pubblici e sulle tante questioni irrisolte generate dal pendolarismo di massa.

    Richard Florida – docente alla School of Management and School of Cities dell’Università di Toronto, prevede che assisteremo a una “urbanizzazione inversa”, un modello che è accaduto più volte nel corso della Storia, in seguito alle grandi crisi o al declino economico: una migrazione dalla città che potrebbe lasciare spazio ad artisti, creativi e classi socio-economiche inferiori per rivendicare la città che è stata loro portata via in decenni di gentrificazione, ma che se dovesse fallire, porterebbe ad una perdita nella varietà della vita urbana e a una conseguente perdita di interesse dell’agglomerato urbano.

    Elenca, inoltre, undici punti di intervento che permetterebbero alle città di riprendersi e a convivere in parte, con la  pandemia, oltre ad innalzare la qualità della vita per i suoi abitanti e mantenerle vivaci, con un mix di offerta e di composizione sociale.

    Questi punti includono la diffusione del lavoro agile, il riconoscimento del valore del lavoro di molte categorie che svolgono funzioni indispensabili ma considerate di basso livello, ma include anche la messa a punto di azioni di protezione delle categorie impegnate nelle arti e nell’economia creativa: le città dovrebbero fornire consulenza e assistenza sulle procedure necessarie affinché queste categorie attualmente deboli non spariscano dal paesaggio urbano.

    Rispetto alla migrazione dalla città, si sono aperti molti canali di discussione, tra chi la ipotizza in modo più funesto e chi cerca di enfatizzare i benefici che questo potrebbe comportare, sia in termini di sostenibilità sia di innalzamento della qualità della vita.

    Stefano Boeri, intervistato da Brunella Giovara su La Repubblica, mette insieme diverse riflessioni sulla necessità di ripensare gli spazi nelle città, dando massima priorità alla possibilità di utilizzare e potenziare gli spazi aperti e gli spazi verdi, pianificando una mobilità sempre più green e sfruttando il patrimonio immenso, decisamente sotto sfruttato, che giace in molti borghi e centri abitativi rurali, in stato di abbandono. Accenna anche l’idea che siano le metropoli a studiare degli accordi di adozione e relazione diretta con alcuni di questi centri rurali, perché sia concretamente immaginabile e agevole per gli abitanti, una vita suddivisa tra campagna e città.

    Sono riflessioni ragionevoli e piuttosto moderate, ma il titolo tipicamente scandalistico, che viene dato all’articolo – “Via dalle città, nei vecchi borghi c’è il nostro futuro”, fa sì che si generino molte polemiche di ritorno, alcune più semplicistiche, alcune molto ben argomentate. Un esempio di queste ultime, è l’articolo di Roberto Reale, pubblicato dal collettivo Cieloterra Design, intitolato “Dimenticate Koolhaas e Boeri: il nostro futuro è (nonostante tutto) nelle città”, la cui dissertazione è improntata a confutare l’illusorietà semplicistica dell’auspicio che si abbandonino felicemente le città, soprattutto rispetto alla complessità dei meccanismi economici che dovrebbero supportare queste scelte e agli interessi in gioco.

    Entrano nelle critiche a queste ipotesi, anche tutte le note di scetticismo, che abbiamo visto, sulla reale efficacia dei rapporti lavorativi a distanza, in termini di creatività e innovazione.

    I ragionamenti di Boeri, comunque non si limitano al semplice invito a lasciare le città, ma riguardano anche elementi di innovazione nei modelli di sviluppo delle città stesse, improntati sul decentramento e sull’inclusione di grandi aree verdi e sempre improntati sull’idea di innalzare la qualità della vita degli abitanti, oltre a ridurre l’impatto ambientale.

    Il dibattito rimbalza persino tra i programmi radio e televisivi più popolari, tanto da concretizzarsi in un intervento di Boeri al programma  televisivo  “E poi c’è Cattelan” in prime time su Sky, di nuovo ripreso da RepubblicaTV con il titolo “La vita del futuro tra boschi e tetti: Stefano Boeri disegna le città di domani”. Intervistato da Alessandro Cattelan, Boeri presenta e schizza, brevemente, ma efficacemente, un esempio di modello di città del futuro, verde e diffusa su cui sta lavorando con il suo studio professionale, e alcuni spunti per ripensare sistemi di viabilità, di parziale autosufficienza, di relazione più equilibrata tra verde e costruito.

    Stefano Boeri, ospite a “E poi c’è Cattelan”, su Sky, disegna uno schizzo di proposta di pianificazione per le città di domani, maggio 2020

    Marca in modo deciso anche il tema dei tetti piani dei palazzi, come spazi ancora sottoutilizzati che in futuro potrebbero prendere un ruolo importante come quinta parete, utile per la socialità del condominio, per svolgere servizi (tipo la consegna dei pacchi mediante droni) e per aumentare le superfici verdi in città da dedicare, per esempio, a piccoli orti urbani. 

    Questo tema verrà ripreso spesso da Boeri, che si farà sfuggire, per esempio in dialogo con Giovanna Melandri per il “Decamerone” de La Triennale di Milano, l’intenzione di costruire in futuro una mostra a tema: “Roof”.

    Molto spazio a questi temi dedica anche la Triennale di Milano, da quando Boeri ne è il presidente; basti pensare al tema della XXII Triennale del 2019, “Broken Nature: Design Takes on Human Survival, highlights”, a cura di Paola Antonelli e ai simposi che si stanno tenendo per definire la Triennale prossima del 2022, per la quale ci si propone l’obiettivo di riprenderne in parte l’approccio e le tematiche che si sono dimostrate molto urgenti e in parte anticipatrici di alcuni dibattiti ora molto accesi e pressanti.

    Nel simposio di giugno, un intervento del filosofo Emanuele Coccia – che abbiamo visto essere uno dei personaggi più intervistati e più citati duranti i mesi della pandemia, riflettendo sul rapporto tra ecologia e casa, descrive le città come entità soffocate e soffocanti e ne immagina il suicidio come entità di convivenza, sgretolate in minuscoli spazi privati, a beneficio della sopravvivenza dell’uomo.

    Acquerello di Georg Ehret, raffigurante la classificazione delle piante secondo Carl Linnaeus, dal “Systema Naturae” (1736)

    Riprende vari concetti, Coccia, tra cui questo della necessità di riflettere sulla società contemporanea, strangolata dalla convivenza esasperata, già espressi anche in un altro suo articolo, citato in apertura, diventato quasi un manifesto e intitolato “Rovesciare il monachesimo globale”: “lo spazio della convivenza, dovrà essere costruito a partire dalla trasformazione delle celle monastiche in cui siamo chiusi. È trasformando e rovesciando questo monachesimo globale che riscopriremo la vita pubblica, non solo ripopolando le vecchie città”.

    Che una delle chiavi possibili per gestire al meglio il futuro della convivenza sul pianeta, stia nel ripensare i legami città-campagna è comunque un’ipotesi accreditata da più parti e rilanciata anche nell’articolo “Come cambierà completamente lo spazio, il cuore delle relazioni sociali” di Filippo Celata, che abbiamo già citato.

    Si scrive anche di come la situazione di isolamento generata dal lockdown, in molte città, abbia paradossalmente creato o rafforzato dei legami prima quasi inesistenti, come quelli di vicinato – interessante un filone di articoli sul tema, comparsi su The Guardian – e di come sia necessario riflettere sui rapporti di comunità – legati per certi versi anche quelli della sharing economy – che si creano molto più facilmente in comunità di piccola dimensione; il che riporta, in qualche modo al tema dei piccoli centri abitati o a modelli abitativi diffusi su nuclei minori, che  favoriscono questi legami e favoriscono la sopravvivenza di attività economiche di piccola scala. 

    SX: Spesa sospesa, a Napoli (Source: Teleambiente.it) – DX: Tavoli solidali per i vicini in difficoltà, Derry, New Hampshire, USA © Charles Krupa / AP

    Riflessioni in questo senso sono state fatte, come abbiamo visto, anche nell’ambiente dell’alta moda, rispetto ai danni di ritorno della globalizzazione dei sistemi di produzione, che illusoriamente hanno portato vantaggi grazie all’economia su larga scala, ma che si sono rivelati inefficienti, nel momento in cui la mobilità e i trasporti si sono drasticamente ridotti, o addirittura bloccati.

    Anche in questo senso, sembra importante riflettere su modelli che tendano a un’organizzazione della società in nuclei abitativi ridotti e a dimensioni di autosufficienza.

    Così, per esempio, Joel Kotkin – fellow alla Chapman University e direttore dell’Urban Reform Institute di Houston, nonché autore del volume: “The Coming of Neo-Feudalism: A Warning to the Global Middle Class”: “Man mano che più persone si spostavano verso la periferia, le città diventavano più sicure e più igieniche. Una strategia simile ci aiuterà in futuro. Una certa dispersione della popolazione potrebbe anche consentire la diffusione dei posti di lavoro e ridurre i costi degli alloggi urbani. La prossima generazione di periferie, tuttavia, dovrà essere progettata per emissioni inferiori, più lavoro da casa e spostamenti più brevi”.

    Molto affascinante, comunque, vedere questi dibattiti invadere i media più diffusi e coinvolgere un pubblico molto più esteso di quello abituale, limitato normalmente quasi esclusivamente  all’accademia e agli addetti ai lavori.

    Interessante sarà vedere se, anche grazie al fermento che si è generato nella società civile – motivata da necessità di reazione concrete ed impellenti per far fronte alla crisi – anziché cercare unicamente di ripristinare le città come le abbiamo sempre conosciute, si avranno l’immaginazione, la visione e la forza di impatto, per trasformarle a favore e beneficio del bene comune, prima che si arrivi a vederle implodere, soffocate dagli interessi economici di un gruppo sempre più ristretto di persone, risolute a non vedere la caducità e la fragilità dei sistemi di capitalismo esasperato.

    * dal “Diario 2022”, scritto per la Triennale di Milano 2022

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    27 agosto 2020

  • Il mondo del design e dell’architettura in lockdown

    Respiratore realizzato da “Isinnova”, su idea di Renato Favero. Maschera: Decathlon. ©Filippo Venezia / EPA-EFE / Shutterstock

    “Marketing experts say creativity and technology must be applied to more than just the product” 

    Miles Socha

    Scegliamo di aprire questa sezione invitando a visualizzare l’intervista condotta da Stefano Boeri a Cino Zucchi, nell’ambito della serie “Decamerone” che ha animato quotidianamente da marzo a maggio 2020 l’account Instagram della Triennale di Milano.

    In un’ora di dialogo, viene citato, analizzato e commentato quasi ogni aspetto del ruolo e dell’apporto che il design e l’architettura ricoprono – o potrebbero ricoprire  – subito prima, durante e subito dopo la pandemia.

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    Non ogni argomento viene naturalmente approfondito – in alcuni casi si lanciano interrogativi cui non si ha il tempo di dare risposta – ma si citano tanti episodi, testi, mostre, accadimenti che sono vivissimamente al centro del dibattito in corso, sulle sorti della società contemporanea e si portano molte importanti riflessioni su vari argomenti che vengono invece dibattuti con attenzione, fornendo moltissimi spunti per andare ad approfondire separatamente aspetti molto pregnanti dell’intero discorso.

    E’ indubbio che le discipline collegate al design, all’architettura e alla progettazione di spazi a piccola e grande scala, abbiano goduto di un momento di autentico fermento intellettuale e di un’attenzione che raramente si è manifestata in modo così pressante, in un tempo così concentrato.

    Un’onda di autentica ed urgente necessità di progettare, ripensare e reinventare spazi e modi d’uso di oggetti già esistenti, ha reso improvvisamente dinamiche e popolari, delle discipline che necessitano normalmente di tempi lunghi e che sono spesso accusate di arroccarsi in un terreno di speculazione intellettuale o in pieghe di superfluo. 

    A piccola scala, in parte, è stato davvero fondamentale l’apporto di soluzioni di design che in tempi ridottissimi hanno risolto, per esempio – caso notissimo – la necessità di avere un numero elevato di respiratori per le unità di terapia intensiva, andando a modificare delle semplici maschere da snorkeling, divenute immagini iconiche di questo periodo storico, o quella di garantire separazione, distanziamento e non contaminazione reciproca, nel vivere quotidiano – si pensi anche solo al design di segnaletica e comunicazione visiva. 

    designlibero, “Bubble Shield Protection for Dystopian Future. Courtesy: Bottom Up! Voci

    Molto esaltante è stato seguire il proliferare di progetti, prototipi e rendering di oggetti inventati e disegnati al volo per venire incontro alle moltissime necessità organizzative e spaziali: proposte reali o spesso anche non realistiche, ma meravigliosamente visionarie – una nutrita raccolta di questi progetti è curata dalla piattaforma collaborativa Bottom Up! Voci, nata nell’ambito del festival di Architettura di Torino “Bottom Up!” – che hanno sprigionato un potenziale enorme di visioni per il futuro e hanno rilanciato il ruolo della progettazione che andava un po’ spegnendosi, o perdendo di autorevolezza, spesso a favore o a causa dell’illusione che soluzioni di innovazione puramente tecnica possano essere sufficienti ad affrontare l’evoluzione della storia e della società.

    Vestito di crinoline per social distancing, a Berlino © Elisabetta Rapetti

    Partendo da alcuni esempi concreti, come quello visto in precedenza del respiratore modificato grazie ad una stampante 3D, si dibatte di come possa e deva trasformarsi l’approccio alla progettazione e al design, volendo dare un ruolo più pregnante ai mezzi digitali.

    Molto interessante, per esempio, la già citata discussione su questo tema, emersa nell’intervista di Pietro Corraini al designer Massimo Temporelli su Instagram live, per il ciclo curato da Base Milano, in cui si commenta, tra le altre cose, il potenziale non ancora sfruttato appieno delle stampanti 3D. 

    Nella frenesia della corsa all’innovazione, infatti, si è assistito spesso all’immissione sul mercato di nuove tecnologie che introducono nuove possibilità che spesso non si ha il tempo di sviscerare, o che necessiterebbero di un approccio alla progettazione nuovo e diverso, per essere sfruttate in modo veramente efficace e  innovativo. 

    Il raro momento di pausa forzata ha regalato in qualche caso il tempo, a chi ha saputo sfruttarlo al meglio, per avviare alcuni esperimenti, o almeno alcune riflessioni su questo tema.

    Molto più pregnante dei progetti espressi in tempo di pandemia, è stato effettivamente proprio lo slancio che ha avuto la discussione, che si è grandemente accesa e diffusa, intorno alle discipline stesse del design e dell’architettura, o intorno alla necessità di ripensare – nel presente e per il futuro – spazi privati e pubblici e, di conseguenza, di rivedere il modo di leggere e progettare  spazi, funzionalità, modi d’uso. 

    Questa necessità sembra essere sentita, diversamente dal solito, non solo tra gli intellettuali, tra i critici o tra gli accademici; forse per la prima volta nella nostra epoca si sente, anche a livello comune, il bisogno di interrogarsi su queste questioni.

    Improvvisamente si ha  l’impressione che il disegno e la progettazione di uno spazio possano determinare la sopravvivenza o meno di una comunità e per la prima volta c’è un bisogno concreto e quotidiano di inventare oggetti e soluzioni, cui solo il design può dare un’immediata risposta o l’illusione di poter superare ogni inedito ostacolo al vivere quotidiano.

    La Grande Motte, Francia, distanziamento sulla spiaggia, © AFP

    Così, timidamente, anche la progettazione urbana, relegata abitualmente ai tavoli tecnici e ai dibattiti accademici o tra addetti ai lavori, riesce ad attrarre l’attenzione dei riflettori.

    Si inizia a riflettere sulla opportunità di poter abbracciare modelli di vita alternativi a quelli della vita in città, senza dover dismettere certe attività lavorative, o come trasformare le città stesse per avvicinarsi ad una dimensione a misura d’uomo.

    Si vedono concretizzare – anziché vederli dibatterne a vuoto, com’è stato per anni –  alcuni interventi immediati per modificare la viabilità o l’uso degli spazi pubblici nelle città, siano questi lunghi tratti di piste ciclabili pop-up, o  interventi per accrescere lo spazio disponibile ai pedoni.

    Piste ciclabili pop up © corriere.it

    Moltissime riflessioni si sviluppano intorno al tema dell’uso degli spazi privati e pubblici, spesso decretando finito un intero sistema di pensiero; ma tornando all’intervista citata in apertura, Cino Zucchi, ridimensiona invece questa necessità diffusamente percepita, di dover davvero ripensare il sistema di progettazione degli spazi di vita e di lavoro. 

    Fa notare Zucchi, come l’avvento e l’enorme diffusione del digitale, abbiano svuotato in qualche modo la necessità di una progettazione della distribuzione degli spazi nel dettaglio: l’integrazione dei mezzi elettronici nella quotidianità, la connessione wi-fi e i protocolli immateriali, hanno cambiato anche i modi di lavorare ed il rapporto tra le persone e tra le persone e gli spazi, rendendo tutto più fluido e più imprevedibile.

    “Ciò che non è cambiato è la necessità di luce e di certi servizi comuni di base: scale, ascensori, bagni…”, fa notare Zucchi, “per cui uno spazio ben ‘tagliato’ sarà sempre utile, mentre uno spazio progettato troppo nel dettaglio, rischia di divenire spesso o velocemente inadeguato”.

    Mette in guardia, inoltre, rispetto alla tentazione di voler ripensare e riprogettare per intero i modi dell’abitare e della convivenza, anche dai tempi dilatati dell’architettura e più ancora della progettazione urbana, cioè il fisiologico tempo di inerzia inevitabile in queste discipline, che non permette di reagire in piena velocità alle veloci mutazioni della società e meno ancora delle emergenze: “Il tema del continuo riaggiustamento è quello che De Carlo chiamava spazio-società”, dice Zucchi “e che io ho definito il fenomeno della doccia da campeggio: che tarda a scaldarsi, invogliando a girare la manopola per aumentarne la temperatura, finché diventa troppo calda e poi per il processo contrario troppo fredda e, in definitiva, sempre fuori tempo e fuori luogo, rispetto ai desiderata”.

    Propone quindi, Zucchi, nella progettazione contemporanea, di incentrare l’attenzione più sulla fluidità e versatilità degli spazi.

    In questa ottica, può risultare quasi più incisivo l’intervento dei designer nel prendersi l’incarico di studiare complementi di arredo che permettano di parcellizzare gli spazi, variandone ex post le dimensioni e le caratteristiche; come emerge anche da un interessante intervento dell’architetto Adelaide Testa al festival di architettura di Torino, “Bottom Up!”, che fa notare come durante il lockdown le residenze di ognuno siano divenuti degli spazi improvvisamente multifunzionali e addirittura anche degli improvvisati set televisivi, seppur con maggiore o minore fortuna nei risultati e come da questo derivi ora la grande necessità di approfondire il tema e includere in futuro anche questo aspetto nella progettazione.

    In linea con questo approccio è anche l’intervento, per lo stesso festival, di Alessandro Mininno – fondatore di Gummy Industries, conosciuta agenzia di comunicazione – che nota e commenta molto puntualmente le trasformazioni fisiche e relazionali che già si intravedono nel futuro prossimo degli studi professionali – in seguito all’accelerazione dell’uso del digitale – usciti dal lockdown con la nuova consapevolezza di non avere la necessità stringente di tenere i rapporti lavorativi esclusivamente di persona, né quella di vedere tutti i collaboratori condividere quotidianamente degli spazi tradizionali di lavoro.

    Si discute naturalmente moltissimo e se ne discuterà per molto ancora, di come rimodulare gli spazi di lavoro e dell’abitare, quando per la prima volta massicciamente si sovrappongono e si confondono, ma anche della riorganizzazione del lavoro e delle conseguenze fisiche, economiche e logistiche che queste nuove modalità agili, ormai arrivate per restare, avranno sulla società e sul mondo del lavoro in generale.

    Gli aspetti da esaminare, sono infatti molteplici e non solo tecnici.

    La filosofa Gloria Origgi, per esempio, intervenendo al ciclo di incontri organizzato dalla Compagnia di Sanpaolo ed intitolato “Relazioni – Idee per un futuro partecipato”, pone l’attenzione sul tema scottante della privacy, nell’accezione della dimensione privata di una persona nel proprio spazio vitale, messa in questione dell’iperconnessione in digitale, accelerata dai giorni del lockdown.

    Luca Morena – fondatore di Nextatlas, servizio di previsione data-driven per brand e agenzie – segnala come la progettazione di spazi e ambienti virtuali andrà sempre maggiormente ad integrare quella di spazi e oggetti reali. “I designer dovranno tenere sempre maggiormente in conto anche le dinamiche di psicologia comportamentale” nota Morena “e dare il proprio apporto intellettuale alla impellente necessità di costruzione di un nuovo immaginario per nuove dinamiche di evoluzione della società”.

    Non solo gli spazi privati e pubblici vanno ridefinendosi, infatti, ma molti spazi tendono a divenire progressivamente immateriali.

    Integrazione del digitale nel design, sottolinea ancora Luca Morena in una bella intervista andata in onda su FuorisaloneTV, non significa quindi solo integrazione del mezzo nella progettazione, ma anche acquisizione del linguaggio e della forma mentis dell’intelligenza artificiale, che può offrire molte risorse, possibilità, opportunità e aspetti caratterizzanti (features) ancora parzialmente inesplorati e altri ancora in fieri.

    Anche uno sbilanciamento eccessivo verso il digitale come sistema dominante, è però in discussione.

    Cino Zucchi esprime varie riserve in merito e si trova – a suo dire, per un raro caso – d’accordo con le note presentate da Carlo Ratti – architetto e direttore del Senseable City Lab presso il MIT di Boston –  ad un panel organizzato dall’Ordine degli Architetti di Torino, avente titolo “Ripensare la convivenza” e riportate poi da Ratti in più di una discussione pubblica sul tema.

    Ciò che viene paventato, non è semplicemente il venire a mancare della dimensione esperienziale che si vive di persona – come abbiamo visto parlando di musica, di arte e di moda, di fronte alla prospettiva che gli eventi siano sempre meno svolti dal vivo e in presenza – ma dei rapporti spontanei e dei legami imprevisti che sono di particolare giovamento ai processi di creatività e innovazione.

    Carlo Ratti, scrive sul tema un articolo intitolato “Smart working? Per tornare a crescere dobbiamo rientrare in ufficio” e così Cino Zucchi riflette sulla insostituibilità della fortunata casualità – cosiddetta serendipity – che gli algoritmi non sanno (ancora) produrre. 

    A tal proposito anche Alessandro Bollo, in qualità di direttore del Polo del ‘900 a Torino, centro culturale aperto al pubblico, di fronte alle restrizioni nell’utilizzo degli spazi, ai percorsi di fruizione forzati e alle capienze limitate, in un interessante incontro organizzato a fine maggio da Laboratorio Civico Torino, a tema “Ripensare la cultura nello spazio urbano” si interroga sulla sfida di ritrovarsi a dover quasi progettare la serendipity che rischia di venire a mancare.

    La connessione tramite piattaforme video, social media, sistemi di posta elettronica e chat, è infatti garantita ed efficiente soprattutto verso i rapporti sociali che il sociologo Mark Granovetter ha definito nel 1973 – spiega Ratti – come “legami forti”, quelli afferenti cioè, alle relazioni strette e consolidate. 

    La possibilità o la probabilità che con gli stessi mezzi si possano generare e nutrire dei “legami deboli”, cioè delle conoscenze occasionali nate in modo del tutto casuale, o intorno a degli interessi comuni non conosciuti a priori – quello che Rati definisce il café effect – è invece molto molto ridotta.

    Il laboratorio diretto da Carlo Ratti, conduce una ricerca per andare a verificare questa ipotesi, lavorando sulle dinamiche delle connessioni sociali nel campus del MIT, durante il periodo di lockdown e i risultati della ricerca potrebbero verificare questa ipotesi.

    Sebbene non si possa escludere che in futuro sarà possibile imitare la serendipity che rende così imprevedibili e a volte particolarmente significativi questi incontri, per ora, le piattaforme online non sembrano ideali per generare queste opportunità.

    Il rischio è che con questo si vadano ad impoverire, come accennato, i processi di creatività e innovazione che molto si giovano del mix culturale, disciplinare ed esperienziale.

    Di questo parere è anche Filippo Celata – professore associato in geografia presso la facoltà di economia dell’Università di Roma – che ne tratta nel bell’articolo “Come cambierà completamente lo spazio, il cuore delle relazioni sociali” per la piattaforma Che Fare

    Fattore Q, sgabello da passeggio. Courtesy: Bottom Up! Voci

    In un’interessante intervista sul tema, Mark Zuckerberg – che pure pare ipotizzare un futuro in cui la sua impresa avrà un numero molto consistente di lavoratori che lavoreranno 100% in remoto – nell’elencare i vantaggi che può portare lo sfruttamento massimo della connessione via internet per il lavoro agile, cita però più volte la questione del rischio della perdita di affiatamento e spontaneità, nei rapporti o di perdita del mix e ricorda anche che per i collaboratori con posizioni lavorative non ancora consolidate all’interno di un’azienda, il fatto di non lavorare faccia a faccia, o radunati in un luogo fisico, possa risultare molto difficile, o poco efficiente.

    Tra i progetti di design e quelli che si prefiggono di catalogare i tanti episodi di interesse intorno alla disciplina del design, in questa breve e strana epoca – di cui alcuni sono stati già citati in altre sezioni di questo testo  – vale la pena fare ancora un cenno ad un progetto nato in conseguenza della pandemia  e messo a punto da Paola Antonelli – curatrice del settore design per il MoMa di New York e dalla giornalista e critica Alice Rawsthorn – ed intitolato “Design Emergency”. 

    Citiamo infine – e ne parleremo diffusamente più avanti – il festival di architettura di Torino, “Bottom Up!”, previsto in calendario per i primi di maggio 2020, che, per volere dei due direttori Maurizio Cilli e Stefano Mirti, compie una scelta pionieristica, probabilmente caso unico in Italia e forse in Europa: il festival non viene cancellato, ma trasforma la propria formula di svolgimento diventando interamente online.

    Sembra banale, oggi, ma non lo è se si considera che l’annuncio è stato dato intorno al 20 marzo, quando da ogni istituzione, arrivavano solo annunci di cancellazioni o posposizioni a date da destinarsi.

    * Caporedattore della rivista di moda WWD

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    26 agosto 2020

  • Format TV in isolamento da casa

    “Dedicato a chi capisce”, a cura di Antonio e Patrizia Marras, live su Instagram

    “Stay home, stay safe!”

    Così come i musicisti, anche personaggi dello spettacolo e della cultura, lanciano trasmissioni in diretta tramite i propri account sui social network, con lo stesso spirito e la stessa modalità casalinga. 

    Trasmettono in solitaria, a volte si invitano a vicenda, o vengono coinvolti da iniziative messe insieme a lampo da associazioni benefiche.

    Anche in questo caso, infatti, l’intento principale è raccogliere fondi per diverse ONG e associazioni impegnate nelle cure, nella ricerca e nella gestione dell’emergenza.

    Si organizzano interviste incrociate, letture di brani letterari, salotti di intrattenimento a più voci, giochi e quiz, serate di tributo a personaggi noti e contenuti di qualsiasi tipo, per intrattenere il pubblico a casa.

    Tante trasmissioni vengono fatte anche per intrattenere i bambini, a casa da scuola e separati dagli amichetti.

    Molto riuscita la lettura integrale del libro di Roald Dahl  “James and the Giant Peach”, andata in onda in dieci episodi su Youtube, a cura del regista inglese Taika Waititi, insieme a diversi attori e personaggi celebri che si prestano per spartirsi l’interpretazione di diversi personaggi del libro, sempre collegandosi ognuno dalla propria abitazione.

    L’iniziative è organizzata dalla Roald Dahl Story Company, che si impegna a pareggiare la cifra che verrà donata dal pubblico all’Associazione Partners in Health.

    Spiccano tra i personaggi coinvolti, Meryl Streep e Camilla Parker Bowles, moglie del Principe Carlo d’inghilterra.

    Lettura integrale del libro di Roald Dahl “James and the Giant Peach”, a cura di Taika Waititi, secondo episodio

    C’è molta disponibilità da parte di tutti, anche ad essere intervistati e coinvolti nelle diverse trasmissioni, raccontano gli uffici stampa e i personaggi che lavorano in prima linea per contattare gli invitati, anche da parte delle star normalmente più schive o capricciose, un po’ per la reale emergenza, un po’ per l’improvviso vuoto di impegni e di socialità, un po’ per la novità e per lo spirito di emulazione.

    Indimenticabile, durante la serata di tributo al famoso compositore di Broadway Stephen Sondheim per i suoi 90 anni, celebrata su Zoom da diverse star di Hollywood, il brano eseguito a tre voci da Meryl Streep, Christine Baranski e Audra McDonald.

    Meryl Streep, Christine Baranski & Audra McDonald “The ladies who lunch”

    Il trio di attrici – presentatesi in video in accappatoio dalle rispettive case, in pieno spirito e modalità lockdown – ha rubato la scena interpretando il classico “The Ladies Who Lunch”. Cantando, le tre attrici hanno brindato con vino e liquori, mentre Meryl Streep si è esibita nella preparazione in diretta di un cocktail con tanto di shaker per poi finire bevendo a canna da una bottiglia di scotch.

    Una speciale disponibilità si ha anche dai grandi gruppi industriali, ad investire denaro in beneficenza. Molte aziende hanno annullato i propri interventi pubblicitari dalle trasmissioni o li hanno visti decadere insieme alle trasmissioni stesse che saltano sia in TV, sia in Radio e si impegnano più volentieri, anche per l’impennata di interesse verso i discorsi di responsabilità sociale delle aziende, ad investire denaro direttamente in beneficenza, tramite le diverse iniziative di intrattenimento.

    A riprova di ciò, il direttore di Radio Deejay, una delle tre più grandi radio private italiane, dichiarava, a fine marzo, durante una trasmissione, di non aver al momento alcun contratto di pubblicità attivo, mentre molte società prendevano l’impegno a donare delle cifre relazionate al numero di contatti unici ottenuti da alcuni profili di artisti popolari, o a pareggiare, come detto, le cifre donate dal pubblico delle trasmissioni informali via social networks. 

    Impressionante anche il risultato ottenuto da alcune celebrities che riescono con la sola forza della propria popolarità, a mettere insieme cifre impressionanti, in tempo zero – in Italia, particolare scalpore genera il caso della coppia Fedez / Chiara Ferragni che arriva a raccogliere, più di 3 milioni di Euro, in 24 ore.

    Rimanendo in Italia, molto successo hanno le dirette di Jovanotti  dal suo profilo Instagram, intitolate: “Jova House Party”, in cui, accompagnato spesso da Fiorello, intervista personaggi, canta, suona, legge brani dai suoi libri preferiti.

    “Jova House Party”, a cura di Lorenzo Jova Cherubini, live su Instagram [Screenshots]

    Molto meno brillanti quelle super kitsch di Lapo Elkann, intitolate 

    “Italia per sempre” e trasmesse dall’account della sua società Italian Independent, condotte in duo con Stefano Fontana, famoso dj e produttore musicale.

    Spicca invece per il meritato successo, la trasmissione “The Orchite Show” – dal titolo ironico  ispirato dal sentimento di insoddisfazione che ha accompagnato questo periodo – ideata da Fabio Volo in collaborazione con GB Oneto, autore televisivo  e Valentina Fronzoni, executive producer della casa di produzione the BigMama, realizzata interamente da casa di Fabio Volo con l’aiuto dei propri familiari, ma montata e confezionata come un vero e proprio programma televisivo, con applausi finti, contributi di messaggi e video inviati dal pubblico a casa.

    “The Orchite Show”, a cura di Fabio Volo, live su Youtube, prima puntata

    La trasmissione va in onda dal profilo Instagram di Fabio Volo e su un canale Youtube dedicato, ottenendo circa 2 milioni di visualizzazioni, al punto da essere contattato dalla Barilla che coglie al volo l’occasione, dovendo predisporre il lancio della nuova confezione azzurra, ispirata alle uniformi della nazionale di calcio e si impegna a donare 100.000€, in beneficenza, a fronte di un volutamente super goffo piazzamento del prodotto all’interno del programma (con Fabio che sgranocchia la pasta cruda, o tira la scatola vuota della pasta in giro per la stanza): un affare d’oro.

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    A tema cucina, lo chef pluristellato Massimo Bottura trasmette ogni sera dalla propria cucina della casa di New York, “Kitchen Quarantine”, preparando e spiegando in diretta ricette improvvisate con gli ingredienti trovati in casa.

    Su un modello alla “Quelli della notte”, di Renzo Arbore, invece la trasmissione di nicchia, diventata presto un trash-cult  “Tutti a casa”, dell’autore radiofonico Francesco Lancia, proveniente da Radio Deejay, che coinvolge una serie di giovani cabarettisti italiani, come ospiti fissi a rotazione e personaggi un po’ indie del mondo dello spettacolo, come Victoria Cabello o l’attore comico Paolo Calabresi, trasmettendo nella notte, dal proprio canale Youtube, per ben 66 puntate.

    Altra piccola realtà curiosissima sono le dirette via Instagram live che lo stilista Antonio Marras conduce una volta alla settimana (il giovedì sera alle ore 19.00) insieme alla moglie Patrizia, aventi come ospiti fisse due delle muse di Marras: l’attrice milanese Federica Fracassi, incaricata di selezionare per poi leggere in diretta brani di grandi scrittrici donne e Geppi Cucciari con cui si dibatte molto spiritosamente del mondo travolto dalla pandemia.

    Hanno un titolo: “Dedicato a chi capisce” e il set fisso è un angolo di casa Marras, punteggiato di pochi oggetti essenziali e curiosi che compongono un quadro di eleganza contadina understatement-chic, indiscutibilmente in stile Marras.

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    Lui si presenta sempre in maglia a righe alla marinara, mentre la sorella ha come elemento fisso, i  cappellini da cerimonia.

    Antonio Marras è un uomo colto e curioso, molto riflessivo ma anche molto spiritoso; è appassionato di teatro ed è anche un notevole artista figurativo. Questi salotti sono dunque molto gradevoli, un po’ a cavallo tra cultura alta e bassa e  in qualche modo ipnotici.

    Dei live non rimane purtroppo alcuna traccia, sull’account Instagram di Antonio Marras.

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    25 agosto 2020

  • Altre musiche, altri suoni

    “Missing Sounds of New York”, Studio album by the New York Public Library (Source: New York Public Library)

    “Through our collective observations and the simple act of listening, we hope to provide participants with a moment of global shared empathy and a means of connection”

    Yuri Suzuki e il Dallas Museum of Art *

    Una situazione ambientale così peculiare, come quella che si è generata tra marzo e maggio 2020, non poteva che stimolare progetti artistici di restituzione di questa anomalia.

    Le strade e le piazze vuote, le persone bloccate nelle proprie abitazioni non generano però solo immagini irripetibili, su cui riflettere e lavorare, ma anche silenzi nuovi o ricerche esasperate di suoni familiari che improvvisamente mancano, o suoni che facciano compagnia.

    C’è chi cerca, chi colleziona  e chi offre suoni a beneficio delle persone chiuse in casa, un po’ annoiate e un smarrite.

    Dal Trentino Alto Adige, le sound designer Sara Lenzi e Valeria Caputo lanciano il progetto “The Sound Outside – Listening to the world at Covid-19 Time”.

    Iniziano registrando il suono della città e della campagna, mutato dalla condizione di svuotamento e lanciano una call ai sound designer di tutto il mondo perché registrino e inviino i suoni del proprio ambiente, da collocare su una mappa che alla fine includerà più di cento registrazioni.

    “Il suono ci dava molte informazioni in più grazie alle quali potevamo tornare ad osservare una realtà che fino a quel momento era nascosta dal rumore delle macchine e dall’inquinamento acustico: emergevano dei suoni che non si sentivano da tanto tempo”.

    Sara Lenzi e Valeria Caputo

    “The Sound Outside – Listening to the world at Covid-19 Time”.

    Cliccando sui punti evidenziati sulla mappa, in una sorta di viaggio sensoriale tra i continenti, si accede ai brevi video dell’archivio, girati ad inquadratura fissa, in cui si odono unicamente i suoni ambientali, legati ad ogni paesaggio. Ogni video include le specifiche sulla registrazione ed alcune note note sull’autore.

    “The Sound Outside – Listening to the world at Covid-19 Time”.

    Sul sito internet del progetto si trovano anche una serie di podcast delle interviste condotte con alcuni dei sound designer che hanno inviato il proprio materiale, dove ognuno può condividere il proprio pensiero su cosa significhi il suono per gli esseri umani, come la pandemia abbia cambiato il paesaggio sonoro urbano e come si possa contribuire a progettarne uno migliore per il prossimo futuro.

    Un progetto simile, intitolato: “Sound of the Earth: The Pandemic Chapter”, è stato messo a punto dal sound designer Yuri Suzuki.

    Suzuki si è rivolto però alle persone comuni, perché registrassero i suoni del proprio ambiente, direttamente dal software sofisticato e di aspetto elegantissimo, creato dall’artista e messo a disposizione di chiunque tramite un sito dedicato.

    “Sound of the Earth: The Pandemic Chapter”

    Come si evince dal titolo, si tratta del capitolo dedicato all’epoca del Covid-19, come evoluzione del precedente progetto di Yuri Suzuki “Sound of the Earth: Chapter 2” per una mostra multisensoriale al Dallas Museum of Art.

    Anche in questo caso, il rendering grafico permette di spostarsi sul pianeta, ma senza conoscere precisamente la collocazione di ogni punto, né l’aspetto di ogni paesaggio.

    “Missing Sounds of New York”, è basato invece sul principio opposto: poter ascoltare in remoto i suoni familiari che ci hanno accompagnati da sempre nell’esperienza della vita in città e che venendo a mancare, hanno reso il nostro ambiente più conosciuto, improvvisamente estraneo: il brusio di una piazza, il rumore degli autobus o della metropolitana, i clacson, gli annunci della stazione…

    Lunedì mattina, ora di punta alla Grand Central Station di New York City, 8 giugno 2020 © Angela Weiss / Getty Images

    Sul superamento di questo straniamento ha fatto leva la Public Library di New York che, oltre a prestare gratuitamente molti dei propri libri in formato digitale, ha deciso di proporre un archivio dei suoni della città di New York, the city that never sleeps, diventata silenziosa e intitolato: “Missing Sounds of New York: An Auditory Love Letter to New Yorkers”

    E’ stata quindi messa a punto su Spotify, una vera e propria playlist che porta il titolo del progetto, scaricabile gratuitamente.

    Non solo suoni ambientali, ma anche esperienze, come fermare un taxi e godersi la corsa a bordo, archiviate con titoli spiritosi come “ The Not-Quite-Quiet Library”, dimostrando, in questo caso, anche molto autoironia.

    Tra le prime istituzioni culturali ad aprire e mettere a disposizione i propri archivi digitali,  in tempo di pandemia, anche la Filarmonica di Berlino, che ha voluto offrire la possibilità di registrarsi gratuitamente al sito internet Berliner Philharmoniker Concert Hall  per accedere all’archivio completo di registrazioni, che includono anche concerti diretti dal più prestigioso dei direttori d’orchestra che la Filarmonica annoveri, Herbert v. Karajan.

    Molto popolare è diventata in Italia in marzo anche la pagina web Radio Garden, disponibile anche in versione App per smartphone.

    La pagina web Radio Garden

    Si tratta di un progetto di ricerca digitale olandese, senza scopo di lucro, per una radio web, sviluppato dal 2013 al 2016 dal Netherlands Institute for Sound and Vision insieme alla Transnational Radio Knowledge Platform e altre cinque università europee. 

    È finanziato tramite i fondi del progetto HERA. 

    L’idea di base è di ottenere una stazione radio senza confini, che restituisca però il carattere locale di ognuna delle stazioni. Nel 2016 sono state superate le 8.000 stazioni radio disponibili e fruibili muovendosi semplicemente sull’atlante. 

    Chi abbia reso improvvisamente virale in Italia, l’ascolto di questa super radio, rimane un mistero, ma è comprensibile il fatto che l’idea di viaggio, in qualsiasi maniera surrogata, abbia affascinato per un po’ gli italiani, popolo di appassionati viaggiatori, confinati a casa, all’epoca senza un termine.

    * Yuri Suzuki e il Dallas Museum of Art, per il progetto “Sound of the Earth: The Pandemic Chapter”

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    24 agosto 2020

  • Feste e Rave

    Mappa delle diverse sale aperte per il rave online su Zoom, “The Zone”, illustrazione Gaia Harvey Jackson (Source: Bloomberg)

    “No matter the circumstances, people will always find a way to party”

    Grant Armour *

    Privati della possibilità di incontrarsi nei locali notturni, alle feste, ai festival o nei club, anche i frequentatori abituali di questi intrattenimenti, si rivolgono al digitale, per trovare un’alternativa temporanea.

    Combinando l’utilizzo delle piattaforme che permettono a più utenti di collegarsi in modalità conferenza –  come Zoom o Houseparty  – con le piattaforme studiate per lo streaming di live musicali – come Twitch – si iniziano ad organizzare delle feste in cui i musicisti e DJ trasmettono la propria musica, andando in video live dai propri appartamenti o studi di registrazione – o nei casi delle feste gestite da strutture professionali, anche da spazi spettacolari, a porte chiuse – e il pubblico partecipa collegandosi da casa propria in simultanea, per ballare la stessa musica, guardando il Dj,  come ad una vera festa, potendo anche vedere gli altri utenti in diretta e interagire con loro via chat, o a voce su rooms separate.

    Sta alla fantasia del Dj e di ognuno deI partecipanti, presentarsi alla videochiamata con abbigliamento spettacolare, sfondi digitali fantasiosi, o setup festaioli delle proprie case, contribuendo a creare l’atmosfera di un vero party.

    La rivoluzione, anche in questo campo, non sta tanto infatti, nell’utilizzo di mezzi che già esistevano, ma nel trasporne l’uso – in questo caso da videoconferenze generalmente di lavoro, a momenti di intrattenimento e svago  – e nello sforzo collaborativo per utilizzare creativamente il mezzo e renderlo efficace allo scopo.

    Già a fine marzo numerose feste e rave online vengono organizzati anche professionalmente per un numero di persone che in alcuni casi poteva arrivare fino a 5000 persone in contemporanea – tale è il numero massimo di contatti simultanei che permette di raggiungere la piattaforma Zoom – ma che nella maggior parte dei casi era ristretto a un numero decisamente inferiore di persone, per permettere un minimo di interazione tra i partecipanti.

    Alcuni festival di musica elettronica hanno utilizzato l’alternativa virtuale per cercare di non sparire dalla scena e di essere dimenticati dagli utenti, una volta cancellato l’evento fisico. 

    La versione digitale dell’evento cancellato consiste spesso in una serata fissa settimanale di live streaming, che permette ai DJ che erano previsti nella lineup, di esibirsi ugualmente per lo stesso pubblico e virtualmente per un pubblico anche maggiore. 

    E’ il caso questo, per esempio, del piccolo festival Psy-Boutique Festival che trasmette su Twitch da fine marzo ogni giovedì sera, offrendo anche un link per collegarsi su Zoom e ascoltare o ballare insieme agli altri partecipanti; i biglietti acquistati per l’edizione 2020 del festival, sono rimasti validi per il 2021 e il pubblico, orfano dell’appuntamento che era previsto per maggio, viene così intrattenuto virtualmente fino all’inizio della prossima edizione.  

    Molte altre iniziative nascono ex novo, proprio grazie alla consuetudine ormai accettata ed acquisita, di seguire i DJ set da casa propria, inizialmente riunendosi con i propri amici solo virtualmente, ma in prospettiva, finito il periodo di lockdown, anche riunendosi in piccoli party casalinghi dove la qualità dell’intrattenimento musicale diventa improvvisamente professionale.

    “Saturday Night Lockdown: Dance Culture”, flyer di promozione di uno degli eventi, giugno 2020

    Ne sia di esempio l’iniziativa Saturday Night Lockdown: Dance Culture, nata su una pagina Facebook il 23 marzo scorso, che trasmette ogni sabato sera per 6 ore consecutive, con 5 set di genere musicale differente, che si svolgono contemporaneamente, tra cui scegliere o saltellare, che così si descrive: “Online, interactive, multimedia PARTY with 5 rooms of music to choose from! 40 artists live streaming from around the World – Keeping tha VIBE ALIVE!”

    Anche alcuni grandi club si sono messi in gioco direttamente per intrattenere la propria clientela e perché lo staff potesse essere pagato, di solito tramite donazioni facoltative, ma a volte chiedendo un biglietto. Il club Nowadays nel Queens, a New York, si è trasformato in Virtually Nowadays, con i suoi DJ che suonano dal vivo dalle proprie case o dagli studi, mentre il performance bar di Londra House of Yes ospita le feste su Zoom. 

    Tra le  feste a pagamento, alcune sono state organizzate con enorme sforzo virtuale; quelle più glam prevedevano anche più stanze, con diverse atmosfere e generi musicali.

    Scene da un rave online su Zoom (Source: PAPAER Mag)

    La festa The Zone, per esempio, divenuta famosissima, si svolgeva in un club virtuale di 16 stanze, su Zoom a pagamento e con tanto di bouncer che all’ingresso online si accertava che gli ospiti fossero adeguatamente vestiti e che adeguato fosse anche il setup della stanza e la fornitura di drinks, come previsto dal dress code.

    Alcune stanze erano programmate come chat rooms  per interagire con gli altri ospiti e a fine serata, il pubblico ancora presente, veniva radunato nella stanza della vasca idromassaggio, per entrare nella quale era richiesto di cambiarsi indossando un costume da bagno. 

    Alcune stanze sono state intenzionalmente rese “segrete” fino a quando qualcuno non ti forniva la password.

    Molto popolari sono diventate anche le feste queer Club Quarantene, nate da un omonimo account Instagram. Gli ospiti acquistano i biglietti per 10$, o possono pagare 80$ per una stanza privata per festeggiare insieme a DJ famosi su Instagram e ballerini di burlesque. Per queste feste è previsto un dress code.

    Un DJ suona per “Club Quarantine” (Source: PAPER Mag)

    “Welcome to Club Quarantine, the hottest virtual gay club you’ve ever logged onto”.

    Spiegano gli organizzatori: “Ogni notte dal 15 marzo, tra le 100 e le 1000 persone si sono riunite al Club Q, in teleconferenza su Zoom per bere, ballare, flirtare, vestirsi e sfuggire alla solitudine della quarantena. È un club perfetto: la musica è sempre ottima, non c’è mai una cover, i drinks sono gratuiti, anche se ognuno deve procurarsi il proprio. Quando non hai più voglia, puoi semplicemente premere “Esci dalla riunione” e camminare per qualche metro fino al tuo letto, senza nemmeno dover chiamare un Uber”.

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    Alcune feste virtuali sono state organizzate anche su piattaforme di gaming, come Minecraft, dove è nato il  Club Matryoshka, un club per soli membri cui si accedeva tramite un server Minecraft privato a Manila. 

    Questa piattaforma ha ospitato tra l’altro anche un festival musicale virtuale di 24 ore il 26 aprile.

    Volendo avere un’esperienza più immersiva, ove si  fosse già in grado di utilizzare le piattaforme di realtà virtuale, si poteva prendere parte ad alcune grandi feste lanciate anche in quegli ambienti. Second Life, per esempio, caduta un po’ in disuso negli ultimi anni, ha ripreso vita durante il lockdown, ripopolandosi di  vecchi fruitori che da tempo non vi accedevano, grazie a eventi come il grande rave virtuale “Limp Pumpo“. Con una line-up di tutto rispetto, che includeva artisti come DJ Loser, Mutant Joe e il rapper di Los Angeles Kreayshawn, la festa ha intrattenuto i partecipanti per 24 ore.

    DX: Il Club Matrioska sulla piattaforma di gaming Minekraft; SX: una festa sulla piattaforma Second Life [Screenshots]

    Il decoro scanzonato prevedeva, invece delle disco balls, delle spore animate di coronavirus che giravano sul soffitto sopra la pista da ballo, mente il bar serviva test virtuali di positività al Coronavirus per 5 Linden Dollars, la valuta di Second Life.

    Ritorna anche qui, dunque, come nel caso degli esperimenti sui concerti live, la sperimentazione di nuovi formati di intrattenimento sulle piattaforme di gaming.

    Gli esperimenti di questo tipo, però, non sono destinati ad avere probabilmente lunga vita. 

    Se già le video-feste alla lunga hanno cominciato ad essere noiose per il pubblico, ancora maggiormente lo è l’idea di dover muovere se stessi e prendere parte alla socialità tramite un avatar, senza contare l’expertise che questa operazione richiede. Essere uno spettatore passivo di un contenuto spettacolare, insomma, come nel caso dei concerti organizzati su queste piattaforme, è ben altra cosa dal dover divenire un provetto utente di un ambiente  digitale complesso.

    Lo scarto definitivo, comunque, è dato dalla qualità e dalla popolarità della proposta artistica: il fatto che i DJ set o le performance musicali presentate in video siano di particolare pregio o che rappresentino l’unico appuntamento per veder esibire un artista, determinano ancora e sempre la popolarità reale dell’evento.

    Anche nel caso delle video-feste, passata l’eccitazione della novità, solo la situazione di emergenza e il fatto che in collegamento video fossero presenti molti veri amici con cui interagire, ha tenuto viva per un periodo la consuetudine.

    * Regista londinese specializzato in documentari e video musicali

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    23 agosto 2020

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