
“Oggi che siamo ancora lontani, il mio amore per la moda scalpita. La nostra specie in fondo è questo: ama a più non posso nel pieno del mancare”.
Alessandro Michele *
Chi sembra aver abbracciato con coraggio e voler mettere a patrimonio nel migliore dei modi, la rivoluzione che si è in qualche modo imposta nel settore della moda, è il fashion designer Alessandro Michele, direttore artistico di Gucci dal 2015.
Michele è noto per aver liberato la propria creatività, senza remore, andando oltre le convenzioni del sistema moda e vincendo anche grazie a questo il premio Fashion Designer of the Year nel 2017, quando fu definito anche l’uomo italiano più influente nel mondo.
Così, sull’onda della ribellione gentile che abbiamo visto scatenarsi nella moda a partire da marzo 2020, Alessandro Michele avvia una serie di azioni di comunicazione, per la maggior parte via Social Media, che avranno un enorme impatto mediatico e segneranno da una parte l’aprirsi di alcuni nuovi trend nel campo della comunicazione nel settore moda, dall’altra il consolidarsi della consapevolezza che se il mezzo digitale è quello che sempre maggiormente farà girare il mondo, ha senso modificare le proprie prospettive di pratica creativa per adattarle ed ottimizzarle a favore del mezzo digitale, piuttosto che provare a conficcare a forza le proprie consuetudini nel mezzo stesso.



Dall’account Instagram di Gucci, maggio 2020
Dopo aver pubblicato sul sito e sull’account Instagram ufficiale della maison una sorta di diario aperto che intitola “Appunti dal silenzio” – in cui racconta le proprie riflessioni scatenate dall’isolamento e della immobilità dei giorni del lockdown – in maggio Alessandro Michele sceglie lo stesso mezzo per annunciare di non voler mai più seguire il calendario scadenzato delle Fashion Weeks che prevede 5 sfilate l’anno, ma di volersi limitare a due presentazioni all’anno che si terranno in due periodi che la maison riterrà consona.


Dal Look Book della sfilata “Epilogue” ©Gucci
Instagram sarà di nuovo il luogo in cui sarà lanciata la sua sfilata del 17 luglio – durante la Digital Fashion Week – intitolata “Epilogue” (e avente sottotitolo: “Una chiusura che apre a un nuovo inizio”), tramite una serie di Stories, con carattere di incursione “dietro le quinte” della realizzazione di una campagna pubblicitaria, ambientate nel cinquecentesco Palazzo Sacchetti a Roma, che Alessandro Michele ha scelto come sede della anomala sfilata.
Le stories introducono una diretta web multimediale (tra interviste registrate, immagini fisse, riprese, ecc) dall’estetica low-fi-tech, della durata di 12 ore (dalle ore 8 del mattino, con highlight alle ore 14.00), in cui gli abiti sono indossati e presentati dal personale impiegato nell’ufficio stile di Gucci, mentre anche il lookbook, si trasforma in una serie di post aventi lo l’aspetto di uno storyboard di servizio.
La sfilata viene annunciata come terzo ed ultimo atto di una trilogia di esperimenti volti a destrutturare e scardinare le consuetudini del mondo delle sfilate.
I primi due capitoli, cui Alessandro Michele si riferisce, riguardano innanzitutto la sfilata per l’Autunno/Inverno 2020/21, nel febbraio 2019, quando il pubblico invitato venne fatto entrare in sala passando per il backstage, dalla sala trucco e parrucco, per poi trovarsi ad assistere alla vestizione dei modelli direttamente in passerella, su una giostra (metafora del circo che si può considerare la realizzazione di una sfilata).
“Abbiamo rovesciato il budello e abbiamo tirato fuori le interiora della moda. E’ un esperimento, quindi io non assicuro niente a nessuno; non so che succederà”
In seguito, la campagna pubblicitaria per la stagione Autunno/Inverno 2020/21 intitolata “The Ritual” che vede i modelli preferiti di Gucci ritratti nella quotidianità: fotografati nell’intimità delle proprie case o nei posti che maggiormente li rappresentano, e ripresi mentre si esibiscono in un ballo scanzonato.
Sul sito di Gucci, la campagna viene descritta così: “Minuzioso esperimento di neorealismo magico dall’esito aperto, la nuova campagna di Alessandro Michele “The Ritual” ha lasciato i modelli liberi di muoversi senza copione.
Segue a questi exploit, un altro esperimento con tratti di novità, del settembre 2020: il lancio di una campagna su TikTok, intitolata #GucciModelChallenge, che ha raggiunto, e forse ormai superato, 8 milioni di visualizzazioni: i video caricati dai teenagers di tutto il mondo, rappresentano la costruzione del perfetto look modello-Gucci, in base alla descrizione che ne fa la star della serie Netflix “Chilling Adventures of Sabrina”, Lachlan Watson, in un file audio che è ripreso dai ragazzi come audio di tutti i video creati.
Alessandro Michele sembra quasi aver messo in secondo piano temporaneamente ciò che rappresenta il core-business dell’azienda, cioè il disegno e la produzione degli abiti – per privilegiare il rapporto con il pubblico e la fidelizzazione all’azienda stessa: aprendo le porte – ogni porta – dell’azienda e permettendo a tutti di guardare dentro; mettendo a nudo meccanismi e piccoli trucchi e segreti del mestiere, mettendo in luce chi lavora dentro e dietro questa grande macchina e dimostrando anche l’enorme lavoro e la grande fatica che comportano; prendendosi infine il tempo per giocare con i mezzi espressivi contemporanei, imparando dalle regole e dall’immaginario dei mezzi espressivi stessi.
Questo costrutto, che sembra solo un trucco per richiamare attenzione – e certamente lo è – è però anche l’espressione di una intuizione molto più profonda: il bisogno che si legge nell’umore generale del mondo, ancora invischiato malamente nella pandemia, con tutte le preoccupazioni e le difficoltà che questo comporta, di tuffarsi a piene mani nella realtà, aggrappandosi alla verità delle cose più basiche, più semplici e più autentiche, piuttosto che all’evasione effimera.
Non sarà infatti Alessandro Michele l’unico a volgere lo sguardo verso i laboratori dell’azienda e verso le persone che davvero creano, con il proprio lavoro, ciò che l’azienda vende.
Dior metterà in scena il dietro l e quinte e così anche Maison Margiela e molti altre case di moda.
Vanity Fair Italia, in luglio, dedica il numero ai lavoratori che si muovono dietro le quinte del sistema moda – modellisti, addetti alle vendite, artigiani, addetti alle vendite – mettendo in copertina un gruppo di addetti vendita della Rinascente di Milano.

Il calore che questo approccio trasmette, rispetto a quello di cercare nel digitale effetti speciali ultra-spettacolari per i primi esperimenti di sfilate in digitale, a partire da giugno-luglio 2020, è apprezzato e celebrato da un articolo della caporedattrice Moda del New York Times, Vanessa Friedman, intitolato “Digital Dior. Remote Chanel. What’s Couture With No Runway?”.
Scrive la Friedman: “Il fatto stesso di] Osare, di fronte al lockdown che separava i designer dai loro atelier, creare una qualsiasi forma di collezione per il consumo del pubblico è una sorta di trionfo: un’aria di ottimismo nel vuoto, una testimonianza di fantasia e ingegno. I video che hanno rivelato proprio questo – portando lo spettatore all’interno del processo di creazione – erano quelli che accennavano alla vera magia della couture. Ironia della sorte, sono i documentari che possono effettivamente trasmettere al meglio il “sogno” che è l’alta moda: il lavoro manuale e l’umanità intrecciati nelle sue cuciture”.
Il tempo ci dirà, ma è probabile, effettivamente, che questa operazione rispondente per certi versi al comando di: “indietro tutta!”, che porta a mettersi a nudo tentando di far emergere la parte più realmente umana, più affondata nella realtà e più alla pari con le persone comuni, si rivelerà più innovativa e maggiormente fissata nell’immaginario legato a questo periodo storico, di quanto non lo risulterà quella della ricerca dello stupore, del glamour e della spensieratezza nonostante tutto, di chi ha scelto la via della spettacolarità.
* Direttore artistico di Gucci dal 2015
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