
“Proprio come in un racconto fantastico, le città sono scomparse: per difendersi da un nemico invisibile ma potente hanno scelto l’esilio, si sono messe al bando dichiarandosi fuorilegge e ora giacciono ai nostri piedi come in un museo archeologico o un diorama. Per difendere le vite dei propri abitanti, le città hanno commesso suicidio”.
Emanuele Coccia *
La pandemia ha trasformato la vita urbana in modo molto eclatante nei mesi in cui quasi tutte le città del mondo hanno imposto un lockdown, più o meno serrato e poi via via in modo meno impattante, con la ripresa della mobilità e delle attività economiche.
Nell’ipotesi di alcuni sociologi – citiamo per esempio l’articolo di William Davies su The Guardian: “The last global crisis didn’t change the world. But this one could” – queste trasformazioni potrebbero, come mai prima dell’epoca moderna, arrivare ad alterare le strutture di alcuni modelli economici e di vita.
E’ certo, comunque, che questo arresto abbia accelerato, anche in materia di studi pianificazione sociologia ed economia delle città, le riflessioni e rivendicazioni intorno all’abitare e al convivere nelle città, che il tema già sollevava in modo sempre più pressante.

Seppure in crescita costante, è cosa assodata che quasi tutte le città presentassero già prima di questa emergenza, elementi di crisi o di esasperazione tali da renderle al limite del vivibile, soprattutto per certi gruppi sociali.
Ben prima dell’esplosione della pandemia, diverse comunità urbane in tutto il mondo rivendicavano il diritto a trovare soluzioni abitative a costi accessibili e in generale reclamavano costi della vita inferiori e piani più forti per affrontare il cambiamento climatico e in direzione di uno sviluppo sostenibile.
Alcune metropoli, divenute ormai quasi inaccessibili, come New York, vedevano persino i residenti lasciare la città, in modo strategico, a volte, ma più spesso forzato.
Proprio a New York, al museo Guggenheim e proprio su questo tema – tanto da suonare quasi come un funesto presagio – aveva aperto il 20 febbraio la mostra curata dall’architetto di fama internazionale Rem Koolhaas insieme a Samir Bantal – direttore di AMO, il think tank dell’Office for Metropolitan Architecture (OMA) – intitolata “Countryside, The Future”.

© David Heald
La mostra, poi sospesa e riaperta in luglio, affrontava urgenti questioni ambientali, politiche e socioeconomiche, analizzando i cambiamenti radicali avvenuti in centinaia di anni, nei territori rurali, identificati come “campagna”, e mettendo in luce come questi rappresentino il 98% della superficie terrestre non occupata dalle città.
Se ne parla accesamente, in Italia, perché in aprile esce un’intervista di Cloe Piccoli a Koolhaas, su La Repubblica, intitolata “La campagna ci salverà”, in cui vengono molto ben presentati i temi e gli obiettivi perseguiti con le ricerca sui cui è basata la mostra al Guggenheim.
L’obiettivo della mostra, ripreso poi anche in un libro pubblicato da Taschen – “Countryside, Report” – è andare a stimolare la discussione sugli sviluppi nelle aree non urbane, creando un forte impatto di stravolgimento della percezione di questi territori. Non si immagina un mondo senza città, ma bensì un mondo che mette a sistema molto maggiormente sistemi di vita e sistemi economici diffusi al di fuori e in relazione con le città, per ottenere meno congestionamenti, meno esasperazione e più equità.
Per questo, la mostra si interroga anche su: “la concezione moderna del tempo libero, sulla pianificazione su larga scala da parte delle forze politiche, sui cambiamenti climatici, i fenomeni di migrazione, gli ecosistemi umani e non umani, la conservazione guidata dal mercato, la coesistenza artificiale e organica e altre forme di sperimentazione radicale che stanno alterando i paesaggi in tutto il mondo”.

Con la diffusione del Covid-19 e con tutte le conseguenze anche economiche e logistiche che la pandemia ha comportato, sono emersi in modo ancora più eclatante gli elementi di fatica e contraddizione che vivere nelle città comporta, soprattutto in termini di densità, di mobilità e di accessibilità e soprattutto è emersa la necessità certamente contingente di provare a rivedere i modelli di sviluppo delle città.
Messi di fronte alla domanda – che quasi ogni media e centinaia di panel e discussioni sul tema della città hanno rivolto a decine di esperti di pianificazione politica e storia urbana in tutto il mondo – se si possa immaginare in estinzione il modello di città contemporanea, tutti sono più o meno concordi nell’affermare che le città si riprenderanno e troveranno il modo di ripartire e crescere di nuovo, anche economicamente, seppur con aggiustamenti di vario tipo e con dei ricambi nelle attività economiche e nella costituzione dei gruppi abitativi.
Non tutti sono però dell’opinione che le città continueranno a crescere al ritmo o secondo il modello con cui crescevano fino a pochi mesi fa e molti – o quasi tutti – affermano che questo non sia né auspicabile, né sostenibile, né forse del tutto possibile.
Molte voci – e l’emergenza lo ha provato – sostengono che sia urgente disegnare dei modelli di crescita che enfatizzino l’inclusività, la sostenibilità e opportunità economiche eque.
Si dibatte molto della necessità di intervenire su progetti relativi alla mobilità che prescinda maggiormente dall’uso delle auto private, ma anche sulle questioni relative al sovraffollamento – a volte quasi al collasso – dei mezzi pubblici e sulle tante questioni irrisolte generate dal pendolarismo di massa.
Richard Florida – docente alla School of Management and School of Cities dell’Università di Toronto, prevede che assisteremo a una “urbanizzazione inversa”, un modello che è accaduto più volte nel corso della Storia, in seguito alle grandi crisi o al declino economico: una migrazione dalla città che potrebbe lasciare spazio ad artisti, creativi e classi socio-economiche inferiori per rivendicare la città che è stata loro portata via in decenni di gentrificazione, ma che se dovesse fallire, porterebbe ad una perdita nella varietà della vita urbana e a una conseguente perdita di interesse dell’agglomerato urbano.
Elenca, inoltre, undici punti di intervento che permetterebbero alle città di riprendersi e a convivere in parte, con la pandemia, oltre ad innalzare la qualità della vita per i suoi abitanti e mantenerle vivaci, con un mix di offerta e di composizione sociale.
Questi punti includono la diffusione del lavoro agile, il riconoscimento del valore del lavoro di molte categorie che svolgono funzioni indispensabili ma considerate di basso livello, ma include anche la messa a punto di azioni di protezione delle categorie impegnate nelle arti e nell’economia creativa: le città dovrebbero fornire consulenza e assistenza sulle procedure necessarie affinché queste categorie attualmente deboli non spariscano dal paesaggio urbano.
Rispetto alla migrazione dalla città, si sono aperti molti canali di discussione, tra chi la ipotizza in modo più funesto e chi cerca di enfatizzare i benefici che questo potrebbe comportare, sia in termini di sostenibilità sia di innalzamento della qualità della vita.
Stefano Boeri, intervistato da Brunella Giovara su La Repubblica, mette insieme diverse riflessioni sulla necessità di ripensare gli spazi nelle città, dando massima priorità alla possibilità di utilizzare e potenziare gli spazi aperti e gli spazi verdi, pianificando una mobilità sempre più green e sfruttando il patrimonio immenso, decisamente sotto sfruttato, che giace in molti borghi e centri abitativi rurali, in stato di abbandono. Accenna anche l’idea che siano le metropoli a studiare degli accordi di adozione e relazione diretta con alcuni di questi centri rurali, perché sia concretamente immaginabile e agevole per gli abitanti, una vita suddivisa tra campagna e città.
Sono riflessioni ragionevoli e piuttosto moderate, ma il titolo tipicamente scandalistico, che viene dato all’articolo – “Via dalle città, nei vecchi borghi c’è il nostro futuro”, fa sì che si generino molte polemiche di ritorno, alcune più semplicistiche, alcune molto ben argomentate. Un esempio di queste ultime, è l’articolo di Roberto Reale, pubblicato dal collettivo Cieloterra Design, intitolato “Dimenticate Koolhaas e Boeri: il nostro futuro è (nonostante tutto) nelle città”, la cui dissertazione è improntata a confutare l’illusorietà semplicistica dell’auspicio che si abbandonino felicemente le città, soprattutto rispetto alla complessità dei meccanismi economici che dovrebbero supportare queste scelte e agli interessi in gioco.
Entrano nelle critiche a queste ipotesi, anche tutte le note di scetticismo, che abbiamo visto, sulla reale efficacia dei rapporti lavorativi a distanza, in termini di creatività e innovazione.
I ragionamenti di Boeri, comunque non si limitano al semplice invito a lasciare le città, ma riguardano anche elementi di innovazione nei modelli di sviluppo delle città stesse, improntati sul decentramento e sull’inclusione di grandi aree verdi e sempre improntati sull’idea di innalzare la qualità della vita degli abitanti, oltre a ridurre l’impatto ambientale.
Il dibattito rimbalza persino tra i programmi radio e televisivi più popolari, tanto da concretizzarsi in un intervento di Boeri al programma televisivo “E poi c’è Cattelan” in prime time su Sky, di nuovo ripreso da RepubblicaTV con il titolo “La vita del futuro tra boschi e tetti: Stefano Boeri disegna le città di domani”. Intervistato da Alessandro Cattelan, Boeri presenta e schizza, brevemente, ma efficacemente, un esempio di modello di città del futuro, verde e diffusa su cui sta lavorando con il suo studio professionale, e alcuni spunti per ripensare sistemi di viabilità, di parziale autosufficienza, di relazione più equilibrata tra verde e costruito.

Marca in modo deciso anche il tema dei tetti piani dei palazzi, come spazi ancora sottoutilizzati che in futuro potrebbero prendere un ruolo importante come quinta parete, utile per la socialità del condominio, per svolgere servizi (tipo la consegna dei pacchi mediante droni) e per aumentare le superfici verdi in città da dedicare, per esempio, a piccoli orti urbani.
Questo tema verrà ripreso spesso da Boeri, che si farà sfuggire, per esempio in dialogo con Giovanna Melandri per il “Decamerone” de La Triennale di Milano, l’intenzione di costruire in futuro una mostra a tema: “Roof”.
Molto spazio a questi temi dedica anche la Triennale di Milano, da quando Boeri ne è il presidente; basti pensare al tema della XXII Triennale del 2019, “Broken Nature: Design Takes on Human Survival, highlights”, a cura di Paola Antonelli e ai simposi che si stanno tenendo per definire la Triennale prossima del 2022, per la quale ci si propone l’obiettivo di riprenderne in parte l’approccio e le tematiche che si sono dimostrate molto urgenti e in parte anticipatrici di alcuni dibattiti ora molto accesi e pressanti.
Nel simposio di giugno, un intervento del filosofo Emanuele Coccia – che abbiamo visto essere uno dei personaggi più intervistati e più citati duranti i mesi della pandemia, riflettendo sul rapporto tra ecologia e casa, descrive le città come entità soffocate e soffocanti e ne immagina il suicidio come entità di convivenza, sgretolate in minuscoli spazi privati, a beneficio della sopravvivenza dell’uomo.

Riprende vari concetti, Coccia, tra cui questo della necessità di riflettere sulla società contemporanea, strangolata dalla convivenza esasperata, già espressi anche in un altro suo articolo, citato in apertura, diventato quasi un manifesto e intitolato “Rovesciare il monachesimo globale”: “lo spazio della convivenza, dovrà essere costruito a partire dalla trasformazione delle celle monastiche in cui siamo chiusi. È trasformando e rovesciando questo monachesimo globale che riscopriremo la vita pubblica, non solo ripopolando le vecchie città”.
Che una delle chiavi possibili per gestire al meglio il futuro della convivenza sul pianeta, stia nel ripensare i legami città-campagna è comunque un’ipotesi accreditata da più parti e rilanciata anche nell’articolo “Come cambierà completamente lo spazio, il cuore delle relazioni sociali” di Filippo Celata, che abbiamo già citato.
Si scrive anche di come la situazione di isolamento generata dal lockdown, in molte città, abbia paradossalmente creato o rafforzato dei legami prima quasi inesistenti, come quelli di vicinato – interessante un filone di articoli sul tema, comparsi su The Guardian – e di come sia necessario riflettere sui rapporti di comunità – legati per certi versi anche quelli della sharing economy – che si creano molto più facilmente in comunità di piccola dimensione; il che riporta, in qualche modo al tema dei piccoli centri abitati o a modelli abitativi diffusi su nuclei minori, che favoriscono questi legami e favoriscono la sopravvivenza di attività economiche di piccola scala.


SX: Spesa sospesa, a Napoli (Source: Teleambiente.it) – DX: Tavoli solidali per i vicini in difficoltà, Derry, New Hampshire, USA © Charles Krupa / AP
Riflessioni in questo senso sono state fatte, come abbiamo visto, anche nell’ambiente dell’alta moda, rispetto ai danni di ritorno della globalizzazione dei sistemi di produzione, che illusoriamente hanno portato vantaggi grazie all’economia su larga scala, ma che si sono rivelati inefficienti, nel momento in cui la mobilità e i trasporti si sono drasticamente ridotti, o addirittura bloccati.
Anche in questo senso, sembra importante riflettere su modelli che tendano a un’organizzazione della società in nuclei abitativi ridotti e a dimensioni di autosufficienza.
Così, per esempio, Joel Kotkin – fellow alla Chapman University e direttore dell’Urban Reform Institute di Houston, nonché autore del volume: “The Coming of Neo-Feudalism: A Warning to the Global Middle Class”: “Man mano che più persone si spostavano verso la periferia, le città diventavano più sicure e più igieniche. Una strategia simile ci aiuterà in futuro. Una certa dispersione della popolazione potrebbe anche consentire la diffusione dei posti di lavoro e ridurre i costi degli alloggi urbani. La prossima generazione di periferie, tuttavia, dovrà essere progettata per emissioni inferiori, più lavoro da casa e spostamenti più brevi”.
Molto affascinante, comunque, vedere questi dibattiti invadere i media più diffusi e coinvolgere un pubblico molto più esteso di quello abituale, limitato normalmente quasi esclusivamente all’accademia e agli addetti ai lavori.
Interessante sarà vedere se, anche grazie al fermento che si è generato nella società civile – motivata da necessità di reazione concrete ed impellenti per far fronte alla crisi – anziché cercare unicamente di ripristinare le città come le abbiamo sempre conosciute, si avranno l’immaginazione, la visione e la forza di impatto, per trasformarle a favore e beneficio del bene comune, prima che si arrivi a vederle implodere, soffocate dagli interessi economici di un gruppo sempre più ristretto di persone, risolute a non vedere la caducità e la fragilità dei sistemi di capitalismo esasperato.
* dal “Diario 2022”, scritto per la Triennale di Milano 2022
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