
Siamo stati anche un po’ degli spericolati: in pochi giorni abbiamo trasformato il MAXXI in un broadcaster, cioè ci siamo trasformati in produttori di contenuti fatti per il lockdown”
Giovanna Melandri *
Con la chiusura dei luoghi di esposizione che viene decretata a cascata, in tutto il mondo, a partire dalle fiere e dai grandi musei, per poi toccare mostre, luoghi di esposizioni minori e gallerie, il mondo dell’arte riceve, come tutti i settori culturali, un duro colpo iniziale.
Non è facile, né immediato immaginare luoghi pensati per l’esposizione al pubblico, privati del pubblico stesso e men che meno lo è, come immaginare di proseguire la propria attività rendendo comunque un servizio alla comunità ed ai propri utenti.
Nel caso di questo settore, però, si può dire che l’arresto forzato delle normali attività si sia davvero trasformato nell’opportunità di fare uno scatto di innovazione e di ripensare in modo integrato, tra analogico e digitale, il proprio approccio con il pubblico; processo che in molti casi si era a lungo rimandato o non considerato, da parte delle grosse istituzioni d’arte, nonostante i tempi fossero già assolutamente maturi e, anzi, ce ne fosse veramente la stringente necessità.

Questo non vale per tutti naturalmente: alcune istituzioni, come la Tate Modern a Londra, o il MOMA a New York, già da anni offrivano un ampio panorama di attività, tramite il proprio sito internet e i propri account sui Social Media, andando volutamente ad integrare ed amplificare le attività che si svolgono nella sede del museo e offrendo contenuti speciali che trovano sbocco naturale sul digitale: lezioni, per esempio, interviste ai curatori del museo ed agli artisti, studio visits, documentari e “dietro le quinte” (il MOMA vanta incredibili numeri di digital reach che sfiorano i 30 milioni di utenti singoli e ha un portale dedicato dove è possibile seguire interi cicli di lezioni su moltissimi argomenti diversi).
Istituzioni come queste costituiscono un modello virtuoso e si intuisce come certamente spingeranno ancora oltre, negli anni a venire, su questo aspetto che non può più essere considerato accessorio, ma bensì parte integrante dell’attività di un’istituzione culturale importante.

Scattata l’emergenza, dunque molti grandi musei e centri di esposizione hanno colto l’occasione e deciso di sfruttare il mezzo digitale per mantenere un canale aperto con l’esterno, complice il fattore emergenza stesso, che giustificava la semplicità dei mezzi di produzione impiegati, da una parte e forniva la dose necessaria di adrenalina per abbattere un po’ barriere di insicurezza e generare una disponibilità maggiore sia da parte del pubblico, sia da parte degli attori che si intendeva coinvolgere.
A parte offrire la possibilità di visitare le proprie collezioni tramite tour virtuali delle sale e tramite l’archivio di immagini digitali ad altissima risoluzione – spesso già disponibili grazie anche agli accordi stretti in precedenza da moltissimi musei con Google Art Project o ai propri sistemi di navigazione virtuale (com’è per esempio il caso dello Smithsonian National Museum of Natural History) si avviano iniziative più o meno semplici – sia concettualmente, sia tecnicamente – per offrire intrattenimento, informazione e affermare la propria presenza attiva.

Ciò ha portato due grandi effetti di rivelazione, entrambi importanti, seppure in qualche modo antitetici.
Da una parte si è evidenziato come anche nella gestione quotidiana sia possibile ed auspicabile cercare un contatto più diretto ed immediato con gli utenti e soprattutto come sia possibile e non trascurabile il fatto di rivolgersi anche a coloro che non possono partecipare in presenza agli eventi in programma e di conseguenza, come si possa, con il mezzo digitale, allargare il proprio pubblico di riferimento e andare a costruire il pubblico del futuro.
Le interviste, le lezioni, le studio visits, per esempio, possono realizzarsi anche live e non solo in forma di prodotti registrati e non necessariamente in trasmissione dalla sede del museo, bensì in collegamento – se necessario o se auspicabile – da luoghi diversi; il tutto, senza bisogno di aver necessariamente prodotto lussuosi prodotti audiovisivi.
Dall’altra parte, iniziando a pensare alle possibilità estese che il digitale offre, non si può non riconoscere che, in prospettiva, quando verrà a mancare l’aura protettiva dell’effetto emergenza, la vera differenza potrà essere determinata dal fatto di avere in squadra persone formate per utilizzare il digitale al meglio, sia dal punto di vista tecnico, sia dal punto di vista concettuale.

Come nel caso degli interventi musicali e di spettacolo, comunque, le istituzioni museali e legate all’arte avviano in marzo attività di ogni tipo, per restare in contatto con i propri utenti, nonostante la situazione di immobilità: dalle programmazioni di interviste in diretta, in alcuni casi addirittura quotidiane, soprattutto tramite Instagram live e Youtube – così la Triennale di Milano, con la serie intitolata “Decamerone”, o il MAXXI di Roma, con la serie intitolata “Liberi di uscire col pensiero”; alle programmazioni di studio visits – così la Serpentine Gallery di Londra, dall’apertura al pubblico degli archivi digitali, tramite i web, al lancio di canali web-radio, come al GAMeC di Bergamo e poi programmazioni di lezioni o di workshops, webinars, o insights nel dietro le quinte…
Un’interessante mappatura di queste attività, suddivisa per tipologie di intervento, è stata avviata da Chiara Zuanni, Assistant Professor di Digital Humanities presso il Center for Information Modeling dell’Università di Graz, sul portale digitalmuseums.at.
Ci sono poi, naturalmente anche episodi di originalità e di iniziative singole, da parte di istituzioni del mondo dell’arte, che hanno piacevolmente stupito e coinvolto il pubblico di riferimento di diverse istituzioni e sicuramente attratto nuove fette di pubblico, che si è affacciato – a volte per restare a volte anche solo temporaneamente – scoprendosi più curioso e più interessato a certi temi di quanto non lo fosse mai stato in precedenza.
Ne siano esempio la sfida lanciata dal Getty Museum di Los Angeles, sui propri Social Media (#GettyChallenge), a riprodurre le opere del museo con oggetti e travestimenti casalinghi (divenuta virale in tre giorni ed immediatamente trasformata dal museo in una mostra online – che pare non voler più terminare, essendo ormai diventata un nuovo classico – e recentemente in un libro), o l’idea del MOMA di aprire i propri archivi editoriali per la vendita online nel web store del museo, di monografie della rara collezione.


Interessanti anche l’idea di OGR a Torino, che lancia sul proprio canale Youtube un piccolo corso dal titolo “Come nasce una mostra”, tenute dallo stesso direttore artistico Nicola Ricciardi, o quella del Tank Museum, di Bovington, in Inghilterra, che ha prodotto la serie “Tank Workshop Diaries”: un video-diario delle operazioni quotidiane di manutenzione, condotte nel laboratorio-officina del museo, degli esemplari di tank conservati nella collezione.
In prospettiva potremmo dire che sarà saggio, da parte dei musei, trovare un equilibrio e un’offerta multipla che includa il più possibile tutte queste e altre possibilità che i mezzi digitali offrono e che andranno sempre più raffinandosi ed implementandosi negli anni a venire.
Nel caso delle gallerie d’arte e delle fiere, infine, il tema si complica ulteriormente, implicando anche le difficoltà a vendere opere d’arte anche molto costose, senza dare ai collezionisti la possibilità di incontrare di persona i galleristi e gli artisti e di poter vedere e vivere le opere dal vivo.
Esattamente nel momento in cui il mondo si è trovato in lockdown, era prevista, per esempio, la fiera Art Basel ad Hong Kong e poco dopo l’edizione principale, a Basilea.

Questo ha obbligato l’ente organizzatore della fiera d’arte più importante del mondo, in marzo, ad implementare la propria già avanzata piattaforma digitale, perché la fiera di Hong Kong si potesse svolgere in digitale.
Questa esperienza, che tra il primo esperimento e il secondo, lanciato in giugno per l’edizione di Basilea, ha registrato un grande successo di pubblico e, inaspettatamente, anche di vendite, ha creato un precedente da cui probabilmente non si tornerà più indietro.
Non parleremo invece qui in dettaglio, delle iniziative degli artisti singoli, durante il periodo di lockdown, semplicemente perché si tratta di un panorama complesso e molto ramificato di cui sarebbe difficile dar conto in modo esaustivo, ma descriveremo alcuni episodi tra quelli incontrati durante l’esplorazione, come esemplificativi di alcune delle iniziative di tipo artistico, più divertenti e leggere che sono state generate dall’emergenza virus e sul tema stesso dell’emergenza virus e hanno contribuito ad intrattenere e divertire il grande pubblico.
* intervista su Instagram live a cura di Stefano Boeri, per il “Decamerone” de La Triennale di Milano
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