
“Le emergenze provocano accelerazioni della storia. Questa tempesta passerà, ma le scelte che facciamo ora cambieranno la nostra vita”.
Yuval Noah Harari
Cosa certamente ha caratterizzato la primavera 2020, in conseguenza delle misure estreme di separazione fisica di cui il mondo intero ha dovuto dotarsi per contrastare la diffusione del Coronavirus, è l’uso massiccio e pervasivo del mezzo digitale.
Bloccati in casa, senza la possibilità di spostarsi e senza una prospettiva certa di quanto a lungo questa condizione sarebbe durata, istintivamente la gran parte delle persone si rivolge – o si aggrappa, addirittura, in alcuni casi – alle vie alternative di connessione, socialità, condivisione e di gestione delle questioni lavorative e logistiche, offerte dal digitale, che hanno permesso di proseguire quasi ogni attività del quotidiano, senza presenziare fisicamente e addirittura senza muoversi.
Impostare o adottare una versione digitale di quasi qualsiasi attività, diventa effettivamente l’unico possibile elemento per sopperire alla imposta immobilità.
Nella maggior parte dei casi, non si tratta di un momento di vera innovazione tecnologica, ma piuttosto dell’accelerazione del fenomeno di rivoluzione digitale, come è stata definita, già in atto da più di dieci anni.
Il lavoro in remoto, i meeting in videoconferenza, il contatto con gli amici in videocall, l’acquisto online dei beni di consumo quotidiani, sono solo i più banali esempi di attività che era già tecnicamente possibile svolgere e in molti casi già anche praticate abitualmente da una parte della popolazione, ma che improvvisamente diventa di pratica comune e di diffusione capillare.
Di fronte all’emergenza e all’impossibilità di un’alternativa, anche le persone e le strutture più restie ovunque possibile si arrendono a mutare le proprie abitudini o a dotarsi – nei casi più fortunati, in tempi rapidissimi – della tecnologia per poter entrare in questo sistema digitale diffuso.
E’ interessante notare come oltre all’impennata dell’intensità di utilizzo e della diffusione dei sistemi legati al digitale, si abbia un mutamento radicale della percezione di questi mezzi, soprattutto da parte di moltissime persone che, per motivi generazionali o ideologici, erano sempre state molto scettiche o critiche in materia ed avevano cercato di contrastare o limitarne al massimo l’utilizzo, anche stigmatizzando le conseguenze di un utilizzo sempre crescente di questi sistemi.
Gloria Origgi – docente di filosofia delle scienze sociali, presso l’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi – in un intervento per la serie di conferenze “Relazioni. Idee per un futuro partecipato” organizzate dalla Fondazione Compagnia di San Paolo – parla di rovesciamento della percezione e del sistema di valori intorno ad alcuni temi, in conseguenza del lockdown.
Effettivamente, anche sistemi come quelli di delivery e di acquisto online, molto criticati e osteggiati da alcune categorie, o non acquisiti per questioni di diffidenza o resistenza al cambiamento, si sono improvvisamente diffusi moltissimo, rivelandosi determinanti nella gestione del quotidiano.
La vera rivoluzione è però quella della diffusione capillare dell’utilizzo dei sistemi di live streaming e di videoconferenza che permettono di collegare più persone simultaneamente,
Il fatto che non sia nemmeno necessario un computer, ma basti anche solo uno smartphone, per essere connessi in video o trasmettere live e che molte piattaforme già prevedano sistemi semplicissimi per realizzarlo, abbatte ogni barriera.
Insieme alle foto delle città deserte e all’immagine del personale sanitario in tenuta anti contagio, resteranno impresse nell’immaginario collettivo come legate fortemente e quasi caratterizzanti questo periodo, le immagini degli schermi ripartiti nelle inquadrature multiple dei partecipanti alle videochiamate sulle varie piattaforme.
Nate per essere utilizzate principalmente in contesti lavorativi, le piattaforme di videoconferenza diventano infatti popolarissime non solo per proseguire con il lavoro a distanza, ma anche per i momenti di svago; al punto che Google, proprietaria del sistema Hangouts, si affretta a pubblicare in aprile una versione aggiornata del software che cambia nome prima in Meetings e poi in Google Meet e viene innestata nel sistema di Facebook, per non perdere la sterminata fetta di potenziali users, che trascorrono un tempo infinito in video collegamento anche con le famiglie e gli amici.
Un’esplosione di popolarità ha la piattaforma Zoom, per la versatilità di utilizzo, per la possibilità di inserire dei background elettronici e soprattutto per la caratteristica di permettere di collegare fino a 5000 persone contemporaneamente; così come Houseparty, nata per la socialità a distanza, ma fino a questo momento, mai veramente decollata in popolarità.
Parallelamente, un’impennata enorme di utilizzo hanno anche i sistemi che permettono di trasmettere live o registrare dei video, primi fra tutti Facebook live, Instagram live e Youtube.
La necessità improvvisa ed impellente di socialità a distanza, trasforma l’utilizzo stesso dei mezzi di video connessione, estendendoli ad altri esperimenti di impiego:
- A tema musica (video-feste e video-rave, video-dj sets, concerti in streaming.
- A tema tv-show (con formati super semplici, spesso a budget zero, basati su scambio inviti tra personaggi dello spettacolo)
- A tema arte (virtual tour di mostre e musei, contenuti speciali, corsi, talks, studio visit, webinar)
Fa notare Alessandro Mininno, esperto di marketing e comunicazione digitale durante un’intervista per il festival di architettura di Torino “Bottom up!”, come ognuna di queste piattaforme trovi anche delle specificità di utilizzo e di carattere e come, in breve, la scelta stessa della piattaforma indichi immediatamente anche il tipo di incontro e la netiquette conseguente.
Si scoprono e riscoprono, così, le potenzialità di queste connessioni e anche i vantaggi, non sempre valorizzati al massimo, che il mezzo digitale offre.
Negli ambienti un po’ meno smart, dove ancora si stentava a prendere in considerazione la parte digitale come parte pienamente integrante delle proprie attività, ci si rende conto di come l’offerta in digitale possa moltiplicare ed aumentare l’intensità delle esperienze, non solo numericamente, ma se sfruttata appieno, anche qualitativamente.
Al livello basico della trasmissione in streaming, se ne apprezza il fatto che sia estremamente semplice, economica, accessibile e che allarghi immediatamente il pubblico di cui ci si rivolge e potenzialmente anche la base sociale di riferimento.
Si realizza come sia facile ed economico anche coinvolgere personaggi lontani, personaggi magari molto impegnati o personaggi celebri, il cui coinvolgimento di persona è spesso inaffrontabile per ragioni economiche e logistiche.
E’ innegabile quanto questo tipo di soluzione – dovendo organizzare delle conferenze o incontri con molti partecipanti – sia più sostenibile non solo dal punto di vista economico, ma anche ambientale. E’ un sistema anche molto inclusivo: permette a chi è collegato di far arrivare un proprio messaggio o commento con i sistemi di live chatting e, nel caso di eventi di grande portata, permette una fruizione quasi più efficace, grazie al fatto di poter offrire immagini in primo piano di chi parla o si esibisce.
A livello appena più professionale, il formato digitale di trasmissione, permette di aggiungere scritte, titoli, effetti, animazioni e ciò che succede dal vivo può essere integrato allo stesso tempo con foto, altri video, altri punti di ripresa.
Il ricorso al digitale non vuol dire naturalmente solo riprendere un evento per trasmetterlo in streaming, per quanto anche questa semplice operazione non fosse fino a marzo 2020 per nulla scontata e pochissimo praticata.
Banalmente, ci si rende conto che, oltre alla possibilità di trasmettere direttamente live, senza che quindi ci sia alcun evento in un luogo fisico, esistono altri formati come la web radio, i podcasts, le Web TV, o anche solo lo streaming on demand, che si può offrire avendo registrato degli eventi che si sono tenuti dal vivo.
La ricchezza e la flessibilità di questi sistemi, viene messa in luce anche nella immediata necessità di affrontare la didattica a distanza, con la chiusura di ogni istituto, dalle scuole primarie e fino al livello universitario: un grande ripensamento su come impostare la didattica negli anni a venire, sarà necessario, non solo per tenersi pronti a eventuali situazioni simili nel futuro, ma anche per agganciare finalmente il sistema educativo di tutti i livelli, alla contemporaneità.
Oltre al materiale prodotto in diretta, una quantità strabiliante di materiale d’archivio o materiale audio/video già esistente viene messo in rete, o in alcuni casi viene reso a fruizione gratuita o a costo minimo, materiale normalmente fruibile a pagamento: libri, film, musica, documentari, archivi interi di riviste, biblioteche e musei…
Il senso di pericolo e precarietà moltiplica la necessità di stare in contatto costante: tutti sono connessi e tutti sono smaniosi di connessione sempre maggiore; questo genera un fenomeno di over-exposure, per cui anche i personaggi normalmente più restii a comparire, sentono la necessità di esplorare questo tempo sospeso e di dare un segnale della propria presenza.
E’ questa dunque anche l’opportunità per alcuni artisti di sperimentare nuovi formati, misurandosi con il digitale, per restare in contatto con il proprio pubblico, raggiungibile improvvisamente solo attraverso lo schermo di un computer o di uno smartphone.
Vedremo che molti interessanti esperimenti si generano in rete, su Instagram e su siti internet nati al volo: tra account dedicati al tema Coronavirus e dintorni, o dedicati all’osservazione dell’evolversi delle abitudini delle persone in isolamento; grazie ai take over dell’account Instagram di qualche istituzione, da parte di artisti e personaggi invitati a contribuire ai contenuti, alle performance e ai progetti collaborativi a distanza, o alla realizzazione di progetti in piena autarchia, dovendosi limitare ad utilizzare mezzi propri nelle proprie abitazioni.
Intrattenimento a parte, moltissimi servizi vengono offerti tramite il digitale e di molti ci si deve dotare per lo svolgimento delle proprie attività quotidiane: imprenditori grandi e piccoli correranno a dotarsi di soluzioni ibride, implementando col digitale i propri sistemi di distribuzione e fornitura dei servizi, o metteranno a punto delle offerte speciali ad hoc.
In Italia il Ministero per l’Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione, in collaborazione con L’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) avvia una lodevole iniziativa, intitolata “Solidarietà Digitale”, inquadrando l’elenco dei servizi utili offerti gratuitamente o a prezzo scontato, suddivise nelle categorie: Connettività, E-learning, Informazione e svago, Smart Working, Supporto ai cittadini.
L’intento, si legge, è “ridurre l’impatto sociale ed economico del Coronavirus grazie a soluzioni e servizi innovativi”.
Iniziative simile nascono anche da privati; ne sia esempio il sito “Io resto a casa” che elenca tutte le risorse gratuite di intrattenimento divise per ambito di interesse.
* Yuval Noah Harari “The world after coronavirus”, Financial Times, 20 marzo 2020
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