Il progetto

Stephen King
Post sul suo account Twitter, del 3 aprile 2020, divenuto virale

Come nasce PandeMIA

Questa ricerca nasce come tesi conclusiva per il Master in Relational Design, di

Elisabetta Rapetti


La presa d’atto che COVID-19 fosse una pandemia – prima ancora che fosse ufficialmente dichiarato tale – e le conseguenti misure restrittive messe in atto, almeno parzialmente in ogni Paese del mondo, hanno generato l’esplosione quasi altrettanto pandemica, di un dibattito culturale intensissimo ed esteso ad ogni disciplina e ambito, nonché ad una produzione di progetti culturali, editoriali, di design e architettonici a breve e brevissimo termine – che però si interrogano sul lungo termine e al disegno di prodotti pop-up più o meno seri e a volte serissimi, più o meno utili e a volte utilissimi. 

Le istituzioni culturali di ogni livello hanno prodotto centinaia di lezioni, interviste, webinars, conferenze, serie di incontri, laboratori, conversazioni, letture, di ogni genere e tipo. 

Si sono moltiplicati i progetti artistici ed editoriali ad hoc e gli esperimenti di condivisione estrema o di condivisione digitale a sostituire quella in presenza, con intenti diversi: in parte per riempire un vuoto, in parte per affrontare e contrastare gli ostacoli oggettivi dell’immediato futuro, o per non interrompere il lavoro di produzione culturale o per interrogarsi su modalità alternative di produrre e divulgare cultura. 

Questa attività intensissima, ha generato simboli, immagini iconiche, nuovi costumi, nuovi format, nuove esigenze, nuove abitudini, rilanciato o trasformato l’uso di tecnologie, di prodotti digitali e di alcune attività sopite o un po’ dimenticate.  

In questo mare di produzioni e dibattiti di profilo alto e basso, mi sono immersa immediatamente, dall’inizio del lockdown e intensissimamente ho osservato gli sviluppi in varie direzioni di questo fenomeno e di questo fermento, cercando di tenere uno spettro ampio il più possibile, sebbene non muovendomi in modo veramente sistematico e con un focus di attenzione alla produzione italiana, ma che ha sconfinato anche verso episodi e istituzioni di carattere internazionale. 

Senza ancora avere un progetto preciso in mente, ero animata da diversi intenti e impulsi: un certo amore per la speculazione intellettuale, un approccio da collezionista onnivoro che da sempre mi pervade, il bisogno istintivo di sentir parlare di futuro per superare un difficile presente, soprattutto una sorta di esaltazione nel rendermi conto di vivere di persona un momento irripetibile di avanzamento e messa in discussione della nostra civiltà.

Ora i dibattiti che si sono accesi, riguardo alla necessità di un cambiamento di vita e alle prospettive future per l’umanità, vanno espandendosi, approfondendosi  e moltiplicandosi in ogni disciplina, ma le basi di quanto cambierà e quanto resterà si sono gettate in quelle dieci settimane scarse che hanno costretto anche le persone più restie al cambiamento, a prendere atto del fatto che il futuro – anche quello delle industrie culturali – non è un treno in corsa inarrestabile che viaggia su un unico binario, ma può essere ramificato, differenziato, moltiplicato, reinventato in ogni momento. 

Tutte le tracce di produzione di pensiero e di progetto, le proposizioni e dichiarazioni di intento di genere diverso di tante istituzioni e realtà culturali, quelle in cui mi sono imbattuta per caso e quelle che ho ricercato, hanno avuto una propria importanza, ma alcune in particolare svettano, per aver ‘cambiato il gioco’, grazie ad una particolare efficacia e incisività unite alla rapidità di reazione.

Quali sono i grandi filoni di dibattito che si sono generati, nel mondo della cultura e chi sono stati i game-changers che hanno per primi scosso la scena, che hanno impostato le basi per un cambiamento, che si sono distinti per aver reagito nell’immediato in modo originale, efficace o innovativo?

Di questi ultimi in particolare e di alcuni episodi sorprendenti per novità, incisività o bizzarria, mi occuperò, tracciando una sorta di diario del mio percorso di esplorazione, che mi sembra importante trattenere e provare a restituire, mentre di alcune tracce sto ancora seguendo gli sviluppi a medio termine e altre ne sto ancora ricercando.

Fil-rouge di questo mio percorso, ad oggi, la presa di coscienza che, sebbene si dica da più parti che l’esperienza della pandemia ci traghetta verso un New Normal, sia forse più pertinente tendere invece ad un Multiple Normal che tenga conto delle potenzialità espresse ed inespresse del digitale e ne vada ad esplorare di nuove ancora, sia nelle modalità di utilizzo del mezzo, sia nella tecnologia stessa, sia nel suo inserimento in modo più ramificato e sostenibile nel sistema economico.
Mentre in corso d’opera, sarà interessante osservare come alcune prime iniziative vengano presentate al pubblico in una formula che in alcuni casi già riflette i cambiamenti e gli esiti dei dibattiti dei mesi scorsi, come alcune formule popolarissime nel periodo del lockdown risultino già desuete e altre iniziative siano in transito, con esiti ancora incerti, verso un futuro che le vedrà inevitabilmente trasformate.


Master “Relational Design”

promosso da Accademia Abbadir e IDLAB in partnership con SUPER

Relatrice: Aurora Rapalino

Anno Accademico 2019/2020


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Datata: 6 novembre 2020