
Foto: Elisabetta Rapetti
“We are incredibly capable to adapt to any kind of situation.No matter how bad it is, you adapt. You live your life as best you can.”
Velibor Bozovic *
Per tutti è difficile immaginare un mondo trasformato in così poco tempo ed è ancora più difficile rinunciare a piacevoli abitudini o opportunità cui la propria vita sociale o lavorativa ci aveva abituati.
La velocità con cui questa trasformazione sta accadendo, non è che l’espressione stessa del fenomeno che sta generando il problema, per certi versi, ma è anche la dimostrazione che c’è un margine per l’inversione di rotta.
Sulla velocità si gioca in definitiva questa partita: velocità di adattamento, velocità di reazione, velocità nell’immaginare e prevedere cosa cambierà nel prossimo futuro e cosa ci servirà che cambi di conseguenza.
Chi ha agito con prontezza, cercando di rispondere (a dei nuovi bisogni) e non solo di reagire, cavalcando l’onda che tutto ha travolto e abbracciando le dinamiche di quest’onda, ha generato – a volte imposto – una visione nuova che ha generato nuovi format, che hanno determinato a loro volta, nuovi standard e nuove consuetudini.
Gli elementi di cui questi nuovi standard si compongono, però, non sono nuovi, sono solo più numerosi: è aumentata la complessità, sono cambiate alcune priorità e in alcuni casi è cambiata l’attribuzione di valore ad alcune pratiche e condizioni; ma i mezzi con cui costruire questa complessità erano già noti: forse non erano familiari a tutti, forse non erano sfruttati al massimo, forse erano sfruttati male, forse troppo.
Ecco prendere forma, dunque, il Multiple Normal, che citavamo in apertura, costituito di elementi che conosciamo e che dovremo ripensare, sviluppare, ricombinare e mettere in nuova relazione. Assumere una normalità rimodulata, ma non del tutto nuova, ci può rassicurare e ci può far muovere in modo più consapevole, a patto che si ammetta, da parte di tutti, la necessità di ripensare all’intero sistema.
Ogni industria – nell’accezione più ampia possibile del termine – è ora obbligata a riesaminare il proprio scopo e individuare le migliori pratiche e le persone che mandano avanti le industrie hanno improvvisamente l’opportunità eccezionale di potersi ribellare a certi meccanismi esasperati di produzione furente, di creatività a comando e la possibilità di esprimere dubbi e critiche in merito alle pratiche volte unicamente a generare profitto massimo, senza il rischio di essere per questo estromessi dai grandi sistemi culturali che perpetuavano questi ritmi e questi meccanismi.
Sempre maggiormente sarà necessario integrare pratiche diverse e valori che fino a pochi anni fa sembravano antitetici, per far prevalere delle pratiche che garantiscano una vita più sicura e più pacifica sia nella convivenza tra gli esseri umani, sia nel rapporto tra l’uomo e gli altri esseri che popolano e costituiscono il pianeta terra.
Moda e sostenibilità, collaborazione e distanza, fisicità e rappresentazione, tradizione e innovazione dovranno convivere e si troveranno nuovi modi perché questo avvenga armoniosamente e in una modalità che noi tutti possiamo sentire autentica.
L’utilizzo del mezzo digitale gioca ora e sempre maggiormente giocherà una grande parte in questo processo e sebbene questo elemento incontri ancora delle resistenze, soprattutto tra le generazioni cresciute senza un tale supporto che hanno comprensibilmente più remore in proposito, non è il digitale in sé ad essere maligno, o insoddisfacente, bensì l’uso che se ne fa e la modalità con cui viene programmato.
Proprio intorno alla questione di come viene utilizzato il digitale e quanto e come si insinuerà nelle nostre vite e – tema ancora più complicato – come sapremo valutarne i vantaggi e gli svantaggi derivanti, o quali valori decideremo di attribuire a certe valutazioni, si gioca una delle più grandi partite del futuro dell’essere umano.
Sarà fondamentale capire che direzione prendere e anche quanto vogliamo dipendere da certi fattori, perché nuovi diritti e nuovi minimi vitali derivano da queste scelte: il diritto alla connessione, per esempio, che è già un tema dibattuto, o la necessità di una certa autarchia territoriale, sostenuta nelle teorie che vedono la globalizzazione come pericolosa anche in termini della dipendenza dalla mobilità senza limiti.
In questo processo, il mondo della cultura ha un ruolo fondamentale.
Nell’immediato, certamente, con la fruizione delle diverse arti che possono intrattenere, lenire, dare una speranza, dare una motivazione, qualche opportunità di svago e il desiderio di guardare avanti o aspettare con trepidazione qualche evento. Ricorda Jerry Saltz, che è proprio quando l’essere è sotto pressione, o costretto in piccoli spazi, o raccolto in ambienti intimi che si genera la ‘tempesta perfetta’ dove prospera la creatività: “l’arte più famosa, nel corso della storia, è stata realizzata proprio in queste condizioni”.
Più a lungo termine, anche il sistema di pensiero umanistico e filosofico si stanno rivelando determinanti per accompagnare il processo di analisi della condizione presente e futura e il processo di grandi scelte sulla condizione di vita che vogliamo abbracciare e costruire, per l’umanità e per noi stessi.
Chiudiamo con due considerazioni germogliate in molti di noi e magnificamente espresse da Joseph Grima durante un’intervista condotta dal Circolo del Design di Torino, sui segni che la pandemia lascerà nella nostra società:
“ […] Dobbiamo fare di meno e strutturarci in maniera tale che la nostra qualità della vita sia il frutto di momenti di condivisione e non di consumo, perché attualmente viviamo sotto l’effetto dello steroide permanente del consumo sfrenato e l’arrivo del Covid-19 paradossalmente ci ha costretto a guardare in faccia una possibile realtà alternativa. […]
Credo che potremmo istituire il momento stand-by, quello che potremmo chiamare ‘festìna lente’, il motto di Cosimo de’ Medici, che vuol dire “affrettarsi lentamente”. Questo [del lockdown, ndr ] è un periodo di un lento affrettarsi che potremmo ripetere ogni anno, oppure ogni cinque o dieci anni in cui, un po’ come nei giorni delle targhe alterne: tutti devono inderogabilmente stare a casa. Forse anche senza particolari divieti, ma un momento in cui spontaneamente, ai fini di controbilanciare i nostri impulsi di sovraconsumo collettivo, ci rinchiudiamo e trascorriamo un periodo di grande valore, abbandonando gli spostamenti e la frenesia generale”.
E dovremo restare elastici, aggiungiamo noi e pronti ad abbracciare un altro cambiamento, se verrà e un altro ancora, perché, ci mette in guardia Cino Zucchi, non ci è dato sapere quale potrebbe essere il prossimo dramma planetario: “e se il prossimo cigno nero fosse la caduta irreparabile del World Wide Web?”.
Morgen ist die Frage. **
** [Domani, è la questione. ndt] Ispirato al lavoro di Rikrit Tiravanija, untitled (morgen ist die frage), 2020. Installazione site-specific per la mostra “Studio Berlin”, settembre 2020
* Velibor Bozovic, Professor at Concordia University, Montreal; supersite dell’assedio di Sarajevo del 1992/’96
Oppure continua a esplorare questo tema cliccando sulle etichette rosse