Piccolo osservatorio sul dopo-lockdown

La nuova disposizione della sala del Berliner Ensemble © Moritz Haase

It was the first winter that you realized that this is going to last, this is your life,” Velibor Bozovic recalls of the 1990s siege of Sarajevo, which brought life to a halt in that Bosnian city. “And somehow you live

Max Fisher *

Terminato il periodo di lockdown vero e proprio, ai primi di giugno, timidamente il mondo inizia a riaprire.
Corredato da misure di sicurezza che riguardano soprattutto l’uso delle mascherine nei luoghi pubblici, in particolare al chiuso, una compresenza limitata di persone in uno stesso ambiente e l’applicazione del cosiddetto ‘distanziamento sociale’, che forse avremmo potuto definire ‘socialità a distanza’, per essere più corretti e amichevoli, ma che invece porta con sé, intrinsecamente, un ombra di negatività legata ai rapporti interpersonali, probabilmente voluta, il cui messaggio, non è più: “state a casa”, ma è ora: “disperdetevi il più possibile”, o meglio ancora, “preferibile che non partecipiate”.

Ove possibile, viene mantenuto il protocollo di lavoro agile da casa, per limitare affollamenti negli uffici e sui mezzi pubblici.
Oltre a influenzare ancora molto il mondo del lavoro, queste misure toccano grandemente e soprattutto, tutto il sistema degli eventi culturali.
Le chiavi per affrontare le situazioni di socialità, quando non si decide di proseguire totalmente in remoto, sono: utilizzare il più possibile gli spazi all’aperto, tenere le persone il più possibile sedute, in modo da poter gestire al meglio i flussi e i distanziamenti e offrire un’alternativa digitale che accompagni o raddoppi l’evento in presenza, per permettere a chi non può o non vuole spostarsi o presenziare, di non essere totalmente escluso dallo svolgimento di un evento.

Sta nascendo, in concreto, la nuova modalità per svolgere le manifestazioni culturali di piccolo medio o grande formato.

Ci sono infatti, sostanzialmente tre vie, per affrontare la progettazione di un evento o la sua ridefinizione, date le nuove condizioni ambientali: svolgere l’evento in versione mignon – per un numero limitatissimo di persone, in spazi aperti o molto ampi; svolgere l’evento esclusivamente in digitale e fruibile solo a distanza; oppure immaginare una formula che preveda lo svolgimento dell’evento dal vivo e la frequentazione sia in presenza fisica, sia la fruizione in digitale: i cosiddetti eventi ibridi.

Rispetto agli eventi che vengono progettati o trasformati da fisici a eventi completamente in digitale sono già state fatte alcune osservazioni, soprattutto in merito al fatto di quanto risulti determinante saper sfruttare il mezzo digitale andandone a valorizzare le caratteristiche intrinseche, e cercando quindi di traslare il sistema di pensiero rispetto alla concezione dell’evento, in termini di narrativa e di output, andando a moltiplicare le offerte di contenuti, oltre ai sistemi di fruizione.
Un esempio efficace che abbiamo già esaminato sono le “Online Viewing Rooms” messe a punto dalla fiera d’arte Art Basel; altri esempi arriveranno dal settore moda.

L’altra modalità introdotta, di evento integrato sia fisico che in digitale, come accennato, viene definita ibrida e da qui: eventi ibridi [recentemente, si sta affermando il neologismo phygital – unione di physical e digital – che scegliamo, però, di non utilizzare].
Nati già prima della crisi generata dalla pandemia, gli eventi ibridi erano tendenzialmente limitati quasi esclusivamente a conferenze, congressi, seminari e comunque eventi di parola ambientati sul palco di una sala che potesse ospitare anche del pubblico e includesse pubblico e speaker anche da remoto.
E’ importante però chiarire che quando si definisce un evento come ibrido, non si parla unicamente di riprendere e trasmettere in streaming ciò che avviene in un luogo fisico, ma come minimo, di permettere ai due pubblici diversi – uno presente fisicamente e uno collegato in remoto – di avere (quasi) la stessa esperienza; il che implica la possibilità che ci sia interazione anche in digitale, sia con i protagonisti dell’evento, sia tra partecipanti.

Esempio di conferenza in formato di evento ibrido

Data l’emergenza, nella primavera 2020 iniziano gli esperimenti anche di eventi ibridi di altra natura, per esempio musicali. Inizialmente, la parte live è limitata esclusivamente all’esibizione, poiché il pubblico è bloccato a casa in lockdown e partecipa unicamente in remoto, successivamente, vedremo che gli esperimenti diventeranno un po’ più autenticamente ibridi.

Aprire possibilità multiple, comunque, significa aprirsi a pubblici multipli, allargando potenzialmente la base di interesse e andando anche incontro a diverse disponibilità logistiche ed economiche. Inoltre, così come per gli eventi che vengono trasformati totalmente in digitale, negli eventi ibridi è possibile prevedere dei contenuti speciali, coinvolgere persone – anche tra i protagonisti – che diversamente non sarebbe stato possibile ospitare, o svolgere parte degli eventi in luoghi inaccessibili al pubblico o molto remoti.
Di questo possono andare a beneficiare dunque tutti i pubblici, non solo quelli collegati in remoto.

Una piccola conseguenza ulteriore e forse inaspettata – che si produce immediatamente e che sarà interessante osservare se diventerà una prassi, o se rimarrà come accadimento sporadico – è l’offerta di partecipare a degli eventi che, se fruiti in presenza, oltre ad avere un numero limitato di posti hanno anche un costo, mentre se fruiti in remoto sono a capienza quasi illimitata e gratuiti.
E’ un piccolo segnale, ma è un grande campanello d’allarme rispetto a uno scenario che potrebbe imporsi, basato su un sistema di valori avente nuovi parametri di valutazione: partecipare dal vivo è un lusso, mentre partecipare in remoto è economicamente vantaggioso, oltre che esserlo dal punto di vista logistico.

Manipolando questo concetto si può arrivare a far sì che le due situazioni – parte dell’evento fisico e parte dell’evento in digitale – vengano volutamente destinate a due pubblici diversi.
Questo scenario è stato ipotizzato anche da Luca Morena – co-fondatore dell’agenzia Nextatlas, specializzata nello studio, previsione e analisi dei trends – che, intervenendo al festival di architettura “Bottom Up!” parla di possibile “riconfigurazione del lusso come contatto”: tutto ciò che sarà massificato o automatizzato sarà progressivamente considerato sempre più di basso livello e destinato alle masse, mentre tutto ciò che prevede la presenza, il contatto o l’intervento o l’interazione umana sarà considerato un lusso.
L’elemento ibrido, che può sembrare quindi unicamente un’integrazione di un evento dal vivo per ragioni di emergenza o di nuova concezione, potrebbe diventare invece anche una partizione tra piccoli eventi privati per i migliori clienti, per esempio, o per la stampa e per gli influencer, da una parte e eventi digitali e virtuali per il grande pubblico.

D’altra parte, una volta abituati a poter fruire di un evento almeno parzialmente in remoto, sia il grande pubblico, sia gli ospiti selezionati che per ragioni diverse siano impossibilitati a viaggiare, potrebbero non accogliere volentieri il fatto di essere in futuro privati della possibilità di partecipare almeno in parte a un evento.
L’evento nato o diventato ibrido in emergenza, insomma, potrebbe anche diventarlo in modo permanente per non deludere una parte del pubblico potenziale, per accrescere la base di riferimento anche in futuro, o come abbiamo visto per esempio nel caso del festival cinematografico in digitale “We Are One”, per aprire nuove possibilità di integrazione e trattamento dei contenuti, di cui i protagonisti stessi del festival potrebbero voler beneficiare.

In questo senso, si comincia a verificare l’ipotesi che la quotidianità vada virando verso quello che in apertura definivamo un Multiple Normal.

Andiamo da qui ad osservare, dunque alcune formule – tra quelle interessanti, innovative o inattese, che abbiamo incontrato – che vengono adottate da diverse istituzioni, da alcuni artisti, o produttori, al momento di determinare il nuovo corso delle proprie manifestazioni e dei propri progetti, o al momento di volerne ideare di nuovi e quali siano le caratteristiche peculiari di alcune di queste formule, di cui tenere conto, o su cui ragionare perché la normalità sia non solo nuova, ma anche coinvolgente.

* dall’articolo “What Will Our New Normal Feel Like?”, New York Times, 21 aprile 2020

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