Introduzione

Times Square durante il lockdown, marzo 2020 © Getty Images

Apri gli occhi”  *

A dispetto delle proiezioni catastrofiche futuribili di questi ultimi anni, che immaginavano il nostro pianeta crollare travolto da disastri legati a mutamenti climatici estremi, o da guerre generate da movimenti politici o da disastri economici, l’umanità è stata messa in ginocchio improvvisamente e molto prima del previsto, da un virus che nel giro di un centinaio di giorni ha saputo bloccarla quasi simultaneamente e nella quasi totalità.

Nella definizione ufficiale del WHO: “Un nuovo virus che si diffonde in tutto il mondo e contro il quale la maggioranza degli uomini non ha difese immunitarie”, il COVID-19 è stato dichiarato ufficialmente una pandemia dal direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Salute, Tedros Adhanom Ghebreyesus, durante la conferenza stampa dell’11 marzo.

Non si tratta della prima pandemia che la Terra affronta, ma è la prima volta che la diffusione di un virus è così rapida e incontrollata e la prima volta da quando gli uomini hanno perso il senso di arrendevolezza e di fatalità che rendeva in passato tragicamente accettato, il veder morire per un simile fenomeno, migliaia di persone quotidianamente.

Poiché questo non è più accettabile, appunto, nel mondo contemporaneo e nel tentativo di frenare meccanicamente il virus, in attesa che sia trovata una cura, in un accordo comune a quasi tutti i Paesi, gli esseri umani bloccano quasi ogni attività produttiva; si bloccano le proteste di piazza che in alcune società si levavano potentissime all’inizio del 2020 e persino le guerre.

Immagini prodotte fino a questo momento solo nei film distopici o post-apocalittici sono diventate realtà (famosa la ripresa di una New York deserta, nel film “Vanilla Sky” di Cameron Crowe, girato con mezzi Hollywoodiani nel 2001, che a riguardarlo ora, sembra girato per strada senza mezzi di produzione, nell’aprile 2020) e per la prima volta nella storia dell’umanità: le strade sono deserte, i mezzi di trasporto sono paralizzati e un silenzio irreale pervade la maggior parte dei centri abitati. Miliardi di persone si sono simultaneamente separate e rinchiuse nel tentativo di isolare il virus ed arrestarne la diffusione.

Questa frenata improvvisa, com’era immaginabile, pur contribuendo effettivamente a ridurre l’impatto mortale del virus, ha avuto effetti collaterali di enorme portata.

Al di là delle evidenti ripercussioni economiche che hanno gettato nuovamente il pianeta in una crisi probabilmente ancora maggiore dell’ultima da cui ancora stentava a risollevarsi, questa inedita immobilità ha amplificato, nel silenzio, ogni fenomeno fisico e psicologico e ha messo in luce come alcuni aspetti chiave dei nostri modi di vita – che si riflettono in vario modo su tutti gli ambiti del vivere – non siano sostenibili a medio e lungo termine e come d’altra parte non siano forse veramente o totalmente irrinunciabili ed inevitabili, come finora considerato.  

Se la non sostenibilità di molti di questi – un numero impressionante di aerei e mezzi di trasporto in movimento, coltivazioni ed allevamenti intensivi in numero esasperato, inquinamento e over-produzione di qualsiasi merce, turismo invasivo di massa – era già ampiamente in discussione e negli ultimi anni in modo sempre più pressante, l’ipotesi ormai più accreditata della genesi del virus – quella della zoonosi, ossia dell’origine animale del virus, trasmesso all’uomo mediante un passaggio di specie dovuto alle esasperazioni nello sfruttamento delle risorse del pianeta – ha dimostrato in modo clamoroso e improvvisamente non più negabile, come questi fenomeni siano strettissimamente correlati e come invertire la rotta rispetto allo sfruttamento senza remore del pianeta, sia l’unica opzione percorribile.

L’analisi epidemiologica della diffusione del virus, ha anche dimostrato altri due importantissimi principi: come il concetto esteso di distanza, che negli ultimi anni ci si affannava a cercare di annullare in tutti gli ambiti dello sviluppo e dell’innovazione, non sia da intendersi con accezione unicamente negativa e come un accordo comune e universale su quelli che devono tornare ad essere i principi fondanti della convivenza uomo-natura sul pianeta Terra, sia irrinunciabile.

Si è fatta luce, insomma, sulla possibilità e necessità di cambiare prospettiva e di modificare e integrare le modalità di azione, di progettazione e di ricerca verso il progresso, in tutti gli ambiti, anche quello culturale di cui qui ci occuperemo.

Sostanzialmente, questo smottamento arriva ad accelerare improvvisamente l’evoluzione verso il futuro della progettazione culturale e della sua fruizione, ma contemporaneamente si rivela anche come un’opportunità per provare a disegnarla in modo più vantaggioso e più sostenibile, più diffuso e più innovativo e magari anche più soddisfacente sia per il pubblico, sia per gli operatori.

Si vedrà, infatti, come in conseguenza di questa presa di coscienza, si siano effettivamente prodotti spontaneamente alcuni fenomeni che hanno scosso dal profondo il mondo della cultura: l’apertura di grossi dibattiti culturali, innanzitutto, su temi che prima non si era mai osato davvero affrontare; dei nuovi format per interagire col pubblico, che prima non si erano utilizzati o non appieno sfruttati; soprattutto, la presa della scena da parte del digitale, che fa intravedere nuovi scenari nel momento in cui si inizi a sfruttarne tutte le possibilità, trascurate finora o sotto utilizzate, ma anche la presa della scena da parte di alcuni soggetti  – soggetti che possiamo definire veri e propri game-changers – che si sono distinti per aver saputo reagire immediatamente ed in modo intelligente, originale, efficace o innovativo, pur nella semplicità dei propri interventi, avendo così impostato le basi e impresso una direzione verso un cambiamento nel modo di pensare al rapporto con il pubblico esistente e quello potenziale ed  alla fruizione della cultura.

I nuovi parametri e i nuovi standard, lanciati e involontariamente quasi imposti da questi soggetti, che in fretta hanno preso piede nei formati degli eventi in programma e nelle abitudini dei loro fruitori, sono stati ben presto acquisiti e definiti come il New Normal.

Questi ultimi in particolare e alcuni episodi sorprendenti per novità, incisività o bizzarria, saranno oggetto di quello che ho voluto definire una sorta di diario del mio percorso di esplorazione di questa stagione breve che ha scosso il pianeta dalle fondamenta; un percorso non sistematico e necessariamente non esaustivo delle migliaia di episodi che si sono prodotti in conseguenza soprattutto dello stop generale, ma che si propone di esaminare alcuni dei fenomeni di maggior rilievo e le conseguenze dirette dell’avvento di questi fenomeni nel breve e medio termine.

Lungo il percorso si evidenzierà, come più che ad un New Normal, ciò a cui tendere ed ambire sia più necessariamente, come sagacemente intuito ed espresso da Cedric Charbit, CEO di Balenciaga, un Multiple Normal.

NOTA A MARGINE

Durante la redazione di questo diario, alcune delle teorie e delle esperienze testate nei mesi in cui il mondo si è fermato, trovano qualche prima applicazione.

Proseguendo il percorso, si va generando un piccolo osservatorio che mette in luce come alcune prime iniziative vengano presentate al pubblico in una formula che in alcuni casi già riflette i cambiamenti e gli esiti dei dibattiti dei mesi scorsi, come alcune formule popolarissime nel periodo del lockdown risultino già desuete e come altre iniziative siano in transito, con esiti ancora incerti, verso un futuro che le vedrà inevitabilmente trasformate.

Diversa sarà l’esperienza di rilettura di questo diario tra qualche anno, quando sarà finalmente evidente quali di questi discorsi saranno decaduti e quali saranno stati davvero accolti e sviluppati e quali le vere ripercussioni e gli stravolgimenti impressi o accelerati della pandemia.

Una distopica New York, totalmente deserta, nella scena iniziale del film “Vanilla Sky”

* cit. dal film: “Vanilla Sky”, Reg. Cameron Crowe, con Tom Cruise, Penélope Cruz, Paramount Pictures (2001)

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