I grandi temi e i grandi filoni di dibattito

“Il Coronavirus sta sfruttando canali di vulnerabilità che noi stessi abbiamo creatoQuesta pandemia è la quintessenza dell’epidemia di una società globalizzata. Globalizzazione significa distruzione dell’ambiente, il mito di una crescita economica infinita, un’enorme crescita demografica, grandi città e trasporti aerei rapidi; è tutto collegato”.

Frank M. Snowden *

Tra fine marzo e i primi di aprile, seppur a poco meno di un mese dall’inizio ufficiale della pandemia, gli effetti dei cambiamenti e dei dibattiti in atto, che invadono comprensibilmente ogni ambiente e ogni canale di comunicazione, iniziano ad avere espressione concreta.

A parte la necessità di informazione e le conseguenti interviste in numero incalcolabile a medici, biologi, virologi ed epidemiologi chiamati a cercare di spiegare le possibili origini e conseguenze fisiologiche del Covid-19, che vengono proposte 24 ore al giorno su radio, TV e sul web in ogni possibile versione e formato, ciò che marca i primi giorni di primavera è il ruolo che assumono, nel mondo della cultura, le discipline filosofiche e quelle creative.

Il senso di pericolo, di precarietà e la messa in dubbio della stessa sopravvivenza è tale, che per la prima volta le generazioni viventi si trovano a vivere l’urgenza e la necessità diffusa,  fortissima ed autentica di appigliarsi a queste discipline.

Per la prima volta da quando siamo vivi ci troviamo a doverci interrogare concretamente sullo stato e sul ruolo della nostra vita sulla Terra, sull’esistenza stessa dell’essere umano e sul rapporto uomo-natura. 

Filosofi, designer, artisti, creativi, percepiti spesso dalla società come figure aventi un ruolo di contorno, mai veramente accolto come strutturale nella definizione e nella costruzione del futuro del Pianeta e dell’essere umano, vedono il proprio ruolo ribaltato, diventando le figure cui ci si aggrappa per avere risposte concrete e segnali forti.

Così, nel mese di marzo, i grandi attori dell’editoria e della comunicazione coinvolgono freneticamente, premi Nobel, filosofi, poeti, artisti, stilisti, economisti, creativi e analisti politici per cercare di rispondere alla necessità di dare un senso a quanto sta accadendo e delineare delle proiezioni che possano incoraggiare, rassicurare e dare un senso al futuro, o anche solo un senso stesso di futuro, in un momento in cui si fatica a guardare oltre all’urgenza immediata e al presente: come si vivrà, quando l’emergenza sarà superata e si potrà circolare di nuovo?

Il tema della sostenibilità è al centro di ogni discussione, alla base di ogni visione e in qualche modo sotteso in ogni tipo di intervento; non solo in tema di produzione, ma anche di viaggi, ritmi, eccessi nel lusso, nel turismo, nello sfruttamento delle risorse ambientali, paesaggistiche, umane…

E’ interessante notare, però, come i grandi movimenti ambientalisti, anche quelli più clamorosamente noti e protagonisti negli ultimi anni di manifestazioni e enormi iniziative intorno ai temi ambientali, non vengono coinvolti veramente , o almeno non quanto ci si sarebbe aspettati. 

Forse, approfittando della presa di coscienza improvvisamente più diffusa e capillare sulla questione, decidono essi stessi di lasciare spazio a figure nuove che con voce autorevole fissino per sempre concetti che faticavano a far accettare universalmente. 

“Why is there a coronavirus crisis? It’s a colossal market failure. It goes right back to the essence of markets exacerbated by the savage neoliberal intensification of deep social-economic problems”.

Noam Chomsky

Di filosofi, politologi e sociologi vengono divulgati, già in marzo, articoli che in alcuni casi segneranno un’epoca. Fondamentali restano quelli di Bruno Latour “Immaginare gesti-barriera contro il ritorno alla produzione pre-crisi”, AOC e di Yuval Noah Harari “The world after Coronavirus”, Financial Times; in Italia, molto apprezzati anche gli articoli di Paolo Giordano “Quello che non voglio scordare, dopo il Coronavirus”e “Coronavirus, la «scatola nera» del dopo: il futuro prossimo non può restare un enigma”.

Srećko Horvat intervista per DiEM25 TV: “Noam Chomsky: Coronavirus – what is at stake?”

Si vanno a recuperare articoli in cui, a pochissimi mesi dall’esplosione del Covid-19, alcuni studiosi già intravedevano l’eventualità di un fatto epidemico come una delle possibili catastrofi da temere per il prossimo futuro: molto interessanti le interviste a Frank M. Snowden, storico delle epidemie all’università di Yale, sul New YorkerHow pandemics change history” e su il manifesto “Questa pandemia specchio di una globalizzazione letale”, l’intervista a Noam Chomsky da parte di Srećko Horvat on DiEM25 TV: “Noam Chomsky: Coronavirus – what is at stake?”, così come le mille interviste in cui viene coinvolto Emanuele Coccia, docente di filosofia all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi e autore del bestsellerLa vita delle piante” (2018)  e del volume “Métamorphoses” (2020), divenuto istantaneamente celebre [nonostante fosse uscito talmente a ridosso dell’inizio della pandemia, da non essere all’epoca ancora stato tradotto dal francese ndr] per le riflessioni contenute, sui virus come grandi forze di trasformazione nell’ambito del ciclo naturale; tra queste interviste spiccano quelle su Instagram live con gli artisti Formafantasma intervistati da Stefano Boeri per la serie Decamerone” della Triennale di Milano e quella di Emanuele Coccia intervistato dagli stessi Formafantasma per la Serpentine Gallery.

Su temi di filosofia della scienza si pubblicano, tra marzo e aprile, anche saggi lampo e libri pop-up, grazie alla possibilità data dal digitale di scaricarli immediatamente e gratuitamente in pdf o sugli e-book readers: impossibile non citare il saggio breve ancora di Emanuele Coccia “Rovesciare il monachesimo globale”, o i piccoli libri di grande successo della casa editrice Nottetempo, che tenendo fede agli intenti contenuti nel proprio stesso nome, pubblica ad inizio aprile 2020 il libro del giovane filosofo Leonardo Caffo, altro degli intervistatissimi su tutte le piattaforme di discussione, in Italia: “Dopo il Covid-19. Punti per una discussione”.

Christophe Gernigon, sistema per mangiare in sicurezza nei ristoranti, aprile 2020

Della stessa casa editrice esce sempre in modalità pop-up, il libro di Luca Molinari: “Le case che saremo”.

Quest’ultimo è emblematico di un altro dei grandi filoni di dibattito che si dirama in discorsi, progetti e anche interventi concreti: il tema degli spazi del vivere e delle modalità convivenza, sia nel pubblico che nel privato, che si espande anche a tutta la creatività scatenata per ideare nuovi oggetti e soluzioni di design, mirati soprattutto a garantire separazione, distanziamento e non contaminazione reciproca, nel vivere quotidiano. 

Le nuove esigenze che emergono, in termini di svolgimento di alcune attività del quotidiano e di configurazione e aspetto degli spazi abitativi e di convivenza, nonché la necessità di intervenire su questi anche a breve e brevissimo termine, genera un proliferare esplosivo di soluzioni che oscillano da quelle serie a quelle superflue, da quelle geniali e risolutive a quelle immediatamente obsolete, da quelle belle e impossibili a quelle semplici ed efficaci, da quelle messe immediatamente in produzione a quelle buffe o “fai da te” che contribuiscono anche ad alleggerire l’atmosfera generale, divenendo oggetto di meme e piccoli video virali.

Quel che è certo, è che si generano un entusiasmo ed un fermento di intensità inedita, intorno al mondo del design, della progettazione architettonica e d’interni, quando per la prima volta la creatività, l’inventiva e la progettazione architettonica rispondono ad un’esigenza diffusa, reale, massiva e pressante.

Un delfino davanti al Castello di Miramare a Trieste © Corriere della Sera

Infine, la narrativa dei due mesi che hanno bloccato il mondo, passa certamente anche attraverso i silenzi e le immagini spettacolari delle città deserte – nelle irripetibili e indimenticabili immagini scattate dai pochi fotografi che hanno il permesso professionale di circolare per le città deserte e quelle girate dai droni in volo solitario – e attraverso la rivalsa immediata della natura sul costruito, tra animali selvatici che invadono finalmente indisturbati gli agglomerati urbani e i fiori e le piantine che germogliano tra i ciottoli del selciato delle piazze italiane e nelle spaccature dell’asfalto.

Roma deserta ripresa da un drone © Il sole 24Ore

* storico delle epidemie all’università di Yale

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